Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
30 Gennaio Gen 2014 2241 30 gennaio 2014

A Udine va in scena la fine del mondo secondo Spregelburd


Furia Avicola, di Rafael Spregelburd; foto di Giovanni Chiarot

Che poi dire di un autore che è un genio, non è tanto una “critica” seria. Ma come si fa a non dirlo di Rafael Spregelburd?

È un genio, un genio del nostro tempo, e basta. Potrebbe finire qui la recensione di Furia Avicola, la nuova divertente e irriverente incursione dell’argentino sui nostri palcoscenici.

Sempre affiancato dalla solida e brava Manuela Cherubini – cui il teatro italiano deve molto proprio per la scoperta delle scritture e delle realtà teatrali argentine – Spregelburd ha presentato con grande successo, Furia Avicola a Udine, grazie al sostegno produttivo del vivacissimo CSS e della compagnia Fattore K, affidandosi a un agguerrito manipolo di attori provenienti da varie parti d’Europa.

Cosa ha di geniale Furia Avicola?

Semplicemente che, dietro l’apparente evanescenza di dialoghi quotidiani; dietro e al di là dell’impianto scenico basico; dietro una recitazione costantemente controllata eppure esplosiva, destabilizzante e inquietante, si cela un furioso attacco alle ultime certezze dell’Occidente.

Tempo fa, era uscito un bel saggio (sul volume “Prospettiva”, curato da Fabrizio Arcuri dopo l’omonimo festival torinese) in cui Spregelburd si interrogava – e ci interrogava – sul rapporto tra centro e periferia: laddove il centro è la “vecchia e cara” Europa e la periferia sarebbe per l’appunto l’Argentina, ossia il resto del mondo. Da quella prospettiva, dunque, Spregelburd metteva in seria discussione l’idea stessa di centralità, svuotandone l’arroganza e la supponenza. Di fatto, l’eurocentrismo, che si è espresso nel feroce colonialismo, è tuttora vivo e presente, sottopelle, in forma di habitus, o – per usare un’altra categoria nota – di sovrastruttura culturale da cui è difficile prescindere.
Spregerlburd, che non ha il timore reverenziale per la Storia, per i Padri, per i Maestri, per il Passato (e via con tutte le maiuscole che volete), ci spiattella in faccia la fine comico-grottesca dei nostri falsi miti. E ci vorrebbe forse Zizek, con i suoi riferimenti (da Lacan a Marx) per affrontare compiutamente lo sguardo così complesso, articolato nei mille rivoli, nelle mille possibilità, che Spregelburd offre sul tramonto dell’Occidente, sullo svelamento – ironica apocalissi – dei suoi consunti e vetusti meccanismi nell'era dell'ultima modernità.

In Furia Avicola, l’autore e regista argentino mette assieme tre capitoli, tre quadri di una sostanziale e sostanziosa danza macabra: è un balletto di morte, tra una risata e l’altra, che svela la fine contraddittoria del sopruso culturale, del concetto di Arte, ma mette anche in parodia l’autoritarismo della Lingua, e infine la dittatura del dio-denaro. Tre situazioni, dunque, apparentemente scollegate, che invece svelano rimandi interni, tensioni comuni: quadri di una esposizione dell’umana tragedia, colta in istanti diversi di un spasmodico quanto inutile tentativo di sopravvivere a se stessa.

Allora, il primo quadro – magnificamente illuminante – prende spunto da un episodio vero. Una signora, Cecilia Giménez, vicino a Saragoza, si diede da fare, con zelo e passione, per “restaurare” da sola un Ecce Homo, un affresco raffigurante la passione di Cristo, della cappella di Borja. Il risultato fu imbarazzante, tragico per quanto grottesco, ma divenne un caso mediatico e “artistico” notevole. Lo spettacolo si apre con le immagini di repertorio, tradotte in simultanea, e poi si sposta in un ristorantino francese dove due dottissimi giovani professori disquisiscono sul senso dell’arte. Una infervorata discussione su cosa è – e forse sarà – arte. Lei sostiene le ragioni della Giménez chiamando in causa l’Art Brut e Wharol; lui è fermamente contrario. Ma la fumosa eppur avvincente dissertazione assume poi un tono ancora più surreale, quando lei – approfittando del fatto di essere rimasta sola al tavolo per un attimo – fa un uso decisamente improprio di una candela messa in tavola e poi, quando la diatriba sta riprendendo, con l’arrivo di una studentessa bocciata e di suo padre, “immigrato” portoghese. Allora, la squisita analisi critica, la raffinata elucubrazione sull’arte diventa violenta accusa, difesa di territori, legittimazione di casta accademica, distanza, differenza e prevaricazione cui risponderà, con saggezza e mistero, proprio il padre della ragazza.

