Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
13 Gennaio Gen 2014 0929 13 gennaio 2014

Politica: arte o numeri?

Grazie a Giovanni, che oggi mi lascia uno spazio mio (qui Ernesto!) per parlare di politica e soprattutto studio della politica! Non sara' che molti dei nostri guai derivano anche da un'educazione sempre piu' tecnica?

Otto von Bismarck potra’ piacere o no, ma quando disse al Reichstag (era il 1884) che la politica era arte e non scienza aveva probabilmente ragione. L’arte ha regole, scuole, canoni, tecniche, ma lascia all’artista liberta’ di interpretare e creare. La scienza e’ ovviamente piu’ ‘costrittiva’, cerca ‘leggi’ che valgano sempre e dovunque; cio’ e’ bene, perche’ aiuta a capire, prevedere e (speriamo) migliorare la vita sociale e politica; va pero’ usata con cautela. Oggi (diciamo dagli anni Novanta in poi) studenti e studiosi di politica sono andati ben oltre, e sequenze di numeri e formule hanno preso il posto di riflessioni e ragionamenti. Non e’ detto che la storia sia magistra vitae, ma che cosa vogliamo al suo posto? L’econometria?

Quest’ultima e’ una scienza validissima che, detto in modo semplificato, si occupa di studiare in modo quantitativo l’economia; i problemi pero’ sorgono quando si cerca di calcolare, quantificare, indicizzare un po’ tutto, specie i fenomeni politici, che sono spesso mutevoli, imprevedibili e hanno qualcosa di ‘artistico’. Capire la quantita’ e’ utilissimo, ma non possiamo confonderla con cio’ che e’ ‘qualita’. Tra l’altro, lo sanno bene anche gli economisti (o no?), le cui ‘solide’ previsioni vanno spesso gambe all’aria, proprio perche’ le vicende umane sono piu’ complesse di equazioni e algoritmi.

Questa attitudine e’ partita dalle grandi universita’ americane, che in fondo danno per scontato che al mondo esista una sola forma politica buona, cioe’ una liberal democrazia che riconosce il mercato e alcuni diritti di base, e che questa forma politica si diffondera’ pian piano in tutto il mondo. I numeri aiutano a capire quanto la democrazia e’ buona, e quando i ‘cattivi’ (Cina, Russia, Iran, etc.) diventeranno ‘buoni’. Porsi altre domande e’ rischioso e in fondo anche futile. Meglio calcolare il momento opportuno per finanziare una rivoluzione colorata in Asia centrale o Medio oriente...ed ecco a voi la democrazia in Libia o quella in Azerbaijan. No, non e’ cosi’ semplice. Gli studiosi e i politici seri sanno bene che il Turkmenistan e’ gia’ diverso dall’Uzbekistan, esattamente come l’Italia non e’ la Francia o la Spagna, anche se le loro tre lingue sono abbastanza simili. Mentre il progresso della democrazia e’ auspicabile, quest’ultima non puo’ essere la stessa dovunque; la Francia ha una tradizione repubblicana e centralista, la Germania, che e’ stata divisa per secoli, e’ adatta al federalismo...cosi’ come in fondo anche l’Italia.

I limiti della cosiddetta ‘scienza politica’ anglo-americana (che comprende anche le relazioni internazionali) sono anche legati alle sue radici ‘economiche’ o ‘economiciste’. La democrazia e’ spesso vista come un mercato, in cui diversi produttori (partiti e candidati) combattono per il voto di cittadini/consumatori. In una certa misura cio’ e’ anche vero, e nel breve puo’ aiutare a vincere un’elezione. Vale la pena pero’ desacralizzare la politica in questo modo? Trattare idee, programmi, etc. come merce? Decine di milioni di persone sono morte per quelle idee o quei programmi, non dimentichiamolo. Mentre l’economia e’ una parte importante della vita politica, spiegare quest’ultima con una mentalita’ ‘economicista’ non e’ corretto. Il presidente degli Stati Uniti non e’ un Chief Executive Officer; non mira a incrementare i profitti di un’azienda, anche se certamente dovra’ tenere gran conto degli interessi economici in gioco e fare in modo di avere i bilanci a posto. Si tratta di cose ben diverse.

Certo, il dilagare del mercato ha contribuito a rendere piu’ ‘economicisti’ gli studi e la pratica stessa della politica. La parola ‘politica’ deriva dalla ‘polis’ greca, in cui la cura della comunita’ e degli affari pubblici era tutto, ed essere un cattivo cittadino, una colpa grave. Oggi siamo lontanissimi da quel mondo; nel bene come nel male, domina una mentalita’ individualista, in cui al cittadino si e’ sostituito il consumatore. Quest’ultimo, come sanno bene gli esperti di marketing e pubblicita’, e’ pero’ spesso confuso, pasticcione, ha pochi soldi oltre che poco tempo e poche informazioni. Ecco quindi che, per capirlo meglio, l’economia chiede aiuto ad un’altra scienza ‘dell’individuo’, la psicologia. Dal che ne segue un proliferare di studi in psicologia, o addirittura neurologia, politica. Ecco allora che il leader di turno, o il povero elettore, vengono sezionati alla luce di complesse ipotesi che ne ricostruiscono personalita’, debolezze, frustrazioni, e via discorrendo. Ma davvero dobbiamo rinunciare a capire la politica in termini politici? Dobbiamo adeguarci a interpretare tutto come scelte di consumatori o frutto di debolezze individuali? La politica e’ quella sfera della vita umana in cui c’e’ lotta per il potere, piu’ o meno regolata, piu’ o meno violenta, piu’ o meno finalizzata all’esistenza collettiva; di solito, porta benefici quando il potere e’ controllato ed esercitato per un progetto o un ideale comuni, come la storia illustra, dai tempi dell’antica Grecia a quelli della ricostruzione europea post-1945, per restare alle vicende occidentali.

Oggi pero’ pochi studiano o si occupano di politica, anche perche’ altre carriere sono piu’ remunerative ed attraenti. Chi la studia poi si forma spesso su temi economici, quantitativi, psicologici o di comunicazione. Questo e’ in un certo senso comprensibile nel mondo anglosassone, dove il mercato e l’individuo regnano sovrani, almeno in teoria. Non nell’Europa continentale pero’, e meno ancora in altre parti del mondo, come quelle emergenti.

Vogliamo restaurare una dignita’ alla politica? Cerchiamo di restituirle autonomia, idealita’ e anche importanza. Occorrono nuove scuole di formazione alla politica, nelle universita’, nei partiti, nel servizio pubblico, nelle istituzioni locali. Occorre tornare alla lezione dei classici, come diceva Bobbio – Machiavelli, Hobbes, Rousseau, etc. e magari anche qualche asiatico o africano, ora che la tecnica ci ha reso tutti piu’ vicini. Non confondiamo la politica con gli studi quantitativi o economici, e neppure con il marketing o la psicologia; sono campi diversi, ognuno con un proprio specifico. Altrimenti, oltre a confusione intellettuale, rischiamo guai ben piu’ gravi; non e’ che gli errori della politica estera USA in aree come il Medio oriente o l’ex URSS sono anche figli di classi politiche incompetenti? Magari formatesi su poche idee superficiali e supeficialmente convinte di andare in giro per il mondo a diffonderle ed applicarle?

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