Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
15 Febbraio Feb 2014 2300 15 febbraio 2014

Grande teatro al Valle Occupato


"Mamma Medea" di Tom Lanoye, regia di Christophe Sermet

La notizia che il Prefetto di Roma ha bocciato lo statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune è arrivata come un autovelox per una coppia in viaggio di nozze.

Mentre tutto procedeva – seppure tra mille difficoltà, tensioni e stanchezze – la Legge (del Padre) ha fatto il suo corso: e ha frustrato le ambizioni e i desideri di quanti, oramai da tre anni a questa parte, provano a immaginare, a suggerire, a rivendicare un teatro diverso.

“Il crimine non paga” si dice in tribunale: ma poi vai a vedere se, in Italia, è vero. Di fatto, pur essendo “criminale”, l’avventura del Valle Occupato stava prendendo una strada bellissima: da viaggio di nozze, appunto. Superati gli estremismi della prima ora, elaborata finalmente una visione più dialogica, sembrava aperta una possibilità di dialogo con le Istituzioni (un dialogo più volte richiesto da parte del Valle, e mai avvenuto).

Ma ora arriva il bastone del richiamo all’ordine.

Intanto, la Roma culturale affonda: il Macro ormai in disarmo, Romaeuropa di fatto esautorata da un teatro Palladium dal futuro incerto, altri teatri che agonizzano, giovani compagnie allo sbando. E tutti aspettano dal nuovo Teatro Stabile un segno di ripresa e rilancio, sovraccaricandolo di responsabilità.

Di fatto, però, al Valle non si sono lasciati abbattere, e in questi giorni hanno addirittura ospitato, in prima nazionale, uno spettacolo bellissimo: il belga Mamma Medea scritto dal fiammingo Tom Lanoye e diretto con maturità e consapevolezza dal giovane Christophe Sermet per la compagnia Theatre Rideau di Bruxelles. Nella provincialissima capitale d’Italia, vedere uno spettacolo “straniero” (ancorché europeo) è quasi un miracolo. Che debbano pensarci gli occupanti, sorprende: gli altri enti preposti che fanno? Chissà, forse il teatro europeo non fa borderò.

Dunque, in un Valle tirato a lucido, si è accolti dai sorrisi bellissimi dei tanti che occupano: fanno, volontariamente, da mascherine, ti accolgono in sala; oppure al bancone bar c’è qualcuno che spiega, con competenza, da dove proviene il vino biologico in mescita (ma perché i bar di tanti teatri italiani sono sempre tristi?). Poi, prima del sipario, qualcun’altro chiede al pubblico un rinnovato sostegno.

Sono “criminali”, quei sorrisi? Questa passione per il teatro è da reprimere in via prefettizia?

Il Prefetto, dalla sua, ha il diritto: e ha agito secondo diritto, nulla da eccepire. Però, forse, chissà, una richiesta di chiarimento in corso di valutazione, uno scambio di opinioni con l’Amministrazione, una riflessione più ampia sul senso di questa strana esperienza, avrebbe aiutato. Intanto, il rischio è che, purtroppo, questa vivacissima e strampalata “festa di nozze” finisca amaramente, invertendo il canone d’Amleto, in un mesto compianto. Sarà la vittoria della legalità, certo: ma siamo sicuri che dovremmo esserne, oggi come oggi, tanto felici? Non so, non so più: i richiami all’ordine non mi sono mai piaciuti. Ciononostante, dunque, al Valle si sorride, e si va in scena.

Mamma Medea è un lavoro di notevole bellezza. Ne aveva già scritto Simona Polvani, da Parigi, che lo aveva scoperto all’Odéon: pur con qualche dubbio, ne sanciva la qualità. Dopo vari mesi, Mamma Medea ha acquisito maggior compattezza ed efficacia, tanto da farne uno degli spettacoli più intriganti della stagione. Cosa c’è di notevole?

