Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
22 Gennaio Gen 2014 1316 22 gennaio 2014

Stein, Pinter e il culto del Padre


"Il ritorno a casa" di Harold Pinter, regia Peter Stein

Una sgradevolezza crescente, un senso d’imbarazzo tagliente, un disagio profondo, acuto, quasi da malessere.

Il Pinter de Il ritorno a casa messo in scena da Peter Stein e visto al teatro Palladium, nell’ambito della stagione del Teatro di Roma, è un allestimento preziosissimo.

Lo spettacolo, già presentato al Festival di Spoleto (in coproduzione con il Metastasio di Prato), è basato su un testo scritto nel 1965 dal futuro Nobel inglese: narra la leggenda che Stein vide la prima, a Londra, e da allora aspettasse il momento per allestirlo. Testo feroce, come spesso accade per Pinter, in quegli anni ancora “antropologico” più che “politico”, in cui le complessità dell’animo umano vengono fotografate al loro peggio.

Per raccontare Il ritorno a casa occorre fare qualche cenno alla trama. Interno piccolo borghese di Londra, più o meno anni Cinquanta: un padre, suo fratello, due figli vivono assieme nella stessa casa. Una notte torna il terzo figlio, nel frattempo diventato professore di filosofia negli States, con sua moglie. Stringatamente questo è il fatto.

Ma quel che importa, qui, non è certo la vicenda, né quanto si dice: ma la fitta trama di relazioni personali, di vessazioni reciproche, di non detto, di latente minaccia, di violenza trattenuta e poi conclamata, di mostruosità di tutti che diventa normalità. È una mostruosità che affonda a piene mani nei rapporti di genere. Pinter racconta una simbolizzazione del patriarcato dominante, mette in scena senza mezzi termini la sudditanza al Padre, dominatore e totalmente accentratore. A lui fanno capo, devotamente – seppure con dinamiche diverse – i tre figli, e anche il fratello, testimone e lacchè delle beghe dell’uomo. Il Padre, dunque, detta legge, impone la visione del mondo, spiattella sugli altri la propria dirompente e dilagante personalità. Non c’è scampo, se non sottomettersi al padre-padrone, capace addirittura di competere con i figli, gestendola, nella seduzione della figura femminile. Una donna vista ovviamente solo come “puttana” – l’unica categoria di donna concepita e concepibile nella (sotto)cultura occidentale – che deve essere di tutta la famiglia. E se pure sembra sia lei a prendere il potere (nel finale paradossalmente ribaltato: è lei che si siede nel “trono” simbolico, la poltrona del padre), in realtà la donna accetta la sottomissione, quel ruolo di puttana. È una “dominatrice” certo, ma nata dalla proiezione maschile, dallo sguardo dell’uomo, comunque subalterna in un clan che si ricompatta proprio attorno a lei.

Il testo mostra senza reticenze queste dinamiche di vera violenza, di sgradevolissima sopraffazione: è un mondo moralmente ed eticamente alquanto discutibile. Sarebbe da alzarsi, gridare, scandalizzarsi di fronte a quelle dinamiche umane. E invece sappiamo, purtroppo, quanto siano vere e vive, accettate e condivise, se non addirittura teorizzate: sappiamo quanto quel patriarcato reale e simbolico, violento e sboccato, eroticamente smodato sia presente in questa italietta boccaccesca. Ma quel gallismo, quel culto fallico, quell’idolatria del Padre opprimente è in realtà denunciato da Pinter proprio nel momento in cui lo svela acutamente, quando – anche grazie al sublime gioco registico – si intende quel che esiste al di là (e al di sotto) del testo. La comunità familiare, la “sacra famiglia” tanto difesa da Santa Romana Chiesa, è un coacervo di frustrazioni, di micro e macro maltrattamenti.

Su tutto e tutti, poi, le rovine della Guerra, il mito della Guerra mondiale appena conclusa: chi ha fatto la guerra, chi no; chi ha ucciso in guerra, chi no. Roba da uomini, la guerra…

Non ci sono vie d’uscita: non basterà la filosofia del figlio “colto”, fuggito solo apparentemente lontano; non basteranno il sorriso maligno e soddisfatto o le rivendicazioni economiche di lei per ribaltare il risultato. Il Padre è ancora là, anche se si inginocchia, nella sequenza finale, al pari degli altri, per invocare sesso.

Lo spettacolo non è facile: dura quasi tre ore, i ritmi a volte sono lenti, laschi, soffusi, salvo poi scattare in feroci accelerate. Eppure si resta avviluppati, in quella spirale vischiosa, in quella melassa di apparente evanescenza.

Peter Stein, da maestro qual è, fa esaltare le prove di un cast d’attori formidabile. A partire da Paolo Graziosi, disgustosamente folle, potente: entra in scena con passo deciso, minaccia col bastone, insulta, strepita, ricorda. Il suo Max, il padre, è un “Io” potente, ammorbante, assoluto, volgare: straordinario. Accanto a lui, contraltare minuzioso e maniacale, Elia Schilton, bravo come sempre, tesse una partitura di gesti trattenuti, un contraltare di ambiguità, di mezzi toni, sotterfugi, di sguardi irrisolti, di identità malate. Poi Alessandro Averone, nel ruolo del figlio Lenny, faccia da star hollywoodiana, toni stridenti, chiccheria vistosa, per un personaggio aggressivo e cinico, che potrebbe macerarsi in una omosessualità latente e malvissuta. Ancora Joey, un ironico Rosario Lisma, nel ruolo di un aspirante pugile già suonato, tonto e ottuso, ma capace di ridere raccontando come ha violentato una donna tra le rovine di una casa distrutta. Poi ancora il Teddy di Andrea Nicolini: un ruolo difficilissimo il suo. È il marito che assiste inerte alla seduzione e capitolazione della moglie, è il filosofo “evoluto” che non riesce ad affrancarsi, è il fallimento completo come uomo e come intellettuale. Infine lei, la donna, Ruth. È Arianna Scommegna: il modo in cui muove la testa, i microsussulti quando viene assediata; la seduzione che esercita esplicitamente; quel suo sedersi o quasi sdraiarsi sul divano, così erotico e malato; quegli sguardi che accalappiano gli uomini; quella nevrosi sottesa, che si esplica in un ricordare ostinato; quel cedere mercanteggiando fanno del suo personaggio un coacervo di implosione e complessità, di smanie trattenute e modi spicci, di potenza e fragilità.

A tirare le fila, di questo racconto, resta il bandolo di una matassa che è parafrasi evidente di un malessere tutto contemporaneo: Peter Stein, con Pinter, ha squarciato il sipario sul mondo infame del reale.

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