Luca Rinaldi
Pizza Connection
20 Febbraio Feb 2014 1100 20 febbraio 2014

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/3 i dubbi (fondati) sul processo alla “trattativa”

C'è un passaggio nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia - da qualche giorno la  stiamo approfondendo nei suoi aspetti più “critici” (si vedano i post del 18 febbraio e del 19 febbraio) - che sta facendo discutere in queste ore il mondo della magistratura. In generale ci sono passaggi in cui la relazione, la prima stilata sotto la guida del nuovo Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, non è per nulla tenera nei confronti dei colleghi. E il periodo di riassetto e nomine all'interno del potere giudiziario gioca sicuramente un ruolo decisivo nelle penne affilate dei consiglieri della Direziona Nazionale Antimafia.

Se, come già scritto su questo blog già lo scorso 18 febbraio, il consigliere Spiezia usa la carota prima (grandi risultati sul piano delle indagini e delle risultanze processuali) e il bastone poi (l'ufficio lavorerà anche quantitativamente e qualitativamente bene, ma non condivide le informazioni sulle indagini in corso con la Direzione) nei confronti dell'antimafia milanese guidata da Ilda Boccassini, un'altra stoccata arriva dal consigliere Maurizio de Lucia sul processo alla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”.

Così de Lucia: «la fattispecie astratta di cui all’art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ndr) pone nuovi problemi di natura giuridica e fattuale al Giudice che dovrà decidere sulla corretta ricostruzione dei fatti operata nell’inchiesta». Basterebbe questo a far partire la polemica che poi si è aperta con l'orchestra diretta dai pm Vittorio Teresi e Antonino di Matteo che hanno portato il processo in dibattimento. De Lucia però non si ferma a una considerazione strettamente tecnica sul reato contestato dai pm di Palermo, la cui punta di diamante all'approdo in aula del processo era Antonio Ingroia, ma arriva a una conclusione logica che già aveva fatto riflettere sull'utilità del proseguio di questo processo dopo la sentenza di assoluzione di Mario Mori e del colonnello Obinu sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano.

«Si deve peraltro dare atto» ha proseguito De Lucia «del recente deposito della sentenza con la quale la IV sezione penale del Tribunale di Palermo ha assolto il prefetto Mario Mori ed colonnello Obbinu dalle accuse relative alla mancata cattura di Bernardo Provenzano nell’anno 1996. Tale processo presenta significativi momenti di collegamento sia probatorio che sostanziale con quello in argomento ed il suo esito non può non destare oggettivi motivi di preoccupazione in relazione all’impostazione del proc. c.d. trattativa». Motivi che sono contenuti proprio nelle motivazioni dei giudici che hanno scritto la sentenza di assoluzione in quel processo: «Si deve rilevare – scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza -  che, benché non manchino aspetti che sono rimasti opachi  la compiuta disamina delle risultanze processuali non ha consentito di ritenere adeguatamente provato come le scelte operative in questione, giuste o errate, siano state dettate dalla deliberata volontà degli imputati di salvaguardare la latitanza di  Provenzano o di ostacolarne la cattura”. E questo aspetto, cioè il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano è presentato come una colonna dell'attuale impianto dell'accusa nel processo sulla “trattativa”. E l'assoluzione di Mori imputato anche per la “trattativa” è un elemento che potrebbe riflettersi in maniera determinante proprio su quest'ultimo procedimento.

Dunque apriti cielo: Teresi interviene subito interpellato dall'AdnKronos «Mi chiedo che competenze abbia un semplice sostituto della Direzione nazionale antimafia a scrivere contro un processo ancora in corso di cui non conosce neppure le carte?», seguito a ruota da Di Matteo: «l’ennesima entrata a gamba tesa contro un processo che dà fastidio a tutti, non è la prima e purtroppo credo che non sarà neppure l’ultima». «Mi chiedo cosa succederebbe se qualcuno di noi formulasse giudizi di merito di questo genere su processi in corso davanti a tribunali e corti d’assise diverse». Più che di intervento a gamba tesa si potrebbe però definire l'intervento di De Lucia come un dubbio legittimo di fronte a una contestazione di reato che avviene per la prima volta nella storia e di un difficilissimo percorso giuridico del processo, che solo chi non ha dimistichezza col Codice fatica a vedere.

Per sedare gli animi è intervenuto il capo della Direzione Nazionale Antimafia in persona Franco Roberti: «nessun intento critico nei confronti della Procura di Palermo può e deve essere letto», precisa il magistrato. La Dna, «senza volersi ingerire nelle scelte processuali, ha inteso soltanto evidenziare la complessità del processo – certamente di maggiore interesse attuale per l’opinione pubblica – in relazione alle inedite problematiche giuridiche e fattuali che esso presenta»

De Lucia, comunque, non è stato infatti il primo a notare le inconcongruenze presentate: anzi, era stato lo stesso gup Piergiorgio Morosini, vicinissimo alle posizioni della procura a far notare in sede di rinvio a giudizio che «Il materiale acquisito non è pervenuto al giudice in forma organica per singole posizioni processuali in maniera intelleggibile. La memoria che è stata prodotta il 5 novembre dalla Procura non affronta il tema delle fonti di prova». Insomma, non si capisce granchè dalle carte raccolte dai pm e inviate al Gup, andiamo a processo e vediamo che succede. La sintesi nel linguaggio degli essere umani pareva proprio essere questa.

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