Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
17 Febbraio Feb 2014 0111 17 febbraio 2014

La Politica delle Strategie Oblique

Nel 1975, Brian Eno e Peter Schmidt pubblicarono una serie limitatissima di una scatola che conteneva una serie di cartoncini, ognuno con una frase che, secondo loro, teorici del pensiero laterale, avrebbe dovuto smuovere la creativita’ di un musicista impantanato o scrittori con un blocco creativo. ‘Non costruire un muro, ma fabbrica un mattone’, ‘Sii distruttivo’, ‘Se hai da fare una scelta, fai entrambe le cose’. E cosi’ via. Eno e Schmidt lanciarono una provocazione, che quel momento di massima creativita’ che accade quando si scrive musica, poesia, in ogni forma di generazione di idee, ci sia una specie di codice prestabilito, di fattori scatenanti che possono essere ricondotti a poche, sensibili frasi che fanno ripartire il processo che fa migrare le impressioni e le espressioni in nuove coerenze.

‘Abbandona gli strumenti tradizionali’, dice uno di questi cartoncini, sposta l’azione ed il pensiero al lato di quello che tutti si aspettano, fuori dall’alveo del pensiero corrente. E, soprattutto, corri, cambia, acquista velocita’, rendi le cose complesse, semplici, sblocca quello che vedi attorno, prendi decisioni e interrogati non tanto sul motivo dell’azione, ma sul fatto che quello che fai cambia le cose attorno. D’altronde, gia’ osservare modifica il reale, tanto vale prendere in mano la situazione. La musica, la politica, la finanza, ogni scienza sociale che ha che fare con l’uomo, e’ una forma di addomesticazione di elementi naturali, sociali, psicologici, al nostro volere, a quello del singolo e della collettivita’. E le Strategie oblique di Eno e Schmidt corroborano questa visione, che esiste un momento di impasse che si sorpassa solo con uno strattone, con una carta presa dal mazzo che ci dica, francamente, di muoversi, darsi da fare.

‘Ascolta la tua voce quieta’, dice un’altra di queste carte. Ed a volte, e’ proprio quella voce che hai tenuto calma e sedata per troppo tempo quello che cerchi, quella forma di razionalita’ che non misura i passi, ma lo spazio fra le gambe, quanto tempo impiega il muscolo della coscia a trasmettere il movimento alla gamba. La voce tranquilla e serena del cambiamento, mentre le cose accadono, non nei loro momenti apicali. E, si sa, ci si muove meglio se siamo allenati, se siamo preparati a prendere la rincorsa, lentamente.

Altre volte, lo strappo, l’urlo, lo slancio, per far capire agli altri che, in ogni avanzamento, esiste una fatica, una misura che deve essere colma, come negli orologi ad acqua, per permettere il movimento. Per questo, non stupiamoci se una generazione di italiani, magari anche due o tre, e’ arrivata ad un momento della storia del paese nel quale non hanno piu’ alibi, non hanno piu’ tempo o spazio per disfattismi e lamenti notturni via blog. Il piu’ grande torto che ci possiamo fare e’ ritenere che il sentimento prevalente non fosse e non sia tuttora quello di voler cambiare le cose, di voler, appunto, leggere una di queste strategie oblique e trarne una lezione, una direzione, ricordandosi che ‘ogni linea ha due lati’. Uno shock al sistema, alle regole scritte, cancellate malamente, ergo sempre visibili, della politica anodina e bizantina del nostro genoma latino, ecco cosa ci vuole ora. E recuperare non solo la maniera con la quale il mondo migliora, crea, che e’ quello di sussulti e spostamenti quantici, repentini, o, sicuramente, anche un’accettazione del ‘nulla’ e del ‘niente’ come categorie realistiche di un risultato, di una strategia, o la stessa immobilita’. A patto che l’annullazione o la mancanza di azione siano per un bene collettivo, comune, necessariamente condiviso. Per citare Bourdieu (Sullo Stato, Ed. Feltrinelli),  si tratta di ritrovare un ‘effetto di de-particolarizzazione’ di ‘quell’insieme di istituzioni che chiamiamo Stato’ e lo ‘Stato deve teatralizzare l’ufficiale e l’universale, deve offrire lo spettacolo del rispetto pubblico delle verita’ pubbliche, del rispetto pubblico delle verita’ ufficiali nelle quali si ritiene che l’intera societa’ debba riconoscersi. Deve fornire lo spettacolo dell’universale, di cio’ sul quale, alla fine dei conti, tutti devono essere d’accordo, sul quale non si puo’ essere in disaccordo perche’ e’ inscritto, a una certa epoca, nell’ordine sociale’.

La cosa che affascina di questa necessita’ di de-particolarizzare lo Stato, e’ che presuppone un processo, di formazione, di dibattito, di discussione, anche feroce, senza limiti, un conflitto di punti di vista, in modo ed in una misura che, per una serie di cose, scompaiano i punti di vista, ma rimangano le azioni. I fatti. O le cose da fare. E, come dice uno dei cartoncini di Eno/Schmidt, ‘scrivi una lista esaustiva di ogni cosa che devi fare e fai l’ultima’. Che, per molti italiani, ancora e’ ‘salva il  paese partendo da quello che fai ogni giorno’. La miglior strategia che possiamo augurarci e', invece, quella di una coscienza che sia sempre piu' autogenerata e non indotta da altri, che esistono decine e decine di cose che si possono fare, per rendere questa societa' di inizio millennio un luogo di diritti, innovazione e competenze diffuse.

'Esacerbare tutto' a volte funziona. 

http://dangerousminds.net/comments/oblique_strategies_the_oracle_of_brian_eno

SOUNDTRACK – Melissa Nadler – Was it a dream

http://youtu.be/BQ0zn6jqRdc

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