Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
5 Febbraio Feb 2014 1030 05 febbraio 2014

Damiano Michieletto e L'ispettore nell'acquario


"L'Ispettore generale", regia di Damiano Michieletto, foto di Serena Pea

Poco tempo fa, recensendo L’ispettore generale di Gogol’, molto ben realizzato dagli allievi della scuola “Nico Pepe” di Udine, lamentavo il fatto che certi testi – per la loro complessità, e dunque anche per i loro costi – rischiano di sparire dalle scene italiane. Arriva a smentirmi, subito, il sontuoso allestimento, realizzato dal Teatro Stabile del Veneto con lo Stabile dell’Umbria, nell’edizione diretta da Damiano Michieletto.

Di Michieletto sappiamo le doti di enfant prodige del teatro d’opera: ha successo il tutto il mondo, e regie prenotate fino al 2019, con molti appuntamenti di assoluto rilievo. C’era dunque molta attesa per questo spettacolo, e vale la pena provare a descriverlo.

La vicenda, si sa, racconta di un piccolo paese della sperduta Russia, dove regna un violento sindaco dalla condotta decisamente poco adamantina, e dove quindi trionfa la cialtroneria arruffona e ladrona, fatta di malaffare, corruzione, sciatteria. Un giovane di passaggio, proveniente dalla capitale, viene scambiato per l’atteso e temuto “ispettore” che dovrebbe verificare e relazionare sugli usi e costumi dell’amministrazione locale. Gogol’, da par suo, con una sequela di gag, spiattellando tangenti e ricattucci, completa la situazione e mette alla berlina il malcostume di tutti, nessuno escluso – tanto meno il fantomatico Ispettore.

Michieletto, intelligentemente, procede come – presumo – proceda normalmente per la lirica: “contestualizza”, cala il testo in un contesto fortemente connotato e straniante ovvero cambia lo spazio deputato e il tempo di riferimento (nascono così, spesso, le regie ritenute “provocatorie” del teatro d’Opera).

Qui, allora, Damiano Michieletto, con le scene di Paolo Fantin, ambienta tutto in un bar di una Russia recente, certo non più sovietica, direi post 1989. Quel periodo lungo di interregno, di libertà inattesa, dunque, in cui tutto sarebbe stato possibile. E forse varrebbe la pena aver letto il bel romanzo biografico “Limonov” di Emmanuel Carrère, prima di assistere allo spettacolo: per ritrovarsi in quella terra di nessuno, sospesa tra nostalgie canaglie del regime sovietico e impazzite proiezioni verso lo scintillante mondo del mercato globale; inchiodata tra povertà e arrivismo, tra struggente poesia e violenza senza scopo.

Il mondo marginale raccontato da Gogol’, così goffo e (auto)indulgente, diventa credibile spaccato anche d’attualità, magmatico e irrisolto gioco di sopravvivenza. Il videogame, le luci al neon, la pistolona brandita dal sindaco-boss, la moglie appariscente e tigrata, il kitsch ovunque, la vodka e le birre, la ricchezza ostentata a unico metro di valore: eccolo, quel mondo, allora come oggi.
Michieletto, mi sembra, spinge verso una lettura quasi bidimensionale, esplicitamente frontale: fa dei personaggi delle figurine quasi da “cartoon”, chiuse proprio in quel contesto. Come fossero in un acquario, li vediamo in modo analitico, agire, sbattersi, maneggiare soldi sporchi, danzare in una festa groove e triviale, e poi amare cantare bere.

Oppure, non so: vi è mai capitato di passare davanti a quelle palestre moderne, tutte vetrate e tapis roulant? Quelli, là dentro, sudano, consumano, scaricano, si scolpiscono, seducono, si guardano. Sono soddisfatti. Ma, di qua dal vetro, tutto arriva come attutito, ridicolo. Ho avuto una sensazione simile, durante lo spettacolo: che è sgradevole eppure seducente, ipnotizzante al tempo stesso. Se mi consentite un ossimoro, è un mondo profondamente superficiale. Mi pare di poter affermare che l’indagine di Michieletto sia dunque, più orizzontale che verticale. E se nell’Opera c’è la musica, a garantire la profondità, a dare spessore, risvolti emotivi ai personaggi, qui le parole hanno l’effetto contrario, ovvero di mostrare l’inconsistenza e la vacuità di quel mondo. La regia ha allestito una vetrina, ridondante e macabra, e dentro c’è una amara umanità, un microcosmo le cui sventure giungono vane, proprio come l’eco della tv accesa in quel bar sperduto.

In scena, il lavoro si fa corale. Emerge, naturalmente, la figura dell’Ispettore, resa con inquieta fragilità da Stefano Scandaletti; cui fanno da contraltare greve il sindaco di Alessandro Albertin e la di lui moglie, sfrontata e sedotta, ironicamente interpretata da Silvia Paoli. Da segnalare, comunque, per compattezza e adesione al progetto registico, tutto il nutrito cast: Luca Altavilla, Alberto Fasoli, Emanuele Fortunati, Michele Maccagno, Fabrizio Matteini, Eleonora Panizzo, Pietro Pilla, Alessandro Riccio

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