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13 Gennaio Gen 2014 1648 13 gennaio 2014

Piste di lettura

Si dice spesso che il quadro politico italiano è complesso, aggrovigliato da intenzioni e scopi partitici, alla ricerca affannata di un fragile equilibrio economico, finanziario e sociale dell’intero sistema, mosso inoltre dai desideri e dai progetti personali dei singoli leader politici.

L’esempio di tutto ciò è il vocabolario utilizzato negli ordinari confronti dialettici. Abbondano infatti espressioni come: spending review, crescita della produttività, capitali stranieri, reddito universale, abbassamento del cuneo fiscale, riforma del lavoro, iuc, garanzie dei diritti per tutti i cittadini(unioni civili), sforbiciata degli stipendi, delle pensioni e dei vitalizi d’oro, tasse giù o su, ecc….

Tutti conveniamo che la risoluzione delle tematiche indicate favoriscano il bene futuro del Paese. Ma è più facile affermarlo che eseguirlo perché le forze politiche in campo, in larga misura, sembra non abbiano ancora interiorizzato il “cul de sac” in cui siamo e la gravità della crisi, e, se proprio questa consapevolezza c’è, ogni partito colpevolizza gli altri perché ostacolano i disegni di riforma.

Tale comportamento è la spia di un atteggiamento irresponsabile e dilatorio, che aspetta che altri, dall’esterno del Paese, risolva le problematiche e stimoli le decisioni urgenti da adottare. Nella migliori delle ipotesi comunque i partiti sono divisi tra loro e al proprio interno tra i pessimisti, che vedono tutto nero e nessuna uscita dal tunnel della recessione, e gli ottimisti, che, per contro, pensano che muovendosi l’economia mondiale, in primis quella degli USA, la situazione sarà più favorevole per il rilancio della nostra economia.

Sommariamente, a noi sembra che ancora la svolta non ci sia:mancano decisioni e visioni culturali innovative. Prevalgono il conformismo e l’immobilismo, paradossalmente evidenziato dal lessico utilizzato con cui i partiti si rimpallano le responsabilità o i ritardi. Il sistema è cresciuto, infatti, enormemente, che ogni recisione di parti provocherebbe dei contraccolpi sociali inestimabili e tentazioni di fughe anti democratiche.

Nel concreto, che cosa emerge dal panorama descritto e perché il quadro politico è problematico?

1) I partiti storici si compattano attorno all’idea di stabilizzazione del sistema, dello status quo di riferimento istituzionale, soprattutto contro l’emergere dei popolarismi. La politica tradizionale si unisce, indirettamente, perché teme di essere scavalcata ed indebolita dalle pressioni dei nuovi movimentismi, secondo loro interpretati dal M5S, dai precari, dalle estreme di dx e di sx, dai centri sociali e da tutti coloro che aspirano al tanto peggio tanto meglio.

2 )La maggior parte dei politici appartenenti ai partiti più forti, con diverse accezioni, sono favorevoli all’Europa e alle sue regole, comunque da modificare in alcuni punti per ottenere maggiore solidarietà ed investimenti al di fuori della contabilità ordinaria del bilancio nazionale. Tranne il M5S, che ha una posizione riflessiva sul continuare ad essere dentro o fuori dall’euro, da chiarire tramite la convocazione di un referendum, tutti i movimenti populisti sono contro l’Europa e l’Euro.

3) Il cul de sac, suggerito sopra, dipende da alcuni fattori importanti. Innanzitutto dalla inconsistenza dei tagli o delle razionalizzazioni della spesa pubblica. Per diplomazia, la parte cattiva di essa viene qualificata dalla politica come “spesa pubblica inconcludente”, inducendo l’idea che bisogna procedere con cautela, selezionare con cura la potatura, perché gli effetti collaterali possono essere nocivi per la stabilità e per la democrazia. Sebbene lo studio e l’analisi siano atteggiamenti meritevoli, intanto però non si fa nulla e, tristemente, mentre il tempo stringe, non si sa da dove cominciare. Ed in tale deprimente situazione, le imprese fuggono, i finanziamenti stranieri tardano ad arrivare, la disoccupazione e le tasse crescono. Altri fatti sono illuminanti. Con una giustizia civile così tardiva nel decidere, chi investe? Con una spesa pubblica pari alla metà del PIL, molta della quale in stipendi, vitalizi e pensioni, che investimenti modernizzatori si possono fare? In che condizioni, anziché municipalizzare o statalizzare i servizi, si potrebbero “esternalizzare” senza eccessive penalizzazioni per i cittadini?La politica quindi non sa dove andare, che visione promuovere della società, mentre l’amministrazione segue con meccanicità automatica le decisioni già assunte.

