In medias res
3 Febbraio Feb 2014 1557 03 febbraio 2014

Quando muore un artista

Stamattina, durante il rito del caffè+quotidiano online, è successo qualcosa che raramente mi accade prima di mezzogiorno, ho parlato. Più precisamente ho esclamato un “noooo” (che non è un “no!” né un “no”; è una storpiatura della negazione italiana prolungata a significare sconcerto).

Ho letto della morte di Seymour Hoffman.

Dopo aver scorso i dettagli ho chiuso le varie pagine web che avevo aperto e ho cominciato a lavorare, a scrivere. Il pensiero della vicenda, però, non mi ha abbandonato e mi ritrovo ora, sono le 16 circa, a pensare esattamente a cosa mi è rimasto piantato nel cervello di quanto accaduto. La fine per overdose? La famiglia che aveva? Qualche altro particolare mondano? (della serie “anche i ricchi muoiono”). No, niente di tutto questo.

Continuano a venirmi in mente i suoi personaggi. Perché Hoffman era soprattutto un grande caratterista e i suoi personaggi avevano l'ambizione (quasi sempre riuscita) di imprimersi a fuoco nell'immaginario dello spettatore. The Master, Doubt, Magnolia, Capote sono solo alcune delle sue migliori interpretazioni.

Il cinema è ancora oggi il medium più potente per certi tipi di rappresentazioni. Televisione e web sono sicuramente più onnipresenti, ma il cinema è qualcosa di più, è un'arte di cui ci può servire per mettere in scena dalla commedia più becera (e universalmente comprensibile) alla rappresentazione più raffinata e iper-connotativa (e quindi solo per pochi). E ancora, potete godere del cinema ovunque: in tv, sul web o in sala. Il cinema è il grande deposito del nostro immaginario finzionale (e non). Televisione e web sono apparati che hanno sviluppato una propria estetica solo in parte (e molta parte di questa è direttamente referenziata al cinema).

Per tutto questo noi pensiamo sempre il cinema. Se dobbiamo fare un viaggio in un paese sconosciuto evocheremo scene di film (anche solo vagamente collegate al luogo in questione), se iniziamo una nuova storia d'amore ci serviremo del “nostro” cinema (quello che meglio si incastra con la nostra età anagrafica e i nostri gusti), se ci lanciamo in una nuova avventura professionale idem... e via dicendo, scegliete l'argomento e pensateci.

Per queste ragioni viene da sé che i personaggi che popolano quell'immaginario che evochiamo ci siano particolarmente cari. Noi viviamo di cultura, di rappresentazioni (che sono, soprattutto oggi, i “segnaposto” della cultura, i tematizzatori). Definiamo il mondo con le differenze e con la possibilità che abbiamo di astrarre. Per parlare di un martello non abbiamo bisogno di mostrarne uno, ci affidiamo al nostro immaginario che ci dice tutto quello che il martello può essere (e quindi fare) e tutto quello che non può essere.

Ecco perché gli attori sono personaggi importantissimi della nostra società. Sono i protagonisti delle nostre storie. E le storie da sempre fanno l'uomo. Oggi, però, con il cinema, le storie sono ancora più importanti perché contribuiscono ancora di più a formarci e a formarsi insieme a noi.

Seymour Hoffman ha interpretato spesso uomini alle prese con momenti e scelte difficili. Ha prestato la sua arte alla rappresentazione dell'angoscia, del dramma, del dolore. E' stato parte integrante di storie difficili, problematiche, provocanti; il pensiero dopo un film ha avuto quindi spesso la sua faccia, le sue movenze, quel suo fare un po' naif da cui però poteva uscire l'intero gradiente delle emozioni umane.

Certo sono solo storie, eterne per definizione, ma anche umane. Ed è forse questo che colpisce quando cade una maschera: ci accorgiamo che per quanto brava era umana, e quindi doveva, prima o poi, finire.
Tutto ci sopravvive, persino le nostre emozioni.

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