Luca Rinaldi
Pizza Connection
25 Febbraio Feb 2014 1127 25 febbraio 2014

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/5 Camorra: la “criminalità disorganizzata” che si fa impresa

Prosegue la lettura del rapporto annuale della Direzione Nazionale Antimafia, nel box le puntate precedenti

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/1 “La DDA di Milano non condivide le informazioni”

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/2 Dall'Emilia alla Lombardia: la A1 divide due cosche?

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/3 i dubbi (fondati) sul processo alla “trattativa”

Rapporto Direzione Nazionale Antimafia/4 L'attività dei servizi segreti nel contrasto alla mafia così com'è è deleteria

Oggi la lettura arriva ad analizzare alcuni aspetti tra quelli riportati dal consigliere Filippo Beatrice per quanto riguarda la Camorra e sul coordinamento investigativo che mantengono le direzioni distrettuali con la direzione nazionale antimafia nel contrasto alla criminalità organizzata campana. Oppure per dirla con le parole del consigliere Beatrice la “criminalità disorganizzata” campana che se da un lato può essere considerata una debolezza, dall'altra invece rende i movimenti criminali imprevedibili.

Si legge sulla relazione «Sappiamo che la fattispecie dell’art.416 bis cod. pen. (cioè il reato di associazione mafiosa, ndr) è legata ad un modello di mafia gerarchica: non solo perché si prevedono, ad esempio, specifiche attività di direzione e di organizzazione o perché il vincolo associativo assume una così forte valenza da essere considerato la matrice dell’intimidazione e della condizione di assoggettamento e di omertà, ma in quanto il puntuale riferimento al controllo delle attività economiche, degli appalti e del mercato politico prefigura una visione totalizzante dei programmi criminosi delle associazioni di tipo mafioso, che in definitiva la stessa giurisprudenza riconduce al concetto di controllo del territorio (cd. power syndicate). La norma traduce dunque sotto il profilo criminal-repressivo il meccanismo dell’offerta di protezione esercitata in maniera monopolistica nell’ambito di una determinata comunità locale e da questo punto di vista essa appare efficacissima ove il fenomeno mafioso sia considerato tendenzialmente stanziale, cioè dipendente dalle condizioni locali nelle quali ha avuto origine. Si può dire –secondo quest’accreditata interpretazione- che il fenomeno mafioso nasce e si sviluppa dove l’offerta dei propri servizi criminali si incrocia con una domanda che proviene dal territorio.

Ma se al power syndicate affianchiamo il cd. enterprise syndicate, ovvero quell’insieme di reti di traffici ed affari illeciti che permea forme diversificate di criminalità organizzata, se –per così dire- introduciamo meccanismi propri della criminalità economica, ove non è tanto determinante l’organizzazione in sé secondo i canoni tradizionali, ma contano le capacità relazionali ed i saperi criminali (più o meno specialistici) che si manifestano di volta in volta, diviene allora probabilmente più difficile operare unicamente sotto “l’ombrello protettivo” della fattispecie associativa.

Nella dimensione quantitativa dei casi nei quali v’è una più spiccata sovrapposizione o interdipendenza tra criminalità organizzata e criminalità economica sta allora forse la ragione per la quale –almeno secondo quanto ci dicono le più recenti pronunce giurisdizionali (quantomeno nella fase cautelare) in tema di criminalità camorristica- assistiamo ad un uso sempre più frequente della fattispecie del “concorso esterno in associazione mafiosa”, con particolare riguardo al coinvolgimento di imprenditori, di professionisti e di esponenti politici.

Peraltro, si tratta di un terreno ricco di incognite, com’è dimostrato dal fatto che talvolta (con decisioni difformi nell’ambito della medesima vicenda, anche in sede cautelare) tali cornici giuridiche non sono ritenute adeguate a ricomprendere determinate realtà effettuali: invero, alla “anarchia ermeneutica” che talvolta si manifesta sul terreno del diritto si sommano le incertezze derivanti da un peculiare contesto criminologico, da alcuni definito di “criminalità disorganizzata”, espressione questa che (forse paradossalmente) sembra descrivere meglio di altre ciò che accade nel panorama camorristico».Infatti, scriverà più avanti lo stesso Beatrice «no degli aspetti (tra i molti) che viene in evidenza è, ad esempio, il fatto che sempre più spesso taluni vertici di un sodalizio camorristico instaurano una riservata relazione interpersonale con propri imprenditori di fiducia, i quali operano in sostanziale autonomia rispetto alle ordinarie strategie del clan, rispondendo direttamente ed unicamente all’autorevole esponente apicale. Di conseguenza, agli obiettivi ostacoli di ordine investigativo (tali relazioni riservate sono, ad esempio, sostanzialmente ignote a affiliati “ordinari” che intendano collaborare con la giustizia) si aggiungono i nodi interpretativi sul piano dell’inquadramento giuridico, che non sempre la fattispecie di cui agli artt.110 e 416 bis cod. pen. sembra essere in grado di sciogliere». 

