Sogni di merito
6 Febbraio Feb 2014 1823 06 febbraio 2014

Cancellano arte da scuola. Bufala o no, c'è molto da ragionare sulla "scuola" italiana.


L'arte si ribella

Cancellare storia dell'arte dalla scuola italiana è... innanzitutto un link bufala che gira sul web. Ci siamo abituati.

Si parla di riduzione in alcune scuole ed eliminazione (dove non è già stata eliminata) negli istituti superiori dove si sceglie un percorso formativo in cui storia dell'arte non è così fondamentale (libertà di scelta).

In ogni caso, arte o non arte, il sistema scolastico italiano andrebbe distrutto completamente. Con un caterpillar che ci passa sopra asportando via tutto. E poi in retromarcia ancora una volta. Ed infine per la terza volta avanti ancora, giusto per non lasciare proprio nulla di quel che è adesso.

In modo da essere completamente liberi di ricostruire da zero un nuovo sistema, imparando da chi fa meglio.

Arte o non arte non voglio parlar direttamente di questo, per non imbattermi in groupies della cultura imposta fino ben ai 19 anni (a meno che non si venga bocciati) della scuola statale, e vi lascio un articolo illuminante che dovreste leggere tutti.

E' lunghetto ma se potete, davvero, leggetelo.

Perché analizza la cosa dall'alto, da fuori. E apre anche un po' gli occhi. 

Sta fuori dalle contestazioni alle riformette nel particolare, ai taglietti e simili, ma parla di Cultura e Sapere veri, al di fuori anche dal concetto prettamente "scuola". 

E allora vedrete che il problema  "arte sì, arte no o meno ore di arte" diventa lievemente poca cosa.

E via:

