Gianmaria Tammaro
’O pernacchio
29 Gennaio Gen 2014 0845 29 gennaio 2014

Italia, paese alla deriva in un mare di olio d'oliva

Che incredibilmente fa anche rima. L'olio, l'oliva e l'Italia, come il Buono, il Brutto e il Cattivo di Sergio Leone. Si ritorna a parlare del prodotto nostrano dopo un articolo/cartonato del New York Times, che con qualche schizzo e qualche schema spiega ai suoi lettori che non tutto l'olio che arriva sulle loro tavole, e che viene spacciato per olio d'oliva extra-vergine, è veramente italiano. Il più delle volte, quasi sette volte su dieci (il 69%, volendo essere proprio precisi), si tratta di materiale contraffato: di una miscela esplosiva - per così dire - di varie olive provenienti dal resto d'Europa (Spagna) e del Mediterraneo (Marocco e Tunisia) e messe insieme a - indovinate un po' - Napoli. Dove un team di carabinieri addestrati, somelier dell'extra-vergine, vigila e arresta i contrabbandieri. Che chiaramente sono pericolosi camorristi, pronti a tutto - pure a mentire agli americani - pur di incassare qualche euro in più. 
Il fatto sarebbe un suicidio: un suicidio economico, voluto da quegli stessi imprenditori che oggi stanno rischiando il fallimento. Perché allo Zio Sam non si dicono bugie. Lo Zio Sam sa sempre quando una cosa è vera o no, e le fonti - queste sconosciute - possono anche non essere citate. Perché, appunto, è lo Zio Sam a puntare il dito contro. L'articolo, che forse articolo non è, è scritto da Tom Mueller e arricchito dai disegni di Nicholas Blechman (l'unica cosa, se mi permettete, che vale la pena di vedere). Il made in Italy viene messo ancora una volta a dura prova: e il dito viene puntato contro Napoli chiaramente, il porto che ospiterebbe l'arrivo dell'olio. Che il NY Times definisce «extra vergin suicide», un richiamo più o meno esplicido al libro The Virgin Suicide, poi diventato anche film di Sofia Coppola.
Imprenditoria corrotta e criminalità: sono questi i responsabili principali di questa truffa. Olio non extra-vergine ma tagliato come la peggiore delle droghe, e rivenduto a quei bonaccioni degli americani: che per la prima volta, volgendo lo sguardo sull'Italia, scoprono che non tutto è oro quello che luccica. E che arriva sulle loro tavole. Dei ristorantini messicani e spacciati per italiani, però, nessun accenno. E nessun accenno neppure alla mozzarella (formaggio?) che negli States ha ampissimo mercato e che passa per Made in Italy. Niente nemmeno sulla fiorentina e sulle arance, e sulle salse che vengono rivendute come prodotto nostrano. Tutto il problema è l'olio - solo quello. 

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