Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
16 Gennaio Gen 2014 1250 16 gennaio 2014

Giornalismo nel 2014 e Quarto potere

I giovani che oggi aspirano alla professionalità nel campo hanno davanti un duro lavoro burocratico fatto di tesserini, albi e scuole dai costi proibitivi, ma forse quello che davvero occorre non alberga in queste trafile noiose e poco formative.

di Camilla Cupelli

“Non sarà un profeta, però senz’altro – lo diciamo con riverenza – è una voce che grida nel deserto e che mostra la via. Non è un prete, ma le sue parole spaziano più ampie e lontane di quelle del prete, e predica il vangelo dell’umanità. Non è un re, ma del re si prende cura e lo educa, e la terra è governata da un’opinione pubblica che egli genera e plasma”.

Con queste parole Whitelaw Reid definisce il mestiere del giornalista, in circostanze ben diverse da quelle attuali. Ma tale definizione sembra essere adatta anche a quello che è, o che dovrebbe aspirare ad essere, il giornalismo di oggi.

In Italia, in particolare, non passa giorno senza che qualcuno non si lanci in un appassionato J’accuse contro la stampa e i media in generale, relegando il ruolo del giornalismo a marionetta nelle mani del potere, o a simbolo della distrazione del popolo, di quel divertissement di Pascal nel quale siamo quotidianamente immersi. Effettivamente, se ci concentriamo soprattutto sulla produzione di notizie online, sulle maggiori testate nazionali fioriscono informazioni di poco conto, e l’infotainment sembra soppiantare molto spesso, o forse sempre, l’informazione vera. Carlo Sorrentino, sociologo della comunicazione, ha scritto diversi libri in merito a come, in Italia, il rapporto tra politica e narrazione di essa nel giornalismo sia stato da sempre, da subito, malato.

Ma non ci interessa fare qui un’approfondita analisi del malfunzionamento dell’informazione in Italia. Ciò che sembra urgente è solo ricordarci che quello del giornalista è un mestiere nobile, che ha il potere di plasmare l’opinione pubblica, e il dovere di farlo ponendosi in contrasto con i poteri forti, accompagnando la crescita culturale e democratica di un Paese. Joseph Pulitzer, all’inizio del secolo scorso, aveva ben chiaro quali nozioni fosse necessario che un giornalista introiettasse per svolgere al meglio il suo lavoro. A lui si deve, infatti, la teorizzazione di una scuola di giornalismo (che sarebbe poi divenuta la più nota al mondo, la Columbia University), nella quale andavano insegnate, a suo parere, nozioni differenti: dalla legge alla storia, passando per la sociologia, l’economia, la statistica e le lingue, il tutto condito di un po’ di etica. Perché

“ al di là della conoscenza, al di là delle notizie, al di là dell’intelligenza, il cuore e l’anima di un giornalista albergano nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità, nella sua umanità, nella sua solidarietà verso gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua dedizione al bene comune, nella sua sollecitudine nei confronti del pubblico servizio. […] un giornalista privo di moralità è privo di tutto.”

Forse questa lezione la conoscono tutti i giornalisti che si sono susseguiti nella storia di questa professione, da William Russell, primo inviato di guerra in Crimea, ai reporter di oggi. O forse no: Michele Serra qualche anno fa si scagliava contro i giornalisti “da scrivania” che scrivevano delle guerre leggendo le notizie Ansa, e invitava i professionisti a rimboccarsi le maniche.

Recentemente è stato pubblicato uno scambio di mail avvenuto tra Glenn Greenwald e Bill Keller in merito a ciò che anima il mestiere del giornalista. Caso dibattuto in particolare, le rivelazioni di Edward Snowden e conseguenze ad esse legate. Nonostante in questo scambio si scontrino due scuole di pensiero, una più tradizionale, impersonata dall’ex direttore del New York Times Keller, che vede nel ruolo del giornalista quello di informatore attento anche alla comprensione di ciò che è opportuno o meno rivelare, ed una improntata maggiormente a quello che potremmo definire come giornalismo militante, in entrambi i casi non vi sono dubbi: l’etica e la morale dell’individuo devono essere poste alla base del suo lavoro professionale; devono costringerlo a compiere scelte ragionate in merito alle conseguenze di ciò che scriverà. Potremmo discutere sul fatto che il giornalismo sia destinato a divenire sempre di più la spalla di informatori e singoli soggetti che scelgono di rivelare dati secretati, ma il punto centrale è sempre posto nella coscienza del giornalista.

Altrettanto recentemente è divenuto famoso un articolo scritto da una giovane reporter, Francesca Borri, attorno al quale si sono scatenate infinite polemiche (anche di autenticità, lo diciamo per correttezza), ma che sollevava comunque alcune questioni cruciali per chi oggi voglia compiere il mestiere di giornalista. Il ruolo del free lance è sempre più importante ma sempre più sfruttato dalle testate nazionali, e le tutele garantite ai giovani reporter sono sempre più ridotte.

I giovani che oggi aspirano alla professionalità nel campo hanno davanti, in Italia, un duro lavoro burocratico fatto di tesserini, albi e scuole dai costi proibitivi, ma forse quello che davvero occorre non alberga in queste trafile noiose e poco formative. Probabilmente l’unica preparazione che vale è quella sul campo, è quel “metterci la faccia” che fa la differenza e costringe un giornalista a chiedersi quale ruolo voglia assumere nella società. E quindi forza e coraggio, rimbocchiamoci le maniche. Come disse Ulysses S. Grant, diciottesimo Presidente degli Stati Uniti, “un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare e gli errori del governo, e una stampa giusta è lo strumento efficace di un simile appello”.

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