Edoardo Varini
Due o tre cose che so del mondo
14 Febbraio Feb 2014 1803 14 febbraio 2014

Matteo e le cose che gli piacciono

Caro Matteo delle pletoriche intenzioni e dei proclami, se è vero che «Inizi a diventare grande solamente quando smetti di fare solo le cose che ti piacciono» – come ti sei compiaciuto di dire ieri all'apertura del tuo intervento in Direzione del Partito Democratico – c'è da chiedersi se tu grande lo sia mai diventato, del momento che le cose che hai fatto, che stai facendo e che preannunci di fare hanno tutta l'aria di piacerti un sacco.

Le  cose che hai fatto, che stai facendo e che preannunci di fare si chiamano tradimento, raggiro e sfacelo. Ma se vogliamo abbandonare la dimensione del tragico, che forse richiederebbe anche un altro physique du rôle e una diversa consapevolezza delle cose, possiamo scegliere delle tre piaghe una versione light, e chiamarle incostanza, imbonimento e confusione. Certo comunque una triade di cui non si sentiva la necessità.

Esattamente come del tuo Governo, della cui inessenzialità mi sento di professarmi arciconvinto. E più ancora dopo aver letto i nomi in lizza per i ministeri, di cui l'unico certo parrebbe essere quello di una giovane donna graziosa di cui fatico a ricordare l'originalità e la profondità dei pensieri.

L'incostanza sta nell'aver detto nei giorni dicembrini dell'inizio del tuo segretariato: «Basta con il balletto sulla durata del governo, per me può durare fino al 2018, non mi sono candidato per creare problemi ma per aiutare, mi ricandido sindaco di Firenze, non penso ad altre responsabilità». E non era vero. Perché in mezzo non è accaduto nulla e tu hai fatto oggi l'esatto contrario.

E giungiamo quinci al punto secondo, l'imbonimento. È perché  vendi un programma di governo che ancora non c'è. Non è con quello che vai cercando alleati. Tanto più che si tratta di alleati disinteressati ad un orizzonte di legislatura e interamente volti alla realizzazione di un piano di «grandi cose». Uomini grandi, per grandi cose, come Angelino Alfano.

Dici che serve la riforma elettorale, poi serve quella istituzionale, serve cambiare la normativa sul lavoro e sul fisco, serve aggredire «la burocrazia opprimente». Sono queste le parole con cui stai "riempiendo gli occhi" degli italiani, per citare la bella canzone di Fo. Sono quelle che dirai ancora? Ancora per molto? Così imprecise e vaghe? Così nulla?

L'impressione, perdonami, è quella di uno scolaretto che appena riposta l'Iliade nello zainetto – ma mi veniva da tralasciare la rima e scrivere "in cartella", perché io sono poco renziano, essendo vecchio (eppure era così bella quella della terza elementare, tutta gialla profilata in nero!) – gioca alla guerra tra greci e troiani con le spade di gommapiuma e gli scudi di cartone e se la canta e se la suona e se la ride, sotto i baffi che cresceranno con la maturità. Che è il tempo in cui smetti di fare solo le cose che ti piacciono, ça va sans dire.

E tutto ciò genera il terzo punto cui all'inizio alludevo, un enorme fanfaronesca confusione È  il trionfo dell'Illusion comique, della tragicommedia, di Capitan Matamoros, l'"ammazza saraceni". Non dici forse  ad ogni piè sospinto: «Rischiamo grosso»«Ci giochiamo tutto», non sei tu l'italico cantore del coraggio?

Smisurato è comprovatamente il tuo coraggio e smisurata, dicono, la tua ambizione. Eccomi dunque a porgerti le mie scuse per la seconda volta, ma certo per mio limite non riesco a vederti né come shakespeariano Macbeth né come marlowiano Tamerlano.

Per tua fortuna a differenza di Macbeth tu dormirai, perché in fondo il tuo torto è piccino, più da «Siamo alle porte co' sassi» per dirla in fiorentino. Tu in fondo ti baloccavi, ma gli italiani non l'hanno capito. T'hanno preso sul serio, il torto è loro.

Caro Matteo, ciò detto, per umana simpatia, ti invito a mangiarci una fiorentina in San Frediano. Pe poi dire all'oste col Pulci: «Dimmi, aresti tue da darci del formaggio o delle frutte, ché questa è stata poca roba a due?».

Resta a Firenze, aspettami.

A presto.

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