Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
17 Febbraio Feb 2014 0929 17 febbraio 2014

La democrazia di Dahl (e quella di Napolitano?)

Il 5 febbraio, all’eta’ di 98 anni, ci ha lasciati Robert Alan Dahl, uno dei massimi studiosi mondiali della democrazia. Di lontane origini scandinave, Dahl combatte’ nella Seconda guerra mondiale ed e’ stato Professor a Yale fino al 1986. Se ne e’ andato in un momento critico e difficile per le democrazie occidentali. Scrittore sintetico e chiaro, critico ma fiducioso, Dahl mise bene in chiaro come non esista ‘una’ democrazia, valida in tutti i luoghi e tempi; essa e’ piuttosto un’idea in evoluzione; ben vorremmo chiedergli in che direzione si stia muovendo oggi, soprattutto in Europa ed in Italia.

Due idee di fondo sono di solito associate al pensiero di Dahl: quella di ‘poliarchia’ e la critica al governo dei ‘guardiani’. Che cos’e’ una poliarchia? Dahl conio’ il termine dopo aver studiato le dinamiche di potere in una citta’ americana, New Haven, e pubblicato Who Governs?: Democracy and Power in an American City (1961). Contrariamente a molti suoi contemporanei, che vedevano gli USA controllati da un’unica e grande oligarchia finanziaria-militare-industriale, Dahl concluse che di fatto il potere e’ piu’ distribuito, ed esistono diverse elite, o gruppi in competizione tra loro, secondo una logica pluralista. Cio’ che chiamiamo ‘democrazia’ e’ in realta’ una ‘poliarchia’, ossia, un governo di ‘molti’, non di tutti; con i suoi limiti, ma anche i suoi pregi, per esempio, l’istituto della rappresentanza, il ruolo dei parlamenti, quello di elezioni libere e competitive, il rispetto di alcuni diritti fondamentali. In fondo negli USA e nell’Europa degli anni Sessanta, cio’ poteva sembrare gia’ un bel passo in avanti.

Poi il mondo e’ cambiato. Scrivendo Democracy and Its Critics (1989) e On Democracy (1998), Dahl si e’ reso conto che il ‘governo dei molti’ era ormai diventato un limite, in un contesto di crescente internazionalizzazione, travolgenti forze economiche, e soprattutto rampanti disuguglianze. Se l’economia di mercato ha generalmente favorito la democrazia, essa la ha anche minata, proprio accrescendo le disuguglianze. Che dire poi di altri aspetti dell’ideale democratico, quali enlightened understanding (ossia elettori informati e in grado di capire) o control of the agenda, indicati proprio da Dahl? Li consegneremo per sempre all’utopia? Un limite del nostro autore e’ stato forse quello di rimanere legato ad un mondo culturale anglosassone e nord europeo, e di essere rimasto scettico di fronte alla possibilita’ di ‘democratizzare’, specie nel breve periodo, le principali istituzioni internazionali.

Da un altro punto di vista pero’ Dahl ha riaffermato l’importanza di elezioni e parlamenti contro la possibilita’ del ‘governo dei guardiani’. Quest’ultimo, nei lavori di Dahl, fa riferimento all’idea che il potere politico debba essere affidato a un gruppo ristretto di saggi, virtuosi e competenti che, come i ‘filosofi-re’ di Platone, meglio conoscerebbero il bene della cosa pubblica. Dahl ai guardiani diceva no. Viene subito da pensare a Napolitano ed alla parentesi dei ‘saggi’, propinata ai cittadini italiani nel momento della transizione dalle inconcludenti elezioni dello scorso marzo alla nomina di Enrico Letta a Palazzo Chigi. Non erano i ‘saggi’ qualcosa di simile ai guardiani criticati da Dahl? Chi ha il diritto/potere di decidere sulla superiore moralita’ e competenza di un gruppetto di persone? In base a quale logica (se non una puramente elitaria) alcuni ‘saggi’ dovrebbero conoscere il bene pubblico meglio di un elettorato democratico? Se preferiamo i saggi, nessun problema; Platone avrebbe gradito. Semplicemente, smettiamo di chiamarci democrazia; e per tornare a Dahl, anche ‘poliarchia’. La democrazia puo’ assumere varie forme; entrare negli ambienti di lavoro, esprimersi nelle associazioni e nel governo locale, attraverso referendum e forme partecipative; senza legittimazione elettorale e parlamenti, pero’, salta tutto; non si ha democrazia, ma qualcosa d’altro.

Certo, i ‘saggi’, ‘guardiani’, o ‘esperti’ saranno sempre benvenuti; ma dentro ed attraverso il processo democratico, non al di fuori o al di sopra delle elezioni. La storia dell’occidente e’ ricca di figure di esperti e uomini di studi (giuristi, economisti, storici, scienziati, etc.) che hanno avuto ruoli politici, ma in quanto politici; si pensi ai Luigi Einaudi, Beniamino Andreatta, Jacques Delors, Ludwig Erhard, e altri. Da una ventina d’anni invece hanno preso piede figure di tecnici; a volte rappresentanti di potentati economici, a volte di consorterie burocratiche; in ogni modo, dilaganti, dall’Italia dei Monti all’Unione europea dei vari van Rompuy, Dijsselbloem e Olli Rehn (quest’ultimo ha si’ fatto politica in Finlandia, ma non sembra avere la sensibilita’ per un ruolo europeo...a essere generosi). L’esperto, competente o studioso di turno e’ bene accetto, ma all’interno del processo democratico, non calato sulle teste degli elettori.

Purtroppo, la ‘calata dall’alto’ sembra essere diventata un’abitudine dell’Italia di Giorgio Napolitano, che ha assistito alle incoronazioni di Monti, Letta e ora Renzi senza possibilita’ di replica. Le elezioni, qualsiasi cosa ne dica il presidente, non sono mai una sciocchezza. A meno di scegliere una via non democratica. La Cina autoritaria di oggi si rifa’ in parte ad un’altra tradizione pro-guardiani, quella confuciana, che non a caso fu criticata da Dahl al pari di quella platonica del filosofo al governo. L’ultimo Dahl, quello dagli anni Novanta in poi, era non per caso tormentato dal problema del tecnicismo e dell’affidamento della democrazia agli ‘esperti’. Il suo lavoro, come quello di tanti, resta incompiuto. Sta pero’ a noi, come cittadini democratici prima ancora che studiosi e commentatori, raccoglierne l’eredita’ e chiederci che democrazia vogliamo; a partire dall’Europa e senza chiuderci a esperienze di altri. Se la pratica del ‘governo del popolo’ ha trovato una sua via tra Grecia antica, parlamenti medievali e occidente moderno, di sicuro ci sara’ spazio per una democrazia del XXI secolo.

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