Intanto la feroce, coinvolgente scrittura di Tom Lanoye, che reinventa il mito di Medea, scandendo la storia in una prospettiva che è assieme aulica e popolarissima, antica e pop. Con una chiave – esaltata dalla regia – dal gusto estremamente nordeuropeo di “attualizzazione”  che rende contemporaneo, ossia visivamente e emotivamente d’oggi, il classico, il testo è un viaggio brutale in una storia di coppia. La prima parte, che attinge più alle Argonautiche, è dedicata, infatti, all’incontro di Medea con Giasone. Da una lato la famiglia di lei: violenta, selvaggia, di una Colchide che potrebbe quasi essere Est-Europa a ridosso, o subito dopo, della caduta del Muro. Dall’altro la delegazione degli argonauti: eleganti, giovani, belli, furbi, blasé, intelligenti. L’incanto della giovanissma Medea per Giasone è immediato: un sorriso, forse, uno sguardo, tanto basta. Lui è disinvolto, strafottente, cool: lei ne rimane soggiogata e decide subito di fare di tutto pur di aiutarlo. Da qui l’avventura, la fuga, poi gli omicidi. L’amore, il matrimonio. La seconda parte del testo è, sostanzialmente, sulla traccia della tragedia di Euripide, che ben conosciamo. Lui che si innamora dell’altra e la vendetta terribile di lei. Lanoye, però, apre a un finale se vogliamo ancora più aspro e indicibile: saranno entrambi i genitori – prima Medea, poi Giasone esasperato e disperato – a uccidere i due figli. Vi è, nel testo, una capacità sottile di scavallare i codici, di superare le epoche, di mescolare i linguaggi: tenendo sempre alta l’asticella del tragico, non esita ad aprire a situazioni minimali, colloquiali, ipercontemporanee. La regia di Sermet, poi, affonda consapevolmente nelle possibilità dell’opera: ne fa materia ancora più incandescente, giocando su rimandi quotidiani, che non escludono la musica dal vivo (addirittura riecheggia Luigi Tenco, struggente, mentre Medea studia il suo piano omicida) o altre soluzioni originali ma coerenti e di grande efficacia drammaturgica.

Qualcuno ricorderà la Medea diretta da Ronconi, con Franco Branciaroli: quel coro di donnette, quell’ambientare tutto in un sottoscala. Qui c’è la stessa tensione verso una “normalità” possibile, verso un Vero quotidiano che però in questo caso - contrariamente a quanto avveniva in Ronconi - non esclude affatto il tragico, rendendolo anzi asfissiante impossibilità a vivere.

Christophe Sermet, dunque, dà una forza spiccia, pratica, a quello che diventa l’eterno dramma di coppia, degli amori che nascono, esplodono, scoppiano in guerre più dure di quelle mai combattute da eserciti nemici. Non ci sono speranze, in questo scontro, non ci sono superstiti: e i figli sono armi come altre, da usare per ferire l’avversario. E se non fosse per un ultimissimo dialogo – secondo me di troppo – il finale reso da un agghiacciante silenzio renderebbe Mamma Medea un vero capolavoro.

In uno spazio scenico vuoto – solo una tenda-casetta a riempire il palcoscenico, con un tavolino e qualche sedia – il peso della rappresentazione è tutto sulle spalle dello splendido cast, che si rivela di assoluto livello, a partire dalla straordinaria, scontrosa, viva Medea di Claire Bodson. Ma vale la pena citare tutti assieme gli interpreti, poiché da ciascuno viene un contributo notevole all’esito del lavoro: Ann-Claire, Adrien Drumel, Pierre Haezaert, Francesco Italiano, Philippe Jeusette, Romain David,Mathilde Rault, Yannick Renier, Fabrice Rodriguez e i bambini Jules Brunet e Balthazar Monfè.

Poi, dopo le quasi tre ore di spettacolo, occupanti e compagnia cenano assieme. Ma questo, secondo molti, è un fatto criminale...

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