Raja Elfani
Gloβ
3 Febbraio Feb 2014 1926 03 febbraio 2014

Gli sceriffi dell'arte

Dopo due mesi, è stata finalmente rimossa la scultura abusiva del Circo Massimo e Artribune se ne congratula.

L’autore di quello che poteva sembrare un brutto scherzo, Francesco Visalli, si è accaparrato lo spazio pubblico e non ha scelto una location a caso: in pieno centro storico, più esattamente sul belvedere del Piazzale Ugo La Malfa, ha piantato un pesante monolite secondo lui ispirato a Mondrian che prende a schiaffi i Campitelli.

Oltraggiati da cotanta tracotanza, quelli di Artribune, la rivista d'arte online che si fa vanto del primato dell’informazione culturale in Italia, hanno preso in mano il caso e avviato una campagna per la rimozione.

La motivazione di Artribune, si legge dagli articoli rivolti inizialmente al MIBAC, è “danno al decoro urbano”, al che il Comune ringrazia per la segnalazione e finisce per mandare una gru.

Ma ciò che non passa inosservato è che la rivista d’arte più trendy moraleggi contro la bruttezza, esattamente come nel passato le riviste condannavano l’avanguardia in nome del buonsenso, invece di meditare spassionatamente sul gesto di Visalli.

Visalli ha scavalcato (male) la decadenza istituzionale italiana per acquisire visibilità, ma l’operazione che ha organizzato è pur sempre riconducibile a tante iniziative riconosciute come artistiche dalla critica, come la Street art - ormai più che approvata.

Visalli come gli street artists lanciati da galleristi internazionali si servono dello spazio pubblico come mezzo, e non come fine come facevano i Futuristi in chiave provocatoria (oggi comunque obsoleta) nel primo Novecento.

Dunque, la vera domanda è: chi decide quali interventi devono permanere e quali no negli spazi pubblici?

Se Visalli è un vandalo, teoricamente lo è anche William Kentridge che Artribune promuove dall’altra parte.

Non spetta alle riviste d’arte né ai galleristi decidere quale arte può occupare il nostro spazio pubblico, ma alla Storia.

E, proprio perché il processo storico è lungo, serve un comitato che deliberi quale deve essere l’arte pubblica oggi ma su delle basi scientifiche, non commerciali.

Ieri appunto è stata votata la Consulta per l’arte contemporanea. Ma neanche qui l’operazione ha una base ufficiale: una giuria spontanea ha eletto personalità del mondo dell’arte in modo arbitrario, cioè senza partire da un progetto estetico stabilito.

Prima di essere d’accordo o meno, prima di votare per dei rappresentanti, gli elettori come in politica devono sapere qual è la linea ufficiale culturale italiana. Sennò non è democratico.

Inoltre, questa consulta vorrebbe influenzare le decisioni politiche quando dovrebbe essere il contrario: la linea ufficiale deve venire dall’alto. Purtroppo in Italia non c’è una politica culturale dichiarata e questo autorizza riviste, galleristi, curatori a competere per il potere culturale.

Così, anche Artribune si mette a fare la parte delle istituzioni, esattamente come Visalli si autodefinisce artista.

Insomma totale anarchia. I ruoli non son definiti.

Resta certo che Visalli va condannato per vandalismo ma dalle autorità, e il suo gesto non va affatto giudicato dal punto di vista estetico come ha fatto Artribune che vorrebbe fare il bello e il cattivo tempo.

Occupare lo spazio pubblico è entrato nella prassi protestataria oggi, e l’assessore alla Cultura Flavia Barca ha pensato bene di invitare Visalli, oltre a pagare la multa, a spiegare le sue motivazioni. Cosa che scandalizza Artribune, ma Visalli sarà ricevuto da semplice cittadino non certo con gli onori di un grande artista.

Non contento, Artribune esige su Twitter di essere ricevuto a sua volta e l’assessore non può che accondiscendere.

Ma Artribune non aveva misconosciuto la gestione culturale pubblica attuale? Una rivista che vuole prendere il posto delle istituzioni? Allora sta andando oltre i confini giornalistici.

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