Nel secondo, brevissimo quadro, si parte da una situazione di “traduzione simultanea”: una infilata di interpreti da più lingue affrontano un discorso complicato e inconcludente, in cui si avvertono echi de La fattoria degli animali, ma anche di improbabili analisi di un videogame come Angry Byrds. Le lingue si mescolano: il portoghese, il turco che diventa presto un canto sconclusionato, un divertentissimo e improbabile dialetto eugubino, un francese appena accennato e snob, e un siciliano che va da tutte altre parti. La babele delle lingue si sfrangia ancora di più, si riverbera in mille incomprensioni, in sbandamenti semantici, in sistemi sempre più destrutturati, in glossolalie inconcludenti.

Infine, con un breve cambio scena, il terzo quadro: burocrazia e denaro al centro di questo episodio (primo capitolo di un altro testo, Tutto, visto anche in Italia nell’allestimento di Alessio Nardin). All’interno di un ufficio, tra piccoli giochi di potere e irrisolte dinamiche relazionali, si celebra lo “spreco” tutto occidentale, lo scarto, il sovraccarico di ricchezza che va eliminato in spazzatura. Il valore del denaro, della merce, della vita: temi cari allo scrittore argentino, che qui non esita a radicalizzare la sua posizione, svelandone l’assoluta vacuità e contraddittorietà. Lo spettacolo, si è detto, gode di un impianto basico: uno schermo sul fondo, per proiezioni video che contrappuntano, spiegano, contestualizzano. Due tavolini, variamente utilizzati.

E infine gli attori, che sono molto, ma molto bravi. Lo diceva Luca Ronconi: i testi di Spregelburd non vanno presi sottogamba, servono attori di grande qualità. E qui, diretti dallo stesso autore e Manuela Cherubini, gli interpreti sono al loro meglio. La recitazione è tesa, nervosa, sempre al limite tra normalità e inquietante distorsione. C’è una ferocia sottesa, un graffiare stridente, uno scartare continuo tra distesa simpatia e aggressività. Ritroviamo, con grande piacere, una attrice notevolissima come Laura Nardi: dopo aver lavorato con Nekrosius (la ricordate come Nina nel Gabbiano?), con Ronconi e altri, qui si riprende la scena da intelligente protagonista, senza strafare, ma tenendo continuamente sotto scacco le possibilità di una “normalità” impossibile, faticosa, stralunata. Ecco Deniz Ozdogan (già Giulietta e ora Miranda diretta da Valerio Binasco), con la sua prorompente surrealtà, con quella capacità di essere continuamente imprendibile, non codificabile, ma anzi sorprendente. E ancora Amândio Pinheiro, solida presenza eppure capace di dare inquiete possibilità ai suoi ruoli: prima il padre portoghese cui dà un tocco di amara consapevolezza, poi l’interprete divertito, infine il capo ufficio ambiguo e sorridente. Fabrizio Lombardo, nevrotico come professore d’arte, machissimo e sicilianissimo come “interprete” alle prese con una telefonata della madre e infine destabilizzante destrutturatore che tutto getta nel terzo episodio. Sono mostri, questi personaggi, senza via di scampo: a loro fa da contraltare armonico e bellissimo, l’elegante presenza di Rita Brütt distaccata figura femminile – prima come giovane studentessa, poi come utente dell’improbabile burocrazia – vittima sorpresa e forse sacrificale della mostruosità altrui.

Resta da dire che lo spettacolo è una fioritura della prestigiosa Ecole des Maitres, organizzata come sempre dal CSS, di cui Spregelbrud è stato maestro e cui presero parte tutti e cinque gli interpreti. E resta il fascino di questo titolo ambiguo: Furia Avicola, rimanda, in un’ultima battuta, alla famosa influenza aviaria, tanto temuta e mai arrivata. Ma, con una inattesa contemporaneità, fa pensare anche alla colomba papale, attaccata da un corvo e da un gabbiano appena liberata. E gira per la testa, a ripensarci, un fortunato titolo di Zizek, che ben si presta sia per l’episodio di piazza San Pietro, sia per lo spettacolo di Spregelburd: benvenuti nel deserto del reale…

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