"IT E PERDITA DI POSTI DI LAVORO.
Tra i governi fallimentari c'e' spesso l'abitudine ad accusare chi non ha avvocati per cercare di giustificare i propri fallimenti. Europa, Informatica, Immigrazione, Servizi Segreti: qualsiasi entita' che non abbia avvocati pronti a contestare le accuse, o semplicemente qualsiasi entita' che non si curi delle accuse, si trova ad essere il capro espiatorio di qualsiasi fallimento politico.
Una delle vulgate piu' comuni, o almeno tra quelle crescenti in popolarita' , e' che sarebbe l' IT a togliere posti di lavoro. La giustificazione sarebbe che siccome aumenta l'efficienza dei lavoratori, allora servono meno lavoratori.
Si dovrebbe fare una doverosa obiezione a questo: quando arrivo' la rivoluzione industriale, l'efficienza di un telaio a vapore era enormemente superiore a quella di un telaio a mano. Il risultato era la scomparsa degli artigiani a favore delle industrie. Questo produsse all'epoca uno spopolamento terribile delle campagne inglesi, con masse enormi di artigiani non competitivi che si spostavano in citta' per lavorare nelle industrie.
Ora, si direbbe che si tratti della stessa identica storia, ma dubito che qualcuno oggi avrebbe il coraggio di dire che l' industria abbia causato disoccupazione.
Il vero problema, se vogliamo rimanere nel paragone, e' che quando avvenne la rivoluzione industriale le nuove macchine erano cosi' primitive che un filatore a mano poteva facilmente imparare a fare l'operaio in una nuova fabbrica tessile con macchine a vapore.
Inoltre, egli poteva urbanizzarsi, dal momento che le citta'avevano abbastanza spazio per crescere e offrire case e servizi adeguati, a prezzi raggiungibili da chi veniva dalla campagna disperato. 
Si tratta di due punti che oggi non si stanno verificando.
Il primo punto e' la curva di apprendimento. Il vecchio artigiano si spostava dalla campagna verso la citta', e avendo fatto il macellaio in campagna si trovava dentro una fabbrica ove i maiali scorrevano lungo una catena, finivano contro una sega a nastro che li tagliava in due, poi finivano dentro una macchina bollitrice a vapore che staccava la carne, e infine passavano per una macchina che ne faceva salsicce.
Questo processo, sebbene fosse svolto in gran parte da macchine, richiedeva supervisione umana (come ogni processo svolto da macchine) ma non era del tutto incomprensibile al nostro ex macellaio. Al nostro ex macellaio era chiarissimo che quella sega a nastro tagliasse i maiali in due, era chiarissimo che la bollitrice a vapore disossasse il maiale con un getto di vapore ad alta temperatura, e che la macchina automatica per le salsicce, se caricata di budello, produceva niente altro che le salsicce che lui faceva manualmente. Non aveva mai visto la forma di quegli utensili, ma solo osservandoli poteva capirli.
Ma nel mondo di oggi, ci si trova in una situazione molto diversa. Se escludiamo dispositivi per il mercato consumer, i dispositivi automatici per l'industria non possono semplicemente essere capiti osservandoli.
Se prendiamo il caso spagnolo, per esempio, abbiamo una popolazione che e' cresciuta a cavallo di un boom immobiliare e di uno turistico. Milioni di giovani che sanno fare i PR in discoteca, i barman, le cubiste, i muratori, i venditori di case in franchising. Tutti questi giovani dovrebbero, come fecero le masse industrializzande , andare verso un polo tecnologico (che so io, Bilbao) e cercare lavoro nelle nuove aziende.
Ma se il vecchio macellaio del 1800 poteva andare a Londra e trovare lavoro in una fabbrica di salsicce a vapore, il nostro muratore messo di fronte ad una chiamata MAP phase 2 verso un HLR si trova un pelo a disagio.
Se il vecchio macellaio poteva in qualche modo riconoscere le forme e i modi con cui lui lavorava in bottega dentro la grande industria, per il muratore non c'e' speranza di capire che diavolo faccia un HLR. 
Non intendo dire che i muratori siano stupidi: intendo dire che i muratori non sono preparati, che non hanno studiato le cose giuste, e che per quanta manualita' abbiano, comprendere il nuovo lavoro NON e' per nulla facile. Non assomiglia a nulla che abbiano mai fatto, e non sanno proprio di che cosa si tratti.
Questo, cioe', e' un problema di formazione. Un problema di cui dovrebbe occuparsi il governo. Un problema che mostra i fallimenti del governo. Da quanto tempo ormai si parla di IT? Da quanto tempo ormai si dice che l'informatica arriva qui e la'? 
Non trovate ASSURDO che oggi ci siano ancora persone che dopo aver passato 13 anni a scuola, non abbiano nessun rudimento di informatica o telecomunicazioni?
Prendiamo un caso tipico italiano. L'Italia e' stracolma di inutili negozietti tutti uguali, insulsi per la ristrettissima merceologia, privi di potere contrattuale verso i "rappresentanti", negozietti che sono destinati a chiudere come mosche.
Questi negozietti hanno fatto i salti mortali per avvicinarsi al centro, investendo per la posizione geografica, e oggi scoprono che accanto al vecchio "centro", troppo costoso e piccolo per tutti, stanno nascendo altri"centri" commerciali(1) e cresce la grande distribuzione.
