Giovanni Fracasso
Banche, moneta, potere
6 Gennaio Gen 2014 0325 06 gennaio 2014

Augusto Graziani: il coraggio dell'economista

Nell’ampio e variegato panorama degli economisti italiani c’è stata una tradizione – ancora dura a svanire – che affonda le sue radici nell’Ottocento: in Luigi Cossa e nel suo magistero all’Università di Pavia. E’ quella di scrivere tanto, scrivere dei gran manuali – anche di successo- svolgendo una prestigiosa carriera accademica, ma senza prendere mai posizione su niente. Evitando ogni scelta netta, riuscendo sempre a stare dalla parte del mainstream, seguendo pedissequamente le mode –quelle che arrivano fuori dall’Italia – e non producendo niente di originale. Un Cossa si sarebbe mai fatto rinchiudere in carcere dai Borboni come un Francesco Ferrara? Assolutamente no, attento com’era a centellinare le sue posizioni, raffinato nel cercare sempre un “equilibrio”: ottimo organizzatore di studi storici ma per nulla uno storico, ottimo organizzatore di premi ma senza mai una tesi propria e controcorrente. Dirà del Cossa l'economista Maffeo Pantaleoni:Dotto, dottissimo... Ma colpito di sterilità, fino al midollo... Tutto schema e scheda”.

Invece, lontanissimo dal “modello cossiano” è stato Augusto Graziani, morto nel primo pomeriggio del 5 gennaio 2014. Graziani era agli antipodi anche dall’economista “tenero” nei confronti della classe politica. Amava prendere posizioni ed aveva una produzione accademica di rilevanza internazionale, di primissimo livello. Era un’economista solido e tenace,  “scomodo” per certe sirene. Armato di spirito critico e di passione civile.

Graziani è stato uno dei pochi a intravedere - con largo anticipo - i difetti di costruzione dell’Euro. A comprendere quali implicazioni vi sarebbero state per l’Italia. Aveva compreso anche la debolezza della classe dirigente della sinistra italiana – quella dell’ultimo PCI, poi dei DS, poi confluita nel PD -  nel comprendere le radici profonde della crisi italiana. E nell’approntare degli strumenti di intervento profondo.  Più volte Graziani aveva lamentato l’assenza di una vera politica industriale, più volte aveva segnalato che occorreva incidere sulle cause più profonde del declino italiano.

Pur avendo avuto una parentesi di Senatore (1992-94) era rimasto sostanzialmente inascoltato dai vertici della sinistra italiana. Negli anni Novanta da una lato vi era il massimalismo bertinottiano (massimalismo dannoso e controproducente), dall’altro una sinistra che delegava le scelte economiche o all’area degli ex popolari o addirittura al vincolo esterno (“tanto è l’Europa che lo impone”). Arrivata al potere questa classe dirigente aveva dimenticato (o volutamente rimosso) sia i Graziani sia i Becattini, i Brusco ecc. Non si parlava più di politica economica, né di sviluppo. Non si affrontavano tematiche come la pericolosità di un sistema di cambi fissi ecc. Non si parlava più neanche di distretti industriali o di produttività delle imprese.

Infine il PD oggi ha Boccia.

Ripropongo - da un mio vecchio post del giugno 2013 - alcune citazioni dell’intervento di Graziani nel convegno Pragmatismi, disciplina e saggezza convenzionale. L’economia italiana dagli anni ’70 agli anni ’90 che si tenne  il 9 novembre del 1994 e fu promosso dal Dipartimento di Economia Pubblica della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza”. Bastano queste poche frasi per rimare sorpresi e affascinata dalla lungimiranza di Graziani.