4) La politica non sa innovare, prigioniera della ideologizzazione e delle situazioni istituzionali, ormai storicizzate, che ha alimentato. Attualmente, ad esempio, la discussione verte sulla legge elettorale, che alcuni sposano alla riforma costituzionale mentre altri, la maggioranza, intende deliberarla con legge ordinaria. Si discute inoltre della riforma sul lavoro, ma anche qui non si sa come reperire i soldi per implementarla e quale legge sulla rappresentanza sindacale deliberare. In pratica, la situazione è abborracciata attorno ad un nodo sostanziale: se si abbassano delle aliquote fiscali si mettono in crisi Comuni, Regioni e lo Stato, nel frattempo, per operare, continua ad indebitarsi. Forse, la politica sa che bisogna decidere con tempestività, ma non ha il coraggio di coordinarsi:le uniche convergenze sono la stabilizzazione del sistema e l’antipopulismo, ragionevolmente considerato, in un ottica conservatrice, come distruttore.

Se questo è l’affresco del Paese e se la situazione non cambia, quali provvisorie considerazioni trarre?

A) Non c’è una exit strategy culturale o studi accurati di alternative nel caso le cose dovessero peggiorare e la recessione deflattiva o inflattiva ci inghiottisse. Sembra che tutti vivacchino alla giornata o navighino a vista sia rispetto alle riforme economiche, sia a quelle politiche e sociali, sebbene si avverta il gravame dell’urgenza. C’è troppa assuefazione alla quotidianità da parte di molti mentre la classe dirigente del Paese sembra non creda che esso abbia nell’immediato futuro dei riscontri positivi. Ad esempio, la legge sui sindacati va fatta con tempestività perché essa aiuterebbe la fusione delle PMI e dell’artigianato a raggiungere le dimensioni ottimali per reggere la competitività internazionale, la salvaguardia razionale dell’occupazione e dei consumi interni. Analogamente, non si adottano energiche politiche regolatorie per disinnescare eventuali crisi finanziarie delle banche, che trascinerebbero pericolosamente dietro di sé tutta l’economia europea.

B) Se si ammette che ci si solleva dalla depressione circostante con una terapia da sock:chi, quale partito potrebbe provocarla e da dove iniziare? Servono secondo noi, riforme costituzionali oltre che leggi ordinarie per disincrostare lo Stato e reperire le risorse finanziarie che non giungono ora dall’estero né da altre parti(i privati). Alcuni privilegi, come pensioni o stipendi d’oro, indipendentemente dai tempi e dai modi con cui sono stati elargiti, hanno bisogno di decisioni anche costituzionali da assumersi con larghe intese per essere incrinati e ridotti. Finora esse non si notano né probabilmente mai ci saranno. Perché le caste di qualsiasi specie siano, e ci sono molte categorie, fanno un tutt’uno col potere politico, amministrativo, giudiziario, militare, sindacale e culturale del Paese. Quindi, le riforme, a nostro avviso, non le fanno né le faranno i partiti definiti sopra come ”stabilizzatori”, è più facile le intraprendano quei partiti stigmatizzati come “populisti”, purché siano nell’alveo della legalità, della giustizia e della equità. Infatti, sono i meno compromessi con l’odierno sistema pasticciato e farraginoso, nel senso che i poteri politico, giudiziario e amministrativo sono assai intrecciati e compromessi, avendo perso la loro originaria autonomia. In pratica, la situazione risulta sproporzionata, iniqua e di fatto anticostituzionale. Ci sono emolumenti esagerati superiori di 200 volte il salario di un lavoratore, che avrebbe diritto ad una paga dignitosa. Eccetera. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

C) Per risollevare il Paese servono le riforme ed una cultura più responsabile che rispetti il merito e la dignità dei cittadini. Ma esse, in un mondo globalizzato, si concretizzano esclusivamente entro lo scudo dell’Europa.Su questo tutti dovrebbero concordare. Mentre sulla moneta unica ci dovrebbero essere ancora approfondimenti e decisioni da assumere per la tutela delle culture e dei modelli di vita di ciascun Stato, accordando ad essi i tempi e la solidarietà occorrenti per l’armonizzazione delle leggi e delle norme unitarie principali. Ritornando al tema su chi dovrà fare le riforme, tutta la politica, i partiti tradizionali ed i movimenti devono chiarire la questione del “pareggio di bilancio”, che ormai è norma costituzionale. Il pareggio di bilancio è costituzionalmente superiore o inferiore ai diritti individuali acquisiti o essi, riconsiderati come una forma di diritti essenziali indiscutibili, si devono contemperare per coesistere con le necessità economiche del bene comune?

Noi riteniamo che se i soldi non arrivano da altrove o da Marte, né se si può fare altro debito perché non ci valutano affidabili, per la funzionalità dello Stato e per la tutela dei cittadini più deboli, sia obbligatorio disboscare il grasso interno alla macchina dello stesso purché la linea di condotta sia quella di custodire la dignità ed i meriti di ciascuno in relazione alle esigenze imprescindibili dei tempi e dello stare tutti dignitosamente bene. Viceversa, ci attende un inesorabile declino.

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