Il prossimo ex-precario
29 Gennaio Gen 2014 0250 29 gennaio 2014

Cosa ci ha insegnato Dungeons & Dragons?

Me la ricordo l’estate del 1996. A Madrid gli AC/DC scuotevano Plaza de Toros, Michael Johnson faceva impazzire milioni di telespettatori (tra cui me) alle Olimpiadi di Atlanta con uno dei record più immaginifici della storia e a Kabul l’assedio dei talebani terminava con la presa della città.

Io invece ero nell’Hertfordshire, alle prese con l’inglese e la mia prima vacanza studio. Da solo, a quattordici anni appena compiuti e con una libertà mai sperimentata prima davanti agli occhi. Pochi giorni prima a Edimburgo, 600 chilometri a nord del college in cui mi avevano mandato con grande sforzo i miei genitori (non sono mai stato facile da convincere a provare cose nuove), era nata Dolly, la pecora clonata che, per quelli della mia generazione, ha significato l’inizio del futuro.

Ma quell’estate la ricordo per un’altra scoperta, diventata tappa fondamentale della mia maturazione: Dungeons & Dragons.
Quando me lo proposero mi apparve più come un reato che come un divertimento e, da pavido qual’ero, tentennai un po’ prima di accettare. “Stanotte giochiamo in camera da me?”. “Ma a cosa?” chiesi nella mia ignoranza mista ad ingenuità. “A D&D, vedrai, ti piacerà”. Mai parole furono più veritiere.

La scelta di organizzare questa e le successive riunioni ludiche nottetempo era una necessità dettata dai ferrei orari delle lezioni di inglese, misti ai programmi ricreativo-sportivi. Nei primi giorni, dopo le mattinate passate con il mantra del “listen and repeat”, avevo giocato a calcio, a pallavolo, a pallacanestro, ma da quando draghi, elfi e chierici irruppero nella mia vita, io e i miei nuovi quattro amici cercavamo di schivare qualsiasi altra attività che non fosse rinchiudersi al buio in una camera (anche se erano le due del pomeriggio tiravamo comunque giù le serrande per creare più atmosfera) e giocare con la fantasia e i dadi.

Mi ricordo la spiegazione introduttiva del Dungeon Master, i punti vita, le diverse razze (io scelsi l’elfo), la forza, destrezza, costituzione, intelligenza, saggezza ed il carisma da far aumentare. Ho ancora impresso quello schermo di cartone che ci separava dall’ideatore di tutto, il nostro dio per quelle ore che definire di svago sarebbe riduttivo. Ci mettevamo concentrazione, forza, maledizioni ai dadi, sofferenza quasi fisica quando un goblin affondava la lama di un pugnale nella gamba di un nostro compagno di avventura. Noi quattro, chiusi in una stanza buia di un college inglese, non eravamo più un branco di adolescenti brufolosi, diventavamo una squadra di valorosi alla ricerca di un amuleto o una spada magica in terre lontane e vivide. Senza bisogno di schermi piatti e joystick, solo con il fruscio di poche parole sussurrate al momento giusto e un tiro di dadi per sapere cosa ne sarebbe stato della tua vita. Ascoltare la voce del DM era come assistere ad una nuova e infinita creazione, un pugno di ragazzini che ci metteva il cuore e la stessa passione di un eroe consumato dalle prove della vita.

La voce delle nostre giocate notturne si sparse rapidamente. La terza sera un ragazzo venne ad assistere come pubblico, sognatore senza portafoglio di un mondo che inventavamo noi. Un pomeriggio uno degli animatori ci venne a prendere per le orecchie perché avevamo “marinato” il basket per venire a giocare, la notte successiva lo stesso animatore, facendo il giro delle camere ci sorprese ancora intenti a battagliare contro qualche mostro magico. “Ancora qui?! Dovete andare a dormire!”. “No, dai, è l’ultima sera, dobbiamo finire la storia!” supplicammo noi e lui, intenerito o più probabilmente mosso a compassione per l’infantilità della nostra richiesta, non solo ci lasciò giocare fino al mattino successivo, ma si mise anche di guardia fuori dalla porta, pronto ad avvisarci nel caso fossero arrivati altri suoi colleghi meno comprensivi.

La mia vita da giocatore (e poi DM) di Dungeons & Dragons iniziò così, lontano da casa, libero dalle regole in terra straniera così come libero di far correre la mia fantasia di adolescente in un mondo magico. Giocai molte altre volte, alcune memorabili, altre da dimenticare (il fastidio di giocare con persone che non prendono seriamente il tutto è apocalittico), ma quell’elfo con 15 punti vita, abilità infrarosso per vedere di notte e uno spadone nero magico con bonus di attacco +2 resterà sempre nel mio cuore.
La vita va avanti e D&D quest’anno compie 40 anni esatti dalla sua prima edizione, una storia che merita di essere conosciuta, magari leggendo il bell'articolo di Jacopo Colò. Buon compleanno e un augurio di buona sorte per le vostre storie migliori ancora da vivere.
Con 1 d20 sempre a portata di mano.

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