E ora qualcosa di completamente diverso
4 Febbraio Feb 2014 1105 04 febbraio 2014

I Decreti cinque stelle

Gli episodi di questi giorni che hanno visto protagonisti i deputati del Movimento 5 Stelle sono gravi ma toccano, forse senza volerlo, questioni che sarebbe bene affrontare.

Tra queste una in particolare mi stupisce non sia stata discussa nemmeno contestualmente ai dibattiti sulla legge elettorale, pur essendone strettamente legata, quella dell'azione di governo. Pensare che per avere la governabilità bastino i numeri e un vincitore chiaro è un'illusione. Vi ricordate i numeri delle elezioni del 2008?

Lo snodo tra le polemiche grilline e l'attività di governo, disciplinata dalla legge 400 del 1988, è rappresentato plasticamente dal decreto legge, l'atto con forza di legge che il governo può adottare “in casi straordinari di necessità e urgenza” e che ha assorbito in maniera esemplare la schizofrenia di un ordinamento in bilico tra l'impostazione assembleare delineata in costituzione e la necessità degli esecutivi di ritagliarsi uno spazio di azione preferenziale come la decretazione d'urgenza. Decretazione d'urgenza che, nell'evoluzione della storia repubblicana, dalla reiterazione dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza 360 del 1996 al fenomeno dei mostri legislativi rappresentati dai maxiemendamenti blindati dalla questione di fiducia, continua imperterrita a rappresentare una stortura del potere legislativo nel silenzio totale da parte degli ultras della costituzione. Una stortura pure delle prerogative di un parlamento che rientra nell'iter di produzione delle leggi soltanto al fine di inserire provvedimenti eterogenei delle migliaia di commi all'articolo unico del disegno di legge di conversione, che per partecipare direttamente, come costituzionalmente prescritto e politicamente doveroso, alla produzione delle leggi, e quindi dell'approvazione dei decreti che in essa devono rientrare.

Nel caso contestato dal M5S, più che sulla pur interessante questione dell'opportunità di inaugurare in questa fase una prassi finora solo minacciata per tre volte da Violante, da Casini e da Fini ma mai applicata, l'attenzione mi cade sul contenuto del decreto, che, come prevede l'articolo 15 comma 3 della legge 400, “deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”.

Se le sentenze numero 171 del 2007 e 128 del 2008 della Corte Costituzionale facevano discendere il concetto di omogeneità della materia del decreto, o del disegno di legge di conversione, dai presupposti di necessità e urgenza, nella sentenza 22 del 2012 il giudice delle Leggi rimanda chiaramente la legittimità del contenuto al collegamento che sussisterebbe tra l'articolo 15 comma 3 della legge 400 e la ratio dell'articolo 77 della Costituzione che a esso rimanderebbe.

Al di là degli aspetti giuridici, il caso in questione presenta, oltre al dubbio sulla costituzionalità della composizione del decreto, che avrebbe dovuto passare al vaglio preventivo del Presidente della Repubblica, un aspetto di opportunità politica.

Legare la ricapitalizzazione della Banca d'Italia, e quindi delle banche che ne detengono le quote, e quindi Intesa e Unicredit, all'abolizione della seconda rata dell'Imu è un gioco sporco. Significa blindare una questione impopolare, come quello che viene visto come un favore agli istituti di credito ad una a alto impatto sociale come la tassa sulla casa.

Ai grillini va dato atto di essersi sporcati le mani, anche se alla loro maniera, con l'ambiguità del decreto, senza cavalcare il discorso Imu.

Oltre alla questione dell'omogeneità dei decreti sarebbe il momento, nell'ambito delle riforme che si stanno muovendo si dovrebbe iniziare a pensare al ruolo del governo adeguato alla nostra epoca e non cristallizzato nella dimensione assembleare figlia della “paura del tiranno” del secondo dopoguerra che i padri costituenti si sono imposti.

Un'idea è lo strumento del voto bloccato che il governo francese utilizza per procedere all'approvazione dei suoi provvedimenti senza le storture della fiducia sui disegni di legge di conversione dei decreti legge.

Questo istituto della Quinta Repubblica, quasi caduto in disuso, dà la possibilità all'esecutivo di imporre all'assemblea l'approvazione, con una sola pronuncia, di un testo complesso ed emendato solo dal governo, senza il coinvolgimento del rapporto fiduciario. La procedura tuttavia rientra nell'iter ordinario della produzione legislativa garantendo al parlamento la reiezione del testo attraverso la presentazione di una mozione di sfiducia entro 24 ore dalla sua presentazione e assicurando chiarezza redazionale e di responsabilità, che invece si annacqua nella conversione dei decreti in Italia. Un'assurdità? Non proprio: già il prof. Rodotà, nel 1988, si stagliava sull'irresponsabilità del Governo Goria nel applicare una parte di tale procedura (la prima) senza che il nostro ordinamento prevedesse la 2° parte del sistema, quella relativa alla mozione di sfiducia. In un parlamento dove i franchi tiratori sono sempre pronti a sparare, un ritorno alla decretazione unica con l'aggiunta del voto bloccato potrebbe essere una soluzione che merita, almeno, una discussione.

Tuttavia c'è da temere che un istituto del genere, giuridicamente posto a tutela dell'azione del governo (da noi molto deboli negli ultimi anni), verrebbe osteggiato dall'ideologia costituzional-parlamentarista, maggiormente disposta alla violazione consuetudinaria e costante della carta nel rispetto formale della forma di governo, in realtà posta sotto tensione, con tutti i paradossi che ne derivano, dall'evoluzione di fatto del rapporto tra i poteri, in direzione governativa e leaderistica.

Articolo scritto con la preziosa collaborazione di Francesco Chert.

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