Tuttavia, il commesso che voglia spostarsi dal negozio alla grande distribuzione non si trova nelle condizioni del vecchio macellaio che va a Londra a lavorare in una fabbrica di salsicce. La distanza tra quanto faceva in bottega e quanto avviene nell'industria oggi e' MOLTO piu' alta.
In un centro di grande distribuzione il nostro ex commesso si troverebbe di fronte ad un sistema informativo, a magazzini robotizzati, ad una serie di cose che NON puo' capire. Non puo' capirle per due motivi. Il primo e' che non le ha studiate, il secondo e' che fa il commesso perche' ha FALLITO nello studiarle. Ovvero fa il commesso in un piccolo negozio perche' la sua competenza era troppo bassa per qualsiasi altra cosa: quando si trova di fronte ad un software per la logistica di una certa complessita', il nostro eroe non riesce piu' a intgrarsi.
Del resto, se proviamo ad osservare il tasso di scolarita' in relazione alla rivoluzione industriale, scopriamo che mentre nel vecchio mondo artigiano bastava saper contare le monete e scrivere la propria firma, quando arriva la prima rivoluzione industriale diventa "minimo accettabile" saper leggere e scrivere, e per chi vuole far carriera, anche saper far bene di conto.
Quando arriva la seconda rivoluzione industriale, il mondo dei nuovi servizi richiede un livello minimo medio ancora piu' alto: leggere e scrivere e' scontato, far di conto e' il minimo, semmai occorre avere anche altre conoscenze, diciamo da terza media. 
Poi si va avanti nel tempo, e alla fine si arriva ad un mondo dei servizi in cui occorre almeno un diploma per lavorare ad una paga decente.
Ovviamente c'e' chi e' rimasto indietro per scelta. Chi e' rimasto ai mestieri proprio perche' NON ha raggiunto il minimo per il mondo industriale: convinto di venire protetto dall'obsolescenza del proprio lavoro, il nostro commesso ha detto "si, ma nessuna macchina parla col cliente".
Oggi che i clienti comprano online, inizia il loro dramma. La macchina "PARLA" col cliente!
Allo stesso modo il nostro tassista ha deciso di guidare l'auto (cosa che sanno fare tutti) pensando che l'industria non sarebbe MAI arrivata a lui. Le auto sono proprieta' di qualcuno, diceva, e peraltro mica si guidano da sole. Oggi scopre che col car sharing chiunque possiede auto ovunque in Europa, e presto che esistono auto che si guidano da sole. Prima o poi arriveranno le auto automatiche che si possono affittare senza patente, e allora rideremo tutti.
Ma il punto e' il delta enorme che c'e' tra chi ha la formazione per capire e chi no.
Il mondo dell' IT non sta facendo perdere lavori: ne sta generando piu' di quanti ne distrugga esattamente come fece l'industria. Il guaio e' che il gap scolastico si riflette MOLTO piu' di quanto si riflettesse prima. E non mi riferisco in un gap di diplomi, lauree o pezzi di carta.
Prendete la vostra vecchia classe di scuole superiori. Pensate a materie scientifiche, qualsiasi materia fosse quella insegnata. Fisica, matematica, o vere e proprie tecnologie nel caso degli ITIS. Pensate bene alla distribuzione dei voti.
Adesso pensate che i REDDITI si distribuiscano con la stessa curva di distribuzione. 
Riuscite a capire cosa stia succedendo?
In un mondo dominato dalla tecnologia, ovviamente occorre che la scuola si concentri molto di piu' su matematica, algoritmi, fisica, pensiero logico. Chi le considera conoscenze avanzate sbaglia: erano avanzate nel vecchio mondo, ma oggi sono conoscenze MINIME.
Per quanto siate smanettoni, potete avere a che fare con le tecnologie sino ad un certo punto, perche' oltre DOVRETE per forza avere basi teoriche di matematica e logica. Oltre, se necessario, alla conoscenza tecnologica specifica.
Con la prima rivoluzione industriale, la curva di distribuzione dei redditi si trasformo' e divenne una netta separazione tra chi era alfabetizzato e chi no, e al secondo gradino , a chi sapeva anche far di conto e chi no.
Con la seconda, saper scrivere e leggere documenti piu' complessi, saper leggere bilanci e fatture, saper fare calcoli (anche senza capirli) divenne la discriminante tra le fasce di reddito.
Con l' IT, il mercato del lavoro si aggiusta e i redditi si distribuiscono allineandosi con la capacita' specifica di interagire con macchine programmabili.  Adesso tornate con la mente al vostro vecchio liceo, e ai compiti in classe di matematica.
Vi si dava un problema e dovevate costruire i passi, uno ad uno , per arrivare dalla definizione del problema al risultato.
Alcuni problemi di matematica o fisica pero' erano controintuitivi, non intuitivi e comunque richiedevano troppi passi per essere mandati a memoria. Quindi, o sviluppavate una capacita' bottom-up notevole, oppure fallivate. Ma vi salvava il voto in qualche materia umanistica, giusto?
Il guaio e' che il vostro voto alto di latino o storia oggi non vi salvano piu'.
Se costruiamo la curva del reddito oggi, su grandi numeri potete riassumere la situazione finale pensando che  essa somigliara' a quella dei voti  in queste materie.
Di per se' e' un fallimento dei governi. Essi avrebbero dovuto riformare la scuola per adattarla al nuovo mondo, sin dai tempi in cui il progresso si chiamava ancora "elettronica" e non era ancora arrivata l' "informatica".
