Le cinéma autrement
9 Gennaio Gen 2014 1805 09 gennaio 2014

The Big Melt

L’acciaio inox compie 100 anni, Jarvis Cocker e Martin Wallace lo celebrano con un documentario musicale. Li abbiamo incontrati all’anteprima londinese

Il mio primo ricordo cinematografico di Sheffield e dell’industria siderurgica britannica risale al 1997 con The Full Monty: per sbarcare il lunario, un gruppo di cassaintegrati mette insieme uno spettacolo di spogliarello integrale, con gli imbarazzi molto inglesi che ne conseguono. Il film si apre con uno spezzone di un filmato promozionale degli anni Sessanta – Sheffield: City on the Move – per poi staccare sulla desolante realtà di una città fantasma, fatta di rovine industriali e disoccupazione.

Per buona parte della sua storia recente, Sheffield è stata sinonimo di acciaio - in inglese, Sheffield Steel City. In occasione del centenario dalla scoperta dell’acciaio inox da parte di uno dei suoi figli più illustri, Harry Brearly, la città ha organizzato una serie di eventi per celebrarlo – The Big Melt è tra questi. Prima mondiale allo Sheffield Doc/Fest lo scorso giugno con l’accompagnamento live di un’orchestra di 52 elementi, il documentario diretto da Martin Wallace e Jarvis Cocker (ex frontman dei Pulp) è una metafora, un viaggio musicale e cinematografico nell’anima del paese […] che ci accompagna nel ventre delle fornaci, mostrandoci come le anime dei loro abitanti siano state forgiate dalle poderose presse del patrimonio siderurgico inglese.

È dal lontano 2009 che il BFI sta riportando alla luce tutta la produzione audiovisiva sulle grandi industrie scomparse con il progetto This Working Life, dedicato all’industria carboniera, marittima e siderurgica - a dimostrazione che forse, una volta che tutte le attività produttive sono state delocalizzate, non resta che la cultura per mangiare. Attingendo dagli sterminati archivi cinematografici del British Film Institute, The Big Melt porta in scena solo una piccola parte del vastissimo corpus di film didattici e propagandistici creati per il patrimonio industriale britannico; i frammenti più spettacolari sono probabilmente il film d’animazione River of Steel (1951) sull’orrore di un mondo senza acciaio e The Building of the New Tyne Bridge (1928) a Newcastle.

The Big Meltè un progetto enigmatico e ambizioso, che abbandona le forme del documentario storico e sociologico classico scansando tentazioni nostalgiche, didattiche o politiche (inclusi i commenti fuori campo) per concentrarsi sul cuore pulsante e primordiale dell’industria: la trasformazione del metallo. Sicuramente un cambio di passo per l’altrimenti impegnato cantautore ed ex frontman dei Pulp - vi ricordate Common People (1995) e Running the World (2008)? Il risultato è un’alchimia di immagini e musica bizzarra e destabilizzante, che affronta la storia della disgregazione sociale, economica e politica di Sheffield da angoli inaspettati – e che ha suscitato non poche domande nel pubblico:

Che cosa vi ha spinto a partecipare a questo progetto?

Jarvis Cocker: Ho sempre avuto una certa allergia nei confronti dell’acciaio … Sarà perché sono nato e cresciuto lassù, ma l’espressione Sheffield Steel City mi è sempre sembrata un orribile cliché da combattere - in passato ho anche provato a distorcerlo [con la canzone Sheffield Sex City (1992), utilizzata anche in The Big Melt]. Da principio ero molto refrattario, ma dopo aver visto lo spezzone di un giovane operaio che dà il dito medio alla cinepresa ho pensato: questo potrebbe essere molto di più di un film sull’acciaio, potrebbe diventare un’opera sullo spirito della gente che è nata e cresciuta all’ombra di quell’industria, che ne è stata – se mi si passa il gioco di parole – forgiata. The Big Melt vuol essere un documento su quelle persone, su quel ragazzo e sul suo caratteraccio.

Martin Wallace: Ci sono già un sacco di documentari e di film didattici che raccontano la storia dell’industria siderurgica nello Yorkshire; inoltre, sarebbe stato impossibile condensare 100 anni di storia economica, sociale e culturale in un film di 70 minuti. Abbiamo preferito considerare l’industria da un punto di vista astratto ed “elementale”, partendo dall’incredibile bellezza e dai colori dei processi di fusione e di trasformazione del metallo e finendo per raccontare il valore dell’acciaio negli occhi di chi lo ha lavorato per una vita.

Se doveste classificare The Big Melt, che genere scegliereste?

JC: Non credo abbia molta importanza mettere The Big Melt all’interno di un particolare genere. È in parte un film sperimentale, in parte un documentario, in parte un video musicale. Abbiamo cercato di mantenere un nesso molto stretto tra immagini e musica.

Perché avete deciso di lasciare la politica fuori dal documentario?

JC: Un po’ di politica c’è, tra le righe. Il materiale di partenza è estremamente politicizzato (si tratta di film didattici o propagandistici dei tempi di guerra), ma le scelte di montaggio e il commento musicale sono volutamente giocose e anarchiche. L’idea di fondo era di restituire questo patrimonio storico agli abitanti di Sheffield, in particolare agli artisti e ai musicisti, perché potessero manipolarlo secondo il loro gusto, rimasticarlo secondo i loro punti di vista. È un processo liberatorio se vogliamo, di riappropriazione e accettazione del passato, che permette allo stesso tempo di canalizzare la rabbia e il malcontento in una forma d’arte.

Quali sono stati i tempi di lavorazione?

MW: La sola selezione dei filmati di repertorio è durata circa due mesi, Jarvis e io abbiamo lavorato di concerto scegliendo quelli che ci piacevano di più, e allo stesso tempo pensando alle musiche di accompagnamento più adatte – in una sorta di equilibrio riflessivo tra musica e immagini. Una volta raccolto il materiale visivo l’abbiamo diviso in sequenze e abbiamo lavorato con alcuni musicisti di Sheffield [tra cui Richard Hawley e The Forgemasters] per completare la colonna sonora. È stata una corsa contro il tempo, siamo riusciti a programmare la prima prova generale solo quattro ore prima del debutto – con 52 musicisti sul palco, una brass band e un coro di voci bianche è stato un vero e proprio azzardo!


Descrizione: 
Un momento della performance live allo Sheffield Doc/Fest 2013 - The Big Melt

Girare questo documentario vi ha insegnato qualcosa di nuovo su Sheffield?

JC: Paradossalmente, osservare le terribili condizioni di lavoro degli operai dell’epoca mi è servito a capire qualcosa sulla scena musicale di Sheffield; ad esempio, l’uso di certi tempi musicali che ricordano i ritmi e i movimenti del lavoro in fabbrica - oppure il gusto per linee di basso prepotenti. In una città in cui la stragrande maggioranza degli abitanti diventa sorda a furia di stare alle presse o agli incudini, un’intera gamma di suoni va perduta per sempre.

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