Sergio Ragone
Pop corn
13 Gennaio Gen 2014 1430 13 gennaio 2014

Il capitale umano, troppo umano.

"E' davvero un bel film". Così commenta la ragazza al mio fianco sui titoli di coda. Il film in questione è "Il Capitale Umano", il tanto discusso, commentato, film di Virzì a cui non è mancata la polemica politica, che ancora stenta a spegnersi.

La sala non era molto piena, ma lo spettacolo delle 22.30, si sa, è per quei pochi che di venerdì sera hanno scelto di dedicarsi alla settima arte, lasciando fuori "il chiacchiericcio e il rumore". Una fortuna essere lì, un destino sorridente.

Inchiodati alla potrona, esattamente così ci si sente mentre le immagini scorrono e le storie dei personaggi si intrecciano e si distendono lungo lo spazio ed il tempo della narrazione. Un film dai colori freddi, volutamente avvolti dalla nebbia, dove a fare da asse ottico è la storia, le storie, la paura, il senso di colpa e la solitudine.

Sono molto soli i personaggi, i volti del capitale umano, anime dilaniate dalla modernità della paura, dal cinismo del rischio, dalla ferocia dei tempi della crisi.

Ma alla loro solitudine c'è una sola risposta, che è l'abbraccio degli affetti, quello sguardo finale scambiato e pulito della nuova generazione di italiani da cui la storia riparte, entra nella nostra immaginazione e prende la forma della nostra vita filtrata dalla sensibilità di ognuno di noi.  Viene da citare Nietzsche quando parla dei giovani spiriti liberi per i quali "la grande liberazione giunge improvvisa, come una scossa di terremoto: a un tratto la giovane anima viene scossa, strappata via, divelta ‑ né capisce essa stessa che cosa stia accadendo."

Non un film su un pezzo di Italia, ma un film sugli italiani, con pennellate di verità poco romantiche e per nulla mediate dalla plasticità neomelodica.

Non manca però un tocco di banalità, come l'indignazione della donna ricca e frustrata contro lo Stato ed il degrado delle opere pubbliche destinate alla cultura, che si conclude con un "tutti a casa" di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ma è quella che Paride Leporace definisce oggi "La contemporaneità della crisi globale in tricolore arricchita da tocchi che spaziano tra Hitchcock e i fratelli Coen", a far fare il salto di qualità alla storia, non nata italia ma che qui ha incontrato caratteri, dialoghi, storia e geografia.

Per chi scrive, Paolo Virzì con "Il Capitale umano" ha fatto un capolavoro , che apre gli occhi, stringe il cuore in gola e fa venire voglia di amare. Non un film, ma un'opera d'arte che ci inchioda, spalle al muro, alla verità. La sua "Grande bellezza" è, come per Sorrentino, quel che resta del resto della vita: l'amore, che per quanto possiamo evitare, nascondere, ingannare, raccontare a memoria o citare con parole non nostre, è quello che occorre e che serve.

E nell'Italia della crisi che non passa mai, dello spread a fisarmonica, delle promesse da perenne campagna elettorale e del populismo seduto in parlamanto o dietro un computer, il film di Virzì è quello che ci voleva, come un pugno dritto nello stomaco.
 
Andatelo a vedere se non lo avete ancora fatto, non può che far del bene sentirsi un po' male.
E sarà umano, troppo umano, come quell'opera immensa di Nietzsche destinata agli spiriti liberi che solo il buon Cinema sa raccontare.

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