Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
20 Febbraio Feb 2014 2222 20 febbraio 2014

Al Valle! Al Valle! Al Valle!

Tutti al Valle Occupato oggi pomeriggio: un venerdì di fuoco.

Occupanti e prefettizi, contestatori e contestati, denigratori e invasati, frikkettoni e disadattati, giornalisti e giornalai: alle 17 di questo venerdì 21 febbraio,  il Teatro Valle Occupato indice una “assemblea”. E si accendono le micce, si scaldano i motori, si affilano le lame. Perché qua, ormai, sembra di essere alle sfide all’ultimo sangue.

Risolto il Valle si risolve tutto? Per molti è così. E a me sta cosa mi manda ai matti.

Mentre il Paese reale è genuflesso di fronte agli obrobri del Festival di Sanremo, che brilla con quel misto di buonismo d’antan e paraculaggine contemporanea, con quel gusto kitsch dell’eventone a tutti i costi, tra milioni spesi in luminarie inutili e gettoni di presenza per mignottone smandrappate, vecchie carampane e cantanti sgolati, il teatro italiano sta alla canna del gasCi stanno tutti, sfiniti: dagli stabili principali – che se va bene diventeranno Teatri Nazionali – all’ultimo gruppo che fa teatro militante in qualche capannone di una provincia sperduta. È un delirio: ovunque. Il rischio di fallimento, anche per i più strutturati, è dietro l’angolo. Ma, nonostante questo, alle 21, ogni sera, nei tanti teatri italiani si alza il sipario. E ogni sera il pubblico applaude – o contesta, o si incazza, ma comunque c’è. Ogni sera un manipolo di sottopagati (pochi, ormai, gli strapagati o pagati e basta) che fanno questa strana cosa che è il teatro, si prendono commossi quegli applausi. Non è una visione idilliaca, la mia, quanto la banale verità: nonostante tutto, vanno in scena. Vi siete mai chiesti perché?

Tutti spinti non solo dall’amore per il teatro in sé, quanto da una idea confusa – sempre più confusa – che il teatro, inteso come pratica, possa servire non solo a migliorare chi il teatro lo fa, ma anche a rendere migliore chi il teatro lo riceve, ovvero a migliorare la società. È una cosa, questa, che pensiamo da circa 2500 anni. Sarà vero?

Da un lato mi chiedo: pensa senza teatro come ci saremmo ridotti. Dall’altro mi dico, invece, che abbiamo perso. Hanno, abbiamo, perso: tutti coloro che speravano in un Uomo migliore, in un Mondo migliore da creare attraverso quei luoghi di democrazia discorsiva che sono i teatri. E invece 30 anni di Mediaset hanno ottenuto più risultati di 100mila repliche di Eschilo. Dovremmo rassegnarci? No, siamo una minoranza, sbandata, confusa, incarognita, ma ci siamo. E continuiamo a fare, e a occuparci di teatro. Sperando ancora che la poesia, l’arte, la letteratura, in una parola la bellezza, possano rendere il mondo e la vita migliori anche a chi ha in totale spregio quelle pratiche. Indirettamente, forse, ma sono certo che piccoli, microscopici, segnali di umanità arrivino anche al resto del paese.

A leggere twitter o fb nazionali si scorrono, in queste sere, una infinità di commenti sul festival della canzone italiana. Arrivano le grida d’allarme da Kiev, ma sono sommerse dai post su Fazio e la Littizzetto. Tutti a casa, tv accesa e cellulare in mano. Bel Paese davvero.

Intanto, forse Montezemolo va al governo: e c’è chi dice che dovremmo essere anche contenti, perché è “un serio professionista”. Intanto Renzi si è preso il governo, è c’è chi dice che dovremmo festeggiare, “perché ora tutto cambia”. Cosa cambia?

In questi mesi il Mibact, guidato da Massimo Bray, e con un ottimo staff interno, stava mettendo mano alla riforma del sistema teatro italiano. E ora cosa succederà? Ci penserà Montezemolo? O ci penserà Baricco, che se pure ha rifiutato il ministero, come Cesare la corona, di certo avrà qualcosa da dire, dal momento che da anni sostiene che bisogna togliere il finanziamento pubblico alla cultura, per darlo a scuola e tv. Ma non importa, c’è Sanremo.

Intanto, però, continuano gli attacchi al Valle Occupato di Roma: ancora una volta assurto a emblema di tutti i mali italiani. A me questa cosa mi affascina. Complice la decisione del Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, di non riconoscere la Fondazione Teatro Valle Bene Comune. Motivo: carenza di presupposti giuridici. Ha ragione il Prefetto, certo, la legge è dalla sua: ma il nodo è proprio quello.

L’esperimento Valle punta proprio a scuotere le maglie della Legge, proponendo un nuovo modello-soggetto (ovviamente non previsto dall’attuale ordinamento). Se il Prefetto l’avesse accettato, mi viene da pensare, avrebbe “fatto giurisprudenza” cosa che non è nelle sue prerogative. Qui, ovviamente, il nodo è altro. Ed è un nodo politico: sul Valle si sta combattendo la più aspra battaglia mai vista nella storia recente del teatro italiano. Fa pensare alla feroce diatriba sulla direzione dello Stabile di Roma di Mario Martone, costretto alla resa non solo a colpi di “stornelli” romaneschi, scritti da Gigi Proietti e pubblicati dall’Espresso, ma anche da un accerchiamento che a confronto Fort Alamo era una passeggiata.

