E ora qualcosa di completamente diverso
20 Gennaio Gen 2014 1031 20 gennaio 2014

Fermi tutti, F.D.I.! - parte 3

E' ora di diventare grandi!

Nei due precedenti articoli sul tema dei Foreign Direct Investment (FDI) avevo analizzato prima il concetto di "italianità" delle aziende e confrontando poi l'Italia con gli altri due partner europei più rilevanti, Francia e Germania.

Per completare l'analisi sul tema vorrei porre l'attenzione su quanto sta accadendo in Cina, soprattutto in relazione con l'altro gigante dell'economia mondiale, gli USA.

Il 2013 si è concluso in maniera straordinaria per il gigante dell'est.

Dal punto di vista economico, continuano i ritmi indiavolati di crescita (+7.6% nel 2013 secondo IMF); dal punto di vista del commercio internazionale, il 2013 è stato l'anno del primato: con un interscambio pari a 4.16$ trilioni, la Cina è il paese con il più ampio interscambio di merci con il resto del mondo.

Il 12 novembre si è concluso di terzo plenum del Partito comunista cinese. Le decisioni prese del consesso vanno nella direzione di un limitazione del controllo dello Stato nelle attività economiche, una (de)regolamentazione che da noi verrebbe chiamo processo di liberazione. Un processo, è il caso di dirlo, che tocca principalmente l'economia, non la politica, segnalandosi così come un sistema relativamente più libero dove il timone rimane saldamente nelle mani del governo e del Partito.

Eppure qualcosa sta cambiando.

La persistente crisi in Europa, l'andamento positivo ma claudicante dell'America e l'evolversi dello sviluppo economico interno in Cina hanno convinto il Partito comunista cinese a provare a sostenere i consumi interni. Non che avessero molte altre possibilità, è il caso di dirlo: stando ai dati sulla bilancia dei pagamenti, in pochi anni la Cina è passata da un saldo positivo pari al 10% del PIL nel 2007 al 2.3% nel 2012 (fonte: IMF) registrando una contrazione davvero rilevante. Scorrendo i dati sulle esportazioni e importazioni, si vede quanto soprattutto le prime si siano ridotte rispetto al PIL di circa 10% dal 2007 al 2012 (dal 36% al 26%), mentre le importazioni sono calate del 4% nello stesso periodo. Sempre di valori positivi si parla, ma le importazioni crescono relativamente più dell’esportazione. Irrompono i consumi interni.

D'altronde, con una popolazione sterminata, uno stimolo della domanda interna potrebbe avere effetti sulle variabili macroeconomiche inimmaginabili per intensità e ampiezza. Più che di moltiplicatore si dovrà parlare di dinamica esponenziale.

C'è una famosa frase attribuita a Napoleone: "quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà". Ora è sveglia, non c'è dubbio, e non poteva che svegliarsi con l'avvento della tecnologia moderna, informatica in primis: controllare, organizzare e gestire verso un'esplosione economica una tale massa d’individui sarebbe stato impossibile anche solo 50 anni fa.

Eppure bisogna ricorda che la grande crescita della Cina è soprattutto merito dell'Occidente. Sono state le imprese occidentali a portare tecniche e tecnologie che hanno reso prosperoso il Paese. Molta della ricchezza della Cina deriva dal processo di trasformazione delle idee occidentali in prodotti per il mercato occidentale. Senza le imprese occidentali, la Cina sarebbe forse ancora una nazione arretrata.

Si prendano i dati sui brevetti. Attualmente gli USA vantano più di 2.3 milioni di brevetti validi, mentre la Cina ne conta circa 875 mila; sono in attesa di giudizio circa 1.2 milioni di brevetti in USA e circa 60 mila in Cina. Insomma, è chiaro chi sia la nazione leader mondiale della tecnologia e che attrae il migliore capitale umano.

Inoltre, l'osservatorio del MIT sulla Complessità Economica pone la Cina 29° in classifica, prima di Panama e dopo la Spagna (l'Italia è 16°, gli USA 13°) nell'ambito della complessità delle relazioni su cui poggia la sua economia. E una maggiore complessità suggerisce più prospettive di crescere nel lungo periodo.

Vi è poi un altro elemento interessante. Se prendiamo i FDI ci accorgiamo subito come la Cina sia stata terreno di conquiste per gli investimenti stranieri, molto più di quanto la Cina abbia conquistato all'estero.

Secondo l'IMF, dal 2005 al 2012 la Cina ha costantemente aumentato i FDI fino a portarli a 100 miliardi di dollari l'anno nel 2012. Nello stesso periodo, i FDI verso la Cina, ovvero l'acquisizione di aziende cinese da parte di stranieri, sono passati da 100 a 300 miliardi di $. Ma nello stesso periodo gli USA hanno visto i capitali in entrata rimanere costanti intorno ai 200 miliardi di $ annui, aumentando però la quota verso l'estero fino a 400 miliardi di $. Insomma, mentre in Cina aumentava il controllo straniero sulle imprese nazionali, in USA crescevano il numero di soggetti che controllano imprese all'estero.

Cosa questo implichi nel lungo periodo è difficile a dirsi.

Un governo forte come quello cinese difficilmente si piegherà agli stranieri, per quanto denaro investano. L'assenza di uno stato di diritto sviluppato come quello occidentale può far pensare che questi investimenti hanno livelli di rischio superiori rispetto allo stesso investimento condotto in un Paese occidentale, e questo ne limita per certi versi il flusso. Eppure il rischio vale la candela: con un potenziale di 1.6 miliardi di consumatori (uno più, uno meno) nel medio lungo periodo, la Cina è una miniera d'oro per l'imprenditore oculato. Ma sarà mai possibile soddisfare il sogno di una classe media cinese senza distruggere il Pianeta o affamare i Paesi attualmente ricchi? Forse gli imprenditori di oggi si stanno ponendo questo problema: il rischio di un'escalation nelle normative a tutela dell'ambiente o di stampo protezionistico non è poi così basso.

Gli USA, con i suoi 300 milioni di consumatori sazi, sembrano continuare a puntare sulle stesse carte con cui gioca sui tavoli internazionali da 70 anni: tecnologia d'avanguardia e imperialismo (ora più economico che militare).

Siamo davvero così sicuro che il 21° secolo sarà dedicato al drago e non, ancora, all'aquila?

(fine)

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