Il fallimento nella distribuzione dei redditi sta venendo modellato dal DIVARIO tra il background logico scientifico richiesto dal nuovo mondo, e quello prodotto dalla scuola. Il divario tra i redditi corrisponde quasi esattamente ad un divario di istruzione.
il guaio di questa affermazione e' che immediatamente arrivano gli statistici , prendono i numeri di diplomati e laureati, distinguono al massimo tra lauree umanistiche e no, e a quel punto mi dicono "ehi, ma ho dei numeri che".
Si, hai dei numeri che: ma aver fatto tutto il liceo scientifico a furia di voti alti in storia, filosofia e latino , per compensare le insufficienze in matematica, fisica, biologia non fa del diploma un indice affidabile. Certo il minimo di matematica di un fisico e' superiore rispetto al minimo di matematica di un laureato in lettere, ma da qui a potervi fare un modello ce ne passa, se il laureato in lettere ha studiato come fare le cose che fa col computer, mentre il fisico e' fermo a FORTRAN77 e considera innovativo, quasi audace, FORTRAN90.
Affermare che l' IT tolga posti perche' automatizza e' come affermare che l'industria abbia tolto posti perche' automatizzava il lavoro degli artigiani. E' una cazzata pura. Il problema dell' IT e' che appiattisce la curva dei redditi sulla curva di distribuzione di alcune conoscenze MOLTO specifiche.
Come se non bastasse, il mondo IT evolve molto rapidamente. Il che significa che il ritardo nell'aggiornamento pesa di piu'. Se prendiamo un torneria che compra un torno, la macchina ha un ROI di 5-6 anni, ed un service lifetime di qualcosa come 15-20 anni. Se anche non lo aggiorna ogni 5, 10 anni, e' solo una torneria "normale", non allo stato dell'arte, ma niente di piu'. Cosi' una torneria con pochi soldi per gli investimenti puo' sopravvivere facilmente.
Se passiamo al mondo dell'informatica, un ritardo di 3 anni e' un ritardo enorme. Con tre anni e mezzo di ROI medio e un service lifetime che arriva - stiracchiato- ai 5 anni , un ritardo analogo si trasforma in una espulsione dal mercato. Solo le aziende che hanno soldi da investire, ovvero le aziende che guadagnano bene  e risparmiano bene, possono pensare di sopravvivere: un'azienda che non aggiorni almeno una parte vitale del proprio IT ogni 3 anni verra' espulsa dal mercato.
Il punto, quindi, non e' nel fatto che l' IT cancelli posti di lavoro. Il punto e' che come ogni rivoluzione, richiede un nuovo modello di scolarizzazione, una nuova scelta delle priorita', e lo stesso succede alle aziende.
La differenza rispetto alle altre rivoluzioni e' che si tratta di un mondo ESTREMAMENTE efficiente nello svolgere questo compito. I ritardi nell'innovazione si pagano MOLTISSIMO, e gli errori di formazione sono mortali.
L'ultima differenza col mondo di oggi e' che manca la frontiera. Nelle scorse rivoluzioni industriali, scappavano verso le americhe o in australia tutti coloro che non riuscivano a vivere nel nuovo mondo: gli Amish sono un classico esempio di una popolazione che rifiutando la novita' ha dovuto scappare altrove.
Non cercavano , andando negli USA, alcuna liberta': la loro religione non ne consente alcuna. Cercavano semmai una liberta' particolare, ovvero quella di vivere in un mondo ormai morto. Per moltissimo tempo le ex colonie hanno assorbito, sotto forma di emigrati, tutti coloro che erano espulsi dal nuovo mondo insutriale europeo, quando si industrializzarono le colonie, queste masse fuggirono verso il far west prima, verso le zone agricole dopo. 
Tutto per salvare la propria obsolescenza.
Ma oggi per chi non riesce ad accettare il nuovo mondo non c'e' un posto ove emigrare. Non ci sono le lande desolate dello UTAH ad accogliere gli Amish dell' IT. Non ci sono i campi della bible belt per accogliere chi non riesce a vivere con la nuova industria. Chi non riesce a vivere nelle nuove citta' piene di rete non potra' semplicemente fuggire per andare in qualche sudamerica senza wifi.
Se oggi si aprissero le gare per colonizzare Marte, e i coloni fossero qualcosa come i contadini che andavano negli USA a cercare un pezzo di terra, probabilmente fuggirebbero dalla terra tutti coloro che oggi odiano l' IT. I nuovi amish arriverebbero su Marte dicendo "qui il Wifi non arrivera' MAI! Qui non ci saranno computes!", il che era un pochino quel che fecero gli Amish in USA:
Il guaio e' che Marte e' troppo lontana. 
E i nostri Amish non hanno un posto ove migrare.
E la rivoluzione industriale e' appena iniziata." Scritto da Uriel Fanelli, l'articolo lo si può trovare qui
(1) Mi chiedo come mai, nonostante l'evidenza arrivi sino al nome "centro", non si capisca che i centri commerciali non stanno facendo altro che moltiplicare i "centri", visto che i centri cittadini sono in mano ai pochi che possono permettersi di essere li', e lo sono da generazioni, allora le citta' si stanno dotando di altri "centri", deputati al commercio, quanto i "centri" tradizionali. L'assurda politica dei comuni, proni alle lobbies locali dei nagozianti, di proteggere i centri cittadini, ha semplicemente creato altri "centri" non cittadini, ovvero i centri commerciali.
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