Sulla mossa - pasticciata, confusa, orgogliosa, stupida, ingenua, appassionata, paracula - degli occupanti pende la spada della normalizzazione, del ritorno all’ordine costituito. Ma quale ordine invochiamo? Lo spoil system? Le lottizzazioni politiche? I Cda che bloccano tutto?

Il Teatro italiano ha mille e un problema: è stato massacrato da politiche ottuse, dal gigantismo di direttori artistici che spaccavano i bilanci, dal piccolo cabotaggio fatto di favori a quello e a questo, da lottizzazioni che sono iniziate con Andreotti nel 1948, da tensioni continue che fanno dei “teatranti” una delle categorie più spaccate e litigiose in assoluto. Il teatro italiano ormai, per come lo abbiamo conosciuto e amato, è un “cadavere insepolto”: se vogliamo, possiamo far finta di nulla, continuare a portare fiori, a scavare la fossa e preparare la lapide.

Oppure possiamo provare a inventare altri modelli.

E vorrei – almeno io ci provo – che si prendesse quella del Valle, di certo, non come una risposta: ma come una domanda. Una seria domanda: antipatica, fastidiosa, ma concreta. È un fare. Un’azione che non è passata per le mediazioni dei “corridoi”.

Sarebbe dovuta finire dopo tre giorni, questa occupazione – siamo d’accordo: la politica avrebbe dovuto dimostrare di avere risposte e soluzioni alternative, anche d'altro impianto o discutibili. Così non è stato, per tre lunghi anni, il Valle ha mostrato che il re è nudo, che non ci sono state, né ci sono, politiche culturali, a Roma come altrove.

Adesso, in città, a fronte di deboli segni di ripresa (la speranza del rinnovato Teatro Stabile), si aprono voragini inquietanti, di cui abbiamo dato conto. Eppure, il “problema”, per tanti, resta sempre il Valle, certo complice anche la velleitaria esuberanza degli occupanti, che spesso, troppo spesso, esagerano. Ma chissà com’è questo clima da caccia alle streghe: fate fuori l’untore e passa la peste?

In un bellissimo articolo su Minima&Moralia, Christian Raimo ha scritto: “L’idea che sta dietro allo Statuto stilato per il Valle è fare non soltanto tutto quello che si fa alla Pergola, ma di più. Il Valle è un La Pergola 2.0. Come si può fare? Coinvolgendo i cittadini alla cura e alla gestione del teatro. Un’ipotesi impossibile? In questi lunghissimi e sfiancantissimi anni è sembrato proprio il contrario: se a distanza di trentadue mesi dall’inizio di quest’esperienza di occupazione/restituzione/liberazione, il programma per le prossime settimane prevede una rassegna di cultura georgiana, un ciclo di film di Derek Jarman, una serie di spettacoli di drammaturgia straniera contemporanea con gli autori presenti, un’assemblea pubblica sul futuro di questo spazio, e laboratori per la formazione di insegnanti di danza con l’idea di inserire le arti espressive e quelle performative nella scuola pubblica a partire dalle elementari vuol dire che non c’è stata una regressione centrosocialara qui, ma tutto il contrario”.

Allora non so: diamo risposte concrete agli interrogativi ampi, seri, che nascono dall’occupazione (del Valle come del Rossi di Pisa o dei teatri Siciliani, anche se ciascuno ha una sua storia), rilanciamo tutti gli altri teatri d’Italia, facciamoli vivere davvero, apriamoli anche al ricambio generazionale, e vedrete che il Valle sembrerà davvero un Centro Sociale d’altri tempi.

E vi prego una volta per tutte: la questione non è che il Valle Occupato non paga la Siae o i vigili: ci sono tanti teatri “ufficiali” che non pagano gli artisti (o li fanno pagare per lavorare), che non pagano i contributi, che sganciano qualcosa solo dopo cause e lettere minatorie di avvocati. Facciamo i nomi?

La legalità è un valore fondamentale, imprescindibile in una società malata come quella italiana, e nel teatro dobbiamo continuamente ricordare quanti continuano a lavorare rispettando norme spesso astruse o assurde. Però voglio, al tempo stesso, riportare alla memoria certi “strappi” alla legalità: dalla Palazzina Liberty di Dario Fo (pagava la Siae?), alle prime cantine romane (erano in regola con i permessi? L’agibilità), fino allo sciopero degli intermittenti francesi del 2003.

Ma come non ricordare le parate di Eugenio Barba e dell’Odin in Salento, le azioni del Living in Italia (tre volte accompagnati fuori dai confini con il bollo della censura) o in Brasile (furono carcerati); come non evocare l’irriverente intelligenza di Augusto Boal o la lotta di Can Themba o Sony Labou Tansi?

Lo so, sono modelli alti, diversi, è quasi stupido scomodarli. Ma sono certo che quelle iniziative cozzerebbero anche con lo spirito dello “sprinter” Matteo Renzi, con le visioni culturali di Baricco, o con le ferme prese di posizione di tanti prefetti.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook