Asia Files
5 Febbraio Feb 2014 1248 05 febbraio 2014

Giappone, effetto Abe: il revisionismo alla tv pubblica

Nella pubblica amministrazione giapponese, si respira un'aria di novità. O meglio, di restaurazione.

Da restaurare e modellare sulle nuove esigenze nazionali, infatti, c'è l'orgoglio di una nazione da oltre mezzo secolo sul banco degli imputati per non essere stata in grado di fare ammenda per i suoi crimini contro i paesi vicini tra gli anni '20 e gli anni '40 del secolo scorso.

Il premier Shinzo Abe circondato dai suoi sostenitori. Foto credits: csmonitor.com

Non ci sono solo i tentativi portati avanti dal governo del “falco nazionalista” Shinzo Abe e del suo fedele ministro dell'Istruzione, Hakubun Shimomura, per rivedere i libri di storia al fine di insegnare una versione dei fatti “corretta” ai giovani scolari giapponesi. Nei giorni scorsi, più dei tentativi di riforma del primo ministro hanno fatto scalpore le prese di posizioni apertamente revisioniste di alcuni dirigenti della Nhk, la Rai giapponese. 

Il 3 febbraio scorso, riporta il quotidiano Asahi, Naoki Hyakuta, uno dei dodici membri del board dirigenziale - nominato dal governo - della tv di Stato, ha dichiarato pubblicamente che il massacro di Nanchino, iniziato a dicembre 1937 e terminato con la presa della città sei settimane dopo, è “un'invenzione” per nascondere le atrocità commesse in Giappone dagli americani con i bombardamenti incendiari su Tokyo e le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell'agosto 1945.

Hyakuta partecipava come sostenitore di Toshio Tamogami, ex vertice dell'areonautica delle forze di Autodifesa nazionali, ora candidato governatore della capitale alle elezioni del prossimo 9 febbraio. La legge non impedisce infatti ai membri del consiglio di amministrazione di fare attività politica, donazioni a partiti, o di essere membri di un partito, a patto che non occupino posizioni dirigenziali al suo interno.

Le affermazioni hanno scatenato il dibattito sulla neutralità della tv pubblica giapponese. Pochi giorni prima dell'uscita di Hyakuta, il 25 gennaio, era stato lo stesso presidente dell'azienda radiotelevisiva appena insediatosi, Katsuto Momii, a ribadire che le comfort women, le donne che durante l'impegno bellico sul continente venivano fatte prigioniere e condotte a forza nei bordelli dell'esercito giapponese, non erano storicamente un problema esclusivamente di Tokyo. In ogni paese coinvolto nella guerra, ha sostenuto in conferenza stampa Momii, è avvenuto lo stesso.

Il neo-presidente della Nhk, Katsuto Momii, circondato dai suoi collaboratori. Foto credits: ajw.asahi.com

L'effetto Abe non ha riguardato solo l'economia. La retorica del “così fan tutti”, che da anni è usata da politici conservatori – per lo più a livello locale – per scagionare il paese-arcipelago da responsabilità storiche ingombranti e raccogliere il sostegno politico delle frange più radicali della destra, è tornata popolare – dopo uno iato nei 3 anni di amministrazione del Partito democratico – anche nelle alte sfere dell'amministrazione pubblica. 

E a niente sono valsi i continui richiami della comunità internazionale. Le stime più caute sul massacro di Nanchino parlano di circa 200mila tra militari e civili cinesi morti a causa delle violenze dell'esercito nipponico. Mentre sarebbero state oltre 400mila le donne (cinesi, coreane e filippine in particolare, ma ci sarebbero state anche donne olandesi) costrette a prostituirsi per il piacere dei soldati nipponici.

Momii è stato costretto a scusarsi di fronte al Parlamento mentre nelle stesse ore veniva inondato di oltre 7mila commenti critici sulla sua uscita. Troppo pochi forse, per dare un segnale forte alla dirigenza del paese.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook