Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
7 Febbraio Feb 2014 1440 07 febbraio 2014

Il pasticciaccio brutto del Palladium


Il teatro Palladium di Roma

Delenda Roma est!”: sembra questo il grido di battaglia, oggi. Una classe politica confusa, frastornata, troppo spesso impreparata: e la Roma dell’arte e della cultura va sempre più giù. Altro che capitale mondiale.

Ne avevano appena fatta una giusta – nominando Ninni Cutaia alla direzione del Teatro Stabile, con un CdA di assoluto rilievo e un presidente come Marino Sinibaldi, ma dopo lunghe, estenuanti e grottesche trattative – ed ecco che subito si torna alla realtà, o meglio alla mediocrità. Sono molti i segnali sconfortanti.

Di fatto il Macro, Museo Arte Contemporanea di Roma, smobilita. E, tempo due giorni, anche la Fondazione Romaeuropa deve “sgombrare”, in fretta e furia, il Teatro Palladium alla Garbatella, che ha gestito in questo decennio.

Proprio negli ultimi articoli raccontavo del successo di Peter Stein e di Emma Dante proprio al Palladium. Sale straesaurite, pubblico festante. Ma questo non basta all’Amministrazione, che decide di azzerare tutto. La faccenda ha del “polipaio” caro a Gadda: è un vero pasticcio. Hanno provato a spiegarlo, ma soprattutto hanno posto domande, in una affollatissima e solidale conferenza stampa, Monique Veaute e Fabrizio Grifasi, ovvero presidente e direttore della Fondazione Romaeuropa.

È opportuno ricordare che Romaeuropa è l’unica struttura ad aver dato, sino ad oggi con continuità, un respiro internazionale a una città fin troppo provinciale. Lo ha fatto, nel festival, con una linea artistica precisa – sempre attenta al nuovo, alle contaminazioni, alla grande qualità – e lo ha fatto anche nel rispetto di bilanci e professionalità coinvolte. In poche parole: una gestione virtuosa e piena di meriti artistici.

Similmente ha operato anche al Palladium, teatro affidato alla Università di Roma3 e gestito, in convenzione, proprio dallo staff di Romaeuropa. In questi dieci anni, per farla breve tutto ha funzionato: e se pure ci sono stati errori poco importa, perché sono stati corretti e superati. Però le acque si sono intorbidite mesi fa, quando la Fondazione ha annunciato che, per mancanza di certezze sui finanziamenti pubblici, la stagione 2013 veniva cancellata e ne avevamo dato conto su queste pagine.

Poi, tempo un mese, e con un laconico comunicato stampa, gli enti locali (Regione, Provincia e Comune) hanno dichiarato che sì, i soldi c’erano, e avrebbero “rilanciato” il Palladium, affidandolo di nuovo a Roma3. Speravano di farla franca? Di passare sotto silenzio questo colpo di mano? Non si sa, certo è che la faccenda è stata gestita malamente.

A parte il fatto che “rilanciare” una delle poche cose che funziona a Roma sa un po’ di ridicolo, ma non si è capito bene cosa avrebbe fatto il nuovo rettore dell’Universit࣠cui torna, in sostanza, il teatro. Si dice, genericamente, “formazione”. Di chi, di cosa, come, non si sa.

Veaute e Grifasi in conferenza hanno snocciolato i dati della bella e viva gestione di questi anni: i numeri, di cui i politici vanno ghiotti, sono dalla loro parte. Solo nel 2013 ci sono state 34.283 presenze, e solo negli undici giorni di programmazione dello spettacolo di Emma Dante sono state 5100. E ancora: 33 spettacoli, 163 repliche, 234 giornate di attività in un anno. L’elenco degli artisti che sono passati nel teatro della Garbatella è sterminato, così come le iniziative “altre” – piccoli festival off, laboratori, concerti e molto altro. Poi il dato dolente dei contributi: dal Comune di Roma 400mila euro per il 2012 (tra l’altro: comunque davvero poco); scesi a 200mila per il 2013 e azzerati nel 2014.

Perché? In nome di cosa, di quale altro “progetto culturale”?

Se lo chiedeva Monique Veaute, e ce lo chiediamo in molti. Roma sta navigando, malamente, a vista, tra lottizzazioni selvagge e piccoli cabotaggi estemporanei, tra incapacità conclamate e baronati intoccabili. Gli operatori del settore sono stanchi, e ormai anche molto incazzati. Forse è il caso che se ne prenda atto e chi di dovere faccia un auspicabile passo indietro. 

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