Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
24 Gennaio Gen 2014 1419 24 gennaio 2014

Fare un provino a Venezia


Il teatro Fondamenta Nuove di Venezia

Fervono già, a Venezia, i preparativi per il CarnevaleLo si capisce, anche, dalle vetrine delle pasticcerie dove spuntano già da giorni le fritole, le  “frittelle veneziane”, dolci sublimi (fritti con l’uvetta, appunto, ma anche ripieni di zabaione o crema). E fervono i lavori anche al Teatro Fondamenta Nuove, da sempre motore di iniziative culturali e spettacolari della laguna. Vera e vivace factory, lo spazio diretto da Enrico Bettinello, è diventato anche “casa” per alcuni artisti di rilievo della scena veneta e nazionale, a partire da Marta Dalla Via, fresca vincitrice del prestigioso Premio ScenarioIl teatro ha in cantiere un paio di iniziative molto curiose per il Carnevale.

Da un lato una stralunata e intrigante Conferenza teatrale di Zoologia Fantastica, lavoro liberamente ispirato all’affascinante "Manuale di zoologia" di Borges, interpretato dal bravo Andrea Pennacchi con la sonorizzazione – che si preannuncia davvero “fantastica” – di Enrico Coniglio.

Poi Women in Love, ovvero le Donne di Shakespeare, ripresa e rilancio di una fortunata produzione di qualche stagione fa, ambientata in un percorso all’interno di un bel palazzo veneziano. A dirigere entrambi gli spettacoli troviamo Giuseppe Emiliani: un gentiluomo del teatro, di cui ricordiamo numerosi spettacoli, con molto piacere, in particolare alcuni memorabili allestimenti goldoniani. Emiliani, in vista dello spettacolo shakespeariano, ha indetto un’audizione per attrici. E ho avuto il privilegio di sedere, nell’ombra, per due giorni e assistere a questa cosa strana chiamata “provino”.

Cosa è? Come definirlo? Chi ha visto certi film – da Chorus Line a retorico Cigno Nero fino al recente Venere in pelliccia di Polanski – ad esempio, se ne è fatto un’idea decisamente suggestiva, ma forse non così reale. Il provino è un incontro professionale, certo, tra regista e attore o attrice – un incontro senza rete, immediato, diretto, difficile. Ma è anche uno spaccato antropologico, sociologico, umano, decisamente interessante.

Al Fondamenta Nuove, ad esempio, abbiamo incontrato tante giovani donne, attrici professioniste, che hanno mostrato grinta, capacità, talento. E leggerezza, concretezza, praticità. Donne in viaggio, sradicate, apolidi: donne con la valigia sempre pronta. Disoccupate, in cerca di occupazione, impegnate in diversi allestimenti, fresche di diploma: il lavoro è la prima ansia, il primo problema. Hanno percorsi formativi diversi: si citano le scuole “maggiori”, dalla “Paolo Grassi” di Milano all’Accademia “Silvio d’Amico” di Roma, dalla scuola dello Stabile di Genova alla “Nico Pepe” di Udine, passando per le scuole venete, come l’Accademia Teatrale (molte provengono dalla regione) o da altre esperienze didattiche più informali.

Entrano in sala eleganti, infagottate, sempre con borse o sacche: una si è anche portata la fisarmonica. C’è quella più aggressiva, quella più disinvolta, la nevrotica, la timida, l’altera ed elegante, l’alternativa militante. C’è chi dà del tu al regista, spacciando sfrontatezza, e chi invece si tutela dietro un rigorosissimo “lei” o chi sussurrava appena. Una è al primo provino, e un’altra, invece, deve scappare via per raggiungere Siracusa, dove stanno provinando per il coro delle tragedie greche all’Inda. C’è quella che vuole fare cinema – e il bel viso, dai tratti delicati e incisivi, sembrerebbe adatto – e c’è chi scrive, chi traduce, chi ha studiato in Inghilterra e chi è appena tornata dalla Polonia o chi, russa, si è da poco stabilita in Italia. C’è chi riesce meglio, e agilmente passa – seguendo le suggestioni del regista – da un tono all’altro, da una sfumatura all’altra. C’è invece chi si “blocca” e solo dopo qualche sincero incoraggiamento riesce a dare il meglio di sé.

Giuseppe Emiliani, mi è sembrato accoglierle tutte gentilmente, con una breve chiacchierata, inseguendo ricordi, esperienze, spettacoli fatti o laboratori seguiti. Cercava, insomma, di mettere a proprio agio le attrici. Il regista aveva chiesto un breve monologo e una poesia. Era bello vedere poi come, ciascuna di loro, si trasformasse comunque, in quei brevi metri che dividevano la sala con il tavolino del regista dal palcoscenico. In quattro passi erano “altro”: salivano sul palco, prendevano possesso della scena. Pochi gesti decisi, una sedia da sistemare, un abito da cambiare, scarpe da mettere o da togliere – quanto sono importanti le scarpe! – un respiro, un attimo di silenzio. E poi via, si inizia. Ci si gioca il tutto per tutto. Un quarto d’ora, venti minuti ciascuna.

Ed ecco apparire Ofelia, Giulietta, Lady Anna, la Locandiera di Goldoni, Blanche del Tram chiamato desiderio, e ancora Salomè, Antigone, la signorina Julie. Risuonano i testi di Molière, Franca Rame, Berkoff, Kraus, Puskin, Manfridi, Cechov, Platone e molti altri. I monologhi sono feroci abissi in cui occorre nuotare bene per salvarsi: sono mondi che si aprono, e attitudini che si svelano.

Poi ci sono le poesie. Quanto è difficile dire i versi: ma è così bello, e inusuale, sentire poesia detta in scena. Non si usa più. Invece, in quei due giorni, ho avuto il piacere di riascoltare, che so, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Pavese, Raboni, Dante, Palazzeschi, Montale, o autori contemporanei più o meno conosciuti (su tutti Alda Merini e Szymborska, davvero “di moda” a quanto pare).

Non so chi, alla fine, dopo quei due intensi giorni di provini, Giuseppe Emiliani abbia scelto per il suo spettacolo. Lo scoprirò a Carnevale, in un palazzo veneziano.  

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