Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
14 Gennaio Gen 2014 1530 14 gennaio 2014

La dura vita dei giornalisti in Turchia

Nel 2013 la Turchia è scesa al 154esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa nel mondo pubblicata ogni anno da Reporter senza frontiere. Chi fa informazione  spesso deve affrontare arresti ed intimidazioni. Ne abbiamo parlato con Marco Cesario, giornalista ed autore del libro Sansür: Censura. Giornalisti in Turchia che negli ultimi anni ha seguito da vicino la questione.

di Giulia Sabella

Quali sono i rischi che corrono i giornalisti in Turchia?

I giornalisti in Turchia rischiano molto, soprattutto se scrivono cose che non sono gradite al governo dell’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo guidato dal primo ministro Recep Erdoğan, ndr). La censura avviene in vari modi: alcuni vengono licenziati, spostati in altre redazioni oppure arrestati e processati. Dall’inizio delle proteste per Gezi Park quasi un centinaio di giornalisti hanno perso il proprio lavoro o sono stati censurati in vari modi. Fare informazione oggi in Turchia è quindi molto difficile, soprattutto per i giornalisti di opposizione che cercano di far passare tutta una serie di informazioni che non sono gradite al governo.

Come funziona la censura in Turchia?

Una volta i giornalisti, soprattutto durante gli anni Ottanta e Novanta, venivano uccisi. Un caso è quello di Hrant Dınk, giornalista turco armeno, assassinato davanti alla sede della sua redazione nel 2007, che aveva cercato di rompere il tabù sul genocidio degli armeni. Un altro è quello di Uğur Mumcu, che aveva scritto dei rapporti tra la mafia e lo stato turco. Oggi invece i giornalisti vengono arrestati, processati e, attraverso misure preventive e pene lunghe, tenuti lontani da argomenti ‘caldi’. In questo modo non possono lavorare ai propri articoli o fare uscire i pezzi perché, con le lungaggini della giustizia e dei processi, possono restare in prigione anche due o tre anni. La censura quindi funziona: anche se non vengono repressi fisicamente, di fatto i giornalisti vengono tenuti lontani dal proprio lavoro.

Che impatto hanno avuto le proteste di Gezi Park?

Gezi Park è stato uno dei movimenti più importanti della storia turca perché ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di repressione diretta non solo contro la stampa, ma anche contro le minoranze, come quella curda e armena. Il movimento di Gezi Park ha mostrato queste contraddizioni ed ha permesso ad una nuova generazione di attori, fatta di studenti, dissidenti, intellettuali, blogger, di potersi esprimere pubblicamente. L’Akp, che ha preso il potere nel 2002, ha chiuso la società in una specie di oscurantismo e la situazione peggiora con il passare del tempo. Gezi Park ha dato voce alla società civile turca che ha dimostrato di essere molto dinamica, per esempio di saper utilizzare Twitter per aggirare la censura, influenzando una serie di proteste in tutto il mondo, come in Brasile.
Ciò che invece è preoccupante è quello che accadrà dopo. Con Gezi Park sono emerse tutta una serie di contraddizioni. Anche se oggi i riflettori dei media mainstream internazionali si sono spenti sulla Turchia, la repressione continua. Proprio perché non c’è più tutto questo interesse, è arrivato il momento di essere più vigili. La repressione è sempre più forte e più sottile: anche se non si vede continua ad esserci.

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