Gianmaria Tammaro
’O pernacchio
26 Gennaio Gen 2014 1235 26 gennaio 2014

La crociata di chi, a 22 anni, vuole vivere scrivendo

I miei, per esempio, non ne vogliono proprio sapere di vedermi dietro ad una tastiera a scrivere tutto il giorno. Per loro, come per moltissimi altri genitori, l'importante - alla mia età - è prendersi una beneamatissima laurea, mettere la testa apposto e trovarsi qualcosa (un posto, un lavoro, un'occupazione) che possa farmi (soprav)vivere - e che non debba piacermi per forza. Figuratevi quando gli dico che scrivo di cinema o che vado a questo o a quell'evento; o che, nel sociale, sono attivo - sicuramente più attivo della media dei miei coetanei qui a Napoli. Figuratevi quando gli ho detto che il 16 Novembre c'ero anche io tra quei pochissimi di #fiumeinpiena che hanno organizzato una manifestazione da 100mila persona; e figuratevi quando gli ho detto che Pif, a Napoli, l'ho portato in giro io. La risposta tipo, e nemmeno tanto tipo, è stata: «e quindi?» Come a dire: tutti lo potrebbero fare, che ti credi?
E questo solo dal punto di vista familiare. Con gli editori, con quelli che - in teoria - potrebbero darmi da mangiare, la storia è ancora più difficile. Ringraziando Iddio, o chi per lui, ho trovato chi mi ha dato fiducia e spazio: ho trovato un paio di giornali su cui ho un blog, un altro che mi paga e un altro che mi assiste - secondo le cosiddette regole del gioco - nella terribile impresa di prendere il tesserino da pubblicista. Che - lo ammetto - avrei potuto ottenere molto più facilmente frequentando uno di quei mega-corsi costosissimi a Roma e dintorni, sponsorizzati dall'Ordine e seguiti da tantissime testate. E che, invece, ho preferito ottenere così: sudore e impegno, che i soldi - quei maledetti - non ci stanno. 
Perché la storia, solita, trita e ritrita, del "basta la passione" mica è vera. È vero dire che anche la passione serve, che senza la passione diventa molto più difficile ottenere le cose (tutte, senza nessuna distinzione). Ma non è una regola. Non lo è assolutamente. Io, da parte mia, rompo le palle - devo: le fracasso a chi devo intervistare, a chi deve prendersi o anche solo leggersi i miei pezzi; e a quelli che, sfortuna loro e fortuna mia, mi ritrovo ad avere per collaboratori quando organizzo certe cose - certi eventi. Lavoro anche in un cinema, mentre studio e scrivo. Contratto, tutto in ordine: prendo quello che prendo; quello che mi serve - e non basta - per finanziarmi. Ho questa amicizia bellissima coi Jackal, che pure se piccoli, indie e giovani come me, mi ripagano del mio lavoro come addetto stampa; che mi hanno permesso di essere, pure se non ci conosciamo da tantissimo, uno di loro - così, almeno, mi piace pensarla.
E chi lo va a dire in giro quanto sacrificio e quanta costanza servono per ottenere pure in minima parte quello che ho io oggi: dall'esterno, sembra tutto facile. Tutto dovuto, tutto già scritto. E invece. Invece no, invece bisogna impegnarsi ogni santissimo giorno. Col sudore e con pazienza (che io, immagino per carattere, non ho quasi per niente). Torno a casa tardissimo, mi sveglio presto; quelle poche ore disponibili che ho le passo scrivendo o - di nuovo - studiando. E mi capita anche di incontrare amici - amici che mi sembrano appartenere ad una vita fa - che escono e che si divertono, e che mi chiedono: «che stai facendo?» Io li guardo, abbozzo un sorriso e gli rispondo: «ci sto provando. Ci sto provando veramente».

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