Mirko Briganti
L’altro occidente
19 Febbraio Feb 2014 0817 19 febbraio 2014

The Lucky Country

The Lucky Country

Lo abbiamo già detto nel primo post, ma ripeterlo giova soprattutto a chi, come molti in italia, pensa che l’ultimo decennio sia stato contrassegnato da una crisi mondiale. Niente di più falso. Il PIL mondiale nell’ultimo decennio è raddoppiato. Raddoppiato. Rispetto al 1999 quasi triplicato, mentre l’Italia nello stesso periodo è stata l’unico paese europeo ad aver perso PIL pro-capite. Neppure la Grecia è riuscita a emulare cotanta performance.

Quindi, nessuna crisi mondiale. Lo sappiamo bene che i paesi emergenti, i cosiddetti BRICs stanno crescendo a ritmi sostenuti da anni, siamo però meno attenti alle performance di paesi occidentali, ad economia post-industriale come l’Australia.

L’Australia ha attraversato la sua ultima recessione nei primissimi anni novanta, a seguito della terapia shock imposta dal duo Hawke-Keating ad un’economia protetta e fondamentalmente stagnante, ad un’industria manifatturiera obsoleta, ad un mercato del lavoro regolato non meno di quelli europei degli anni settanta-ottanta. Da allora, l’Australia è stato il paese occidentale che più ha privatizzato, in quota sul PIL, più ha liberalizzato e più ha ridotto la tassazione marginale sulle imprese. In pratica, la svolta liberista, pro-market qui è stata promossa e gestita dai Laburisti. Con tutte le differenze che questo comporta. Lo Sanità pubblica è ancora efficiente e non ci sono problemi di copertura come sperimentato da decine di milioni di cittadini negli USA. Il Mercato del lavoro è ampiamente flessibilizzato, ma ci sono ammortizzatori sociali universali e un diffuso ed efficientissimo sistema di formazione professionale. L’epoca Howard si è trovata nella situazione in cui si trovò Blair in Gran Bretagna dopo la rivoluzione conservatrice dell’era Thatcher: ha gestito il cambiamento promosso dai predecessori e continuato sulla stessa strada riformatrice.

L’apertura al mercato mondiale, che proprio allora iniziava il suo impetuoso boom, ha permesso agli australiani di trovarsi pronti a coglierne tutti i vantaggi. Export impetuoso di risorse primarie (materie prime e prodotti agricoli), in cambio di prodotti manifatturieri non più prodotti in loco, ma dalla abbondante e conveniente manodopera asiatica. Una dinamica win-win, aiutata dall’impetuosa avanzata della globalizzazione.

Dal 1992 il PIL australiano è praticamente quintuplicato. Un mutamento spettacolare della società e dei consumi, che si nota a vista d’occhio comparando gli stili di vita dei giovani australiani di oggi con quelli dei loro genitori e con quelli dei coetanei europei o statunitensi.

Crescita che non è stata scalfita neppure dalla crisi finanziaria americana del 2007-8, che qui viene definita Global Financial Crisis (GFC). Il Governo australiano, allora guidato dal laburista Kevin Rudd, ha gestito l’emergenza con una massiccia manovra anti-ciclica (in percentuale al PIL superiore a quella cinese), garantendo illimitatamente i depositi bancari (il panico sui mercati finanziari qui è stato stroncato in culla) e “invitando” la banca centrale a fornire liquidità al sistema. Manovra fiscale che ha impedito il rinculo del PIL e la conseguente crisi occupazionale e del mercato immobiliare. Mercato che continua a crescere, non ha mai subito alcuna flessione, in virtù dell’aumento continuo sia del PIL che della popolazione.

Ma qualche nube all’orizzonte si inizia a vedere anche down under. La dinamica del PIL  e dell’occupazione è in rallentamento da un paio d’anni. Nouriel Roubini annovera l’Australia tra i paesi avanzati in cui sta gonfiando una pericolosa bolla immobiliare.

Nel prossimo post faremo il punto sulla situazione attuale e sulle previsioni per l’immediato futuro.

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