Alessandro Paris
Margini
3 Febbraio Feb 2014 2120 03 febbraio 2014

Teologia ebraica. Una mappatura

Il libro di Massimo Giuliani Teologia ebraica. Una mappatura (Morcelliana, Brescia 2014) offre al lettore la possibilità di percorrere un itinerario di scoperta nella variegata e non facilmente sintetizzabile articolazione della riflessione di secondo livello sulla fede del popolo dell’alleanza e del patto lungo la sua storia. L’autore, docente di pensiero ebraico all’Università di Trento, nel commentare il titolo esplicita nell’Introduzione il suo intento: In questo libro «Non si tratta né della teologia ebraica, né di una teologia ebraica in particolare, e non vuole determinare o in-determinare un sapere o una disciplina; [esso] vorrebbe piuttosto tracciare una serie di percorsi che nella (…) storia del popolo ebraico hanno sviluppato idee, dottrine e credenze che in senso lato chiamiamo teologiche» (p. 5). Ma la lettura del volume mostra che, al di là di questo schermo di umiltà, non si offre una semplice “guida turistica per curiosi”, sia perché la sua lettura (e il suo studio) richiedono per il lettore non specialista un certo impegno, nonostante lo stile chiaro e a tratti avvincente, sia soprattutto perché lo impegnano in una esperienza ermeneutica che suscita un coinvolgimento “spirituale” e che avvia il desiderio, se non di immergersi nel territorio indicato, almeno di frequentarne più attentamente qualche paesaggio, continuando a studiare. Il lettore avvezzo allo studio teologico o filosofico, specie cattolico, troverà forse un po’ poco chiaro verso quale referente polemico l’autore voglia indirizzare la propria mappatura: manca infatti una definizione di “teologia” non ebraica, rispetto alla quale la teologia ebraica dovrebbe caratterizzarsi. Si potrebbe essere così indotti a presupporre che l’unità di quella ebraica, già a partire dai testi della letteratura rabbinica (Mishna, Talmud, Midrash), sia data dall’opposizione distintiva alla «categoria moderna di teologia» (p. 33), al «nostro termine/concetto di “teologia”» (p. 34), mentre si è invitati a «riformulare quel concetto alla luce di una tradizione molto diversa da quella cristiana occidentale» (ibidem). Di fronte a queste affermazioni forse sarebbe stato opportuno esplicitare maggiormente questo referente oppositivo, per non dare l’impressione di sottovalutare il pluralismo insito nella tradizione teologica cristiana occidentale, e non rientrare troppo facilmente nello schema Atene vs. Gerusalemme, che d’altra parte l’autore sottolinea in più punti come inadeguato ad una comprensione attenta del discorso teologico ebraico. Ma forse questa riserva critica fa parte dell’effetto di spiazzamento iniziale di chi non si avvede che è proprio la “cosa stessa” a non potersi riassumere in una semplice opposizione bipolare del tipo aut aut, se non mantenendosi a un livello estrinseco al cammino teologico che l’autore compie e al quale invita il lettore. Il carattere del pensiero ebraico, infatti, che ha nella Bibbia e nel Talmud il suo canone, è quello di postulare l’uso di quelle stesse regole ermeneutiche che fanno già parte del contenuto teologico stesso di quel depositum. A partire ed entro questa fonte, la prassi e la riflessione ebraica successiva esibiscono un pluralismo connaturato all’esigenza di sempre di nuovo domandare il senso della propria identità come popolo nella storia. Teologie ebraiche dunque, pluralismo ermeneutico nella cornice di un comune riferimento a un nucleo testimoniale, come modalità propria in cui si specifica il lemma al singolare teologia; teologie/a indirizzata inoltre non a parlare innanzitutto di (un) Dio già predeterminato alla luce di una ragione estrinseca al rapporto di vita e di pensiero del popolo ebraico, ma rivolta ad autochiarificare la propria identità, di volta in volta, nei vari contesti e nelle varie crisi storiche in cui quel popolo vive la sua fede nella pratica e nell’ascolto della Torah. La teologia ebraica, come ricorda Louis Jacobs, ha quindi il compito di «comprendere più a fondo il significato della religione ebraica lavorando sull’eredità ricevuta e facendo i conti con i problemi posti dal pensiero moderno» (pp. 14-15). Il libro comincia presentando una ricognizione che va dalle fonti bibliche e talmudiche, passando per l’epoca post-talmudica, nella quale fiorisce la tradizione dei responsa – vivente e mai terminabile scambio tra domande sempre nuove e risposte attualizzanti – e poi si apre sui commentari medievali (in cui ciascun commento è interno al farsi del testo del canone biblico-talmudico), e ancora sulla teologia ebraica del IX-XIII secolo, nella quale spicca Maimonide, massimo esempio della simbiosi feconda tra le culture di una parte e dell’altra del Mediterraneo. L’autore ci invita in seguito a lambire una miniera di tesori della speculazione e della mistica del «medioevo ebraico», fino alle soglie della modernità, che vede spiccare le varie scuole della Qabbalà e della Chassidut, dell’Haskalah, dell’ebraismo tedesco e americano, israeliano, italiano… Una mappatura concettuale, ma attraverso quella geografica e storica, che si scandisce tra esilio e integrazione, e vive, nella contemporaneità successiva al trauma della Shoà, della tipica dialettica tra Israele e Diaspora. Dialettica che a ben vedere scandisce la stessa dia-teo-logica dell’ebraismo: teologia della narrazione e della testimonianza, della memoria e del trauma, della domanda e della risposta, della mistica e della politica. Dove le congiunzioni non sono né endiadi né alternazioni, ma sempre «incroci nel cuore di un chiasma» (Levinas). Nel capitolo finale l’autore ci riporta al nucleo originario della sua intuizione espositiva, ispirata all’insegnamento del maestro Paolo de Benedetti. C’è sempre, nel pensiero ebraico un davar acher, un’aggiunta di senso ineludibile che ogni nuovo lettore è chiamato a portare al commento dei testi e che rende impossibile il loro sequestro totalizzante in un eidos idolatrico. Questa eccedenza rispetto a qualsiasi chiusura, per cui anche la definizione del suo statuto epistemico risulta impossibile, dispiega il vero senso per cui la teologia ebraica, a parere di Giuliani, è da considerarsi aperta: «un mix di tutto questo [che precede] e un quid di altro» (p. 269). L’autore suggerisce che nella teologia ebraica sono presenti sempre, a qualsiasi latitudine geo-teologica, due elementi caratteristici. Il primo è la dialettica cesura/continuità: cesure storiche e scismi dottrinali che tuttavia si ricompongono in maniera nuova e creativa, secondo una modalità peculiare di resistenza-per-la-vita (ebraica e non solo). Infine, secondo elemento, vi è la dialettica idolatria/monotesimo, che impegna il pensiero ebraico in una permanente lotta antiidolatrica, nella prassi e nella teoria. Al libro si accompagna una bibliografia per chi volesse proseguire nello studio, e siamo sicuri che questo avverrà. Non ci si munisce di una mappa se non per continuare a viaggiare.

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