L’Ossservatore carioca
16 Gennaio Gen 2014 1451 16 gennaio 2014

Sul perché i creativi vanno pagati e anche bene

Devo dire che ho seguito con crescente sorpresa il dibattito culturale che questa settimana si è incardinato, direi, su due pilastri.

Il primo pilastro: il plauso per un siparietto youtube CoglioneNo! che vorrebbe giustamente sollevare la questione, direi lapalissiana, che il lavoro intellettuale deve essere retribuito e rispettato quanto quello manuale. E’ una cosa che sanno anche le pietre pomici, e che in certi paesi, faccio l’esempio del Brasile che conosco molto bene, è già stata accettata da tempo. Ho scritto per riviste brasiliane e prima del lavoro viene pattuito il compenso e la data di pagamento. Come se fossi stato un tubista. Uguale. Nessuno si è mai peritato di farmi lavorare senza sapere a quali condizioni. Qui, ad esempio con i giornali, non avviene quasi mai. Direi mai.
Ora: quello che mi ha colpito è la reazione per certi versi stizzita che ho notato in molti lavoratori intellettuali. Gli unici, per altro, che hanno seguito il dibattito: quelli manuali stavano lavorando e quindi glielo raccontiamo dopo.
Dicevo: quello che mi ha colpito è la reazione di alcuni intellettuali che hanno in qualche modo trovato da ridire sulla tesi dei bravissimi yutubbari: sostenendo in sostanza che invece i lavoratori intellettuali un po’ coglioni lo sono, ma si, diciamolo.
Due delle loro obiezioni ci hanno colpito sulle altre.
La prima, che riassumo così: Chi si credono di essere sti intellettuali che se a trentacinque anni nessuno li ha cagati vorrà dire che non sono nessuno, non sono mica Hemingway. 
Ebbene, caro collega: tu che hai sostenuto questa cosa hai torto.
E ti spiego perché: non tutti, anzi la stragrande maggioranza non vogliono essere Hemingway, ma solo dei professionisti (bravi da 1 a 10) retribuiti. Non stanno aspettando un mentore che li riconosca né un mecenate che ne intuisca le qualità geniali (come la baronessa Pannonica con Thelonious Monk). No: vogliono veder retribuito e concordato seriamente il loro lavoro. Basta.
E aggiungo che dietro questo tipo di obiezione (chi ti credi di essere povero illuso che vuoi anche esser pagato) si annida il pregiudizio italiano che ha generato il mostro che molti freelance subiscono: e cioè che il lavoro culturale non debba essere in fondo pagato perché è una specie di capriccio di un bambino viziato. Non di un uomo, di un adulto, un uomo vero che, cazzo!, avrebbe dovuto fare l’idraulico e non rompere i coglioni con photoshop o le recensioni teatrali.
Questo sottile ma accanito pregiudizio ha generato, ripeto, la cultura italiana del non pagare adeguatamente il lavoro culturale. E’ il pregiudizio di una sottocultura, di un paese immaturo e indecente.
La seconda: qualcuno ha obiettato ai yutubbari utilizzando un ragionamento sulla legge di mercato, e cioè che sulla piazza ci sono pochissimi idraulici e tantissimi intellettuali e quindi perché dovrei pagarti bene o pagarti e basta se ci sono altri che lo farebbero gratis? 
Questa obiezione, attenzione, si smonta molto velocemente. Risposta alla domanda: perché allora cerca, chiama e sostituiscimi con chi lavora gratis, ma visto che hai chiamato ME, sono io qui che ti sto scrivendo questa cosa o facendo sta foto, adesso mi paghi quello che dico io, visto che sei stato così pirla da non far scattare il tassametro appena sono salito. Ok? La legge di mercato vale mentre STAI CERCANDO il tuo collaboratore, ma quando l’hai trovato LO PAGHI.  Altrimenti sei un farabutto che non paga.
Detto ciò, avevo cominciato dicendo che i dibattiti culturali di questa gaia settimana erano stati due. Il secondo era quello della formidabile intervista al non-lettore e che ha scatenato un piccolo, tenero putiferio: ma rimandiamo alla prossima volta, che c’ho un tubo intasato e devo cominciare a ragionare sulla legge di mercato e se per caso non mi arriva in casa uno staggnaro che, vai a vedere,  si crede il Picasso della guarnizione smangiata.
PS. Apprendo ora che «La grande bellezza» è candidato all’Oscar. Mi fa piacere. Nemo propheta in patria…


La copertina del celebre romanzo satira di Luciano Bianciardi sul lavoro culturale

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