“Lo SME era sempre stato, sin dalla sua origine, nel ’79, molto diverso dal sistema che lo aveva preceduto, quello di Bretton Woods, che era un accordo di cambio, aveva l’obiettivo di instaurare cambi stabili, però lasciava liberi i paesi partecipanti di controllare i movimenti di capitali in via amministrativa e, in questo modo, ogni paese poteva gestire la politica monetaria in maniera più o meno autonoma. Era quindi possibile tenere bassi i tassi d’interesse e fare una politica di alta domanda globale di piena occupazione. Un certo influsso keynesiano, anche se gli storici dicono che Keynes era uscito sconfitto dalla Conferenza di Bretton Woods, era travasato nel sistema di Bretton Woods. Lo SME parte, invece, con obiettivi molto più ambiziosi, non solo realizzare un accordo di cambio, ma anche realizzare un mercato finanziario unico, con l’obiettivo della libertà dei movimenti di capitali che, infatti, viene realizzato. Anche l’Italia, che è uno degli ultimi paesi a realizzarlo, nel ’90 ammette la piena libertà dei movimenti di capitali.
È evidente che si crea uno spazio finanziario europeo unico, un tasso d’interesse collegato in tutte le piazze finanziarie al quale ogni paese deve adeguarsi. Non è più possibile condurre una politica monetaria autonoma, non è più possibile mettere in prima linea l’obiettivo del sostegno della domanda globale e della piena occupazione, occorre recepire il tasso d’interesse dai vincoli esterni che vengono dai mercati finanziari maggiori. L’equilibrio finanziario prende il sopravvento come obiettivo primario rispetto al precedente obiettivo della piena occupazione.

Credo che dal punto di vista dell’economia italiana sia necessario tenere conto soprattutto della linea politica monetaria, ma politica in generale, seguita dal nostro partner maggiore che è la Germania. La Germania sta costruendo una grande area di influsso economico che trae vantaggio soprattutto dalla caduta del Muro di Berlino. Un’area che incorporerà le repubbliche baltiche , la Polonia, la Boemia, la Croazia, l’Austria che entra nell’Unione Europea, andrà dal Baltico all’Adriatico e sposta repentinamente il centro dell’Europa verso est, mettendone la Germania al centro. Questa grande area germanica entra in conflitto, per ragioni molto serie, nei suoi confini orientali che sono ancora indefiniti. Quanto grande sarà quest’area d’influsso germanica verso est? Lì, il problema serio è il problema, ancora ignoto ma molto promettente, dei giacimenti petroliferi del Mar Caspio e, quindi, della condotta delle repubbliche islamiche che facevano parte dell’Unione Sovietica, ora repubbliche indipendenti”.

“La Germania, intanto, altra incognita, dovrà decidere la condotta della sua politica valutaria. Fin ora aveva condotto una politica valutaria molto astuta caratterizzando lo SME con una stabilità dei cambi monetari, ma una continua oscillazione dei cambi reali. Noi siamo abituati a pensare al fatto che il marco in tutti questi anni, e ancora oggi, si sia continuamente rivalutato rispetto alle altre valute. Questo è certamente esatto in termini nominali, perché tutti i riallineamenti dello SME sono stati, in realtà, svalutazioni delle valute deboli e rivalutazioni del marco. Però, se guardiamo alla questione in termini reali, in realtà la cosa è capovolta. Il marco, rispetto alle altre monete europee, si è sempre andando svalutando perché la stabilità dei prezzi in Germania era tale, e viceversa il tasso di inflazione negli altri paesi era talmente alto che, tenendo conto dei rispettivi tassi d’inflazione, erano le altre valute, quelle dei paesi deboli, che si rivalutavano in termini reali rispetto al marco e il marco che si svalutava rispetto alle altre valute.(…)
Non solo rivalutazione reale del marco, ma anche, fin dal 1987, creazione di un’Europa a due velocità. Si crea un nocciolo europeo intorno alla Germania in cui abbiamo stabilità dei cambi, nominali e anche reali. L’Europa a due velocità, quindi, non è un problema che dobbiamo porci per l’avvenire, ma è un fatto che esiste già dal 1987. Intorno, una cintura di paesi deboli – Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia – rispetto ai quali, invece, il cambio reale fino al ’92 continua a cadere”.(…)
“Per quel che riguarda la politica valutaria la conclusione dello SME e l’avvio verso un nuovo, ancora incognito, sistema di regolamento dei pagamenti europei è densa di incertezze, sia dal punto di vista della condotta delle grandi potenze europee e sia dal punto di vista di quello che in questo mare, presumibilmente molto agitato, riuscirà a fare l’economia italiana”.

E' innegabile constatare come Augusto Graziani ci abbia, peraltro, insegnato a scorgere e a comprendere che dietro le relazioni di debito-credito vi sono sempre dei rapporti di potere.

Giov_Fracasso 

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