Insomma, sempre più di frequente la criminalità economica è sovrapponibile a quella organizzata e si rischia di avere un proliferare incontrollato di quella “borghesia mafiosa” che si avvale dei servizi di camorra spa, senza che la stessa borghesia mafiosa sia perseguibile in modo accettabile. Le attuali configurazioni di reato (associazione mafiosa, concorso esterno e associazione a delinquere), potrebbero non essere sufficienti a configurare i rapporti tra camorra e quella stessa “borghesia mafiosa”). A questo va poi aggiunto il profilo liquido delle organizzazioni camorristiche che non rispondono a vere e proprie gerarchie sul territorio, ma si passa tramite alleanze provvisorie che possono poi sfociare in chiusure più violente, fino a coinvolgere anche innocenti, come troppo spesso si è verificato. Basti pensare che a Napoli e nel territorio della sua provincia, infatti, dall’inizio dell’anno si contano ben 22 omicidi e 21 tentati omicidi.

Presenza gruppi camorristici (Elaborazione TransCrime 2013)

Scrive Beatrice per meglio introdurre questa “anarchia” dei gruppi criminali campani «se guardiamo alla frammentazione da un altro punto di vista, che è quello – essenziale - degli interessi criminali concretamente coltivati dai gruppi camorristi, non si è lontani dal vero nel sostenere che l’adozione di forme organizzative per così dire diffuse ed assai poco centralizzate lascia ad essi uno spazio di azione più fluido, con effetti significativi, ad esempio, nell’individuazione dei settori ove investire il proprio patrimonio relazionale». Poi prosegue «si vuole mettere però in rilievo che per le organizzazioni camorristiche, in ragione della loro frammentata conformazione, sembra essere ancor più agevole aderire a modelli comportamentali diversificati, non solo volti alla ricerca di profitti illeciti, per così dire nuovi per il crimine organizzato (si pensi al controllo delle scommesse on-line, dove la de-materializzazione dell’illecito è in re ipsa), ma anche rispetto al coinvolgimento degli attori sociali più pronti a muoversi entro tali coordinate».

LE PROIEZIONI FUORI DALLA CAMPANIA

Per quanto riguarda le proiezioni “extraterritoriali”, si riporta per intero la relazione «Le attuali proiezioni extraregionali dei gruppi camorristici

Se il controllo del territorio di origine resta –come si è detto- un elemento caratterizzante l’essenza stessa delle organizzazioni camorristiche, non per questo esse disdegnano di proiettarsi al di fuori della Campania e, talvolta, anche all’estero72.

Il fenomeno delle cd. mafie al nord73 o delle mafie in movimento74, per lo più ricondotto all’ormai compiuta esperienza della globalizzazione dei mercati75, investe senz’altro anche i clan della camorra, che già in passato avevano dimostrato di sapersi muovere all’interno delle contraddizioni e degli squilibri che avevano fatto seguito al sorgere di nuovi assetti economici e politici76.

Non mancano esempi al riguardo, che solo in parte riflettono strategie di espansione territoriale.

Alcune delle indagini alle quali si è fatto riferimento anche nell’ambito delle scorse relazioni hanno dimostrato che sia le cosche criminali insediate nella provincia di Caserta che alcune più intraprendenti articolazioni del clan Mallardo coltivano ed incrementano interessi di tipo economico in alcune zone del Lazio, specialmente quelle a sud di Roma. A ben vedere, in tali casi, i clan si muovono ampliando i confini territoriali della propria influenza camorristica, approfittando del fatto che nei territori contigui o comunque vicini a quelli in cui l’egemonia criminale è storicamente esercitata non vi sono sodalizi di tipo mafioso già insediati. Essi, quindi (almeno secondo i provvisori esiti delle investigazioni coordinate dalle Procure distrettuali antimafia interessate), sembrano in tal caso perseguire strategie di espansione delle medesime strutture organizzate già consolidatesi nell’agro aversano o in quello giuglianese.

Ma gli aspetti più interessanti di una camorra in movimento sono probabilmente altri e possono essere meglio analizzati se guardiamo ad esperienze criminali di matrice camorristica sviluppatesi in territori lontani dalla Campania.

Già si è, ad esempio, ricordata un’iniziativa cautelare particolarmente significativa che riguarda il clan Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano77.

Il nuovo reggente del sodalizio, Biagio Bifulco, era stato sottoposto per due anni alla misura di sicurezza della libertà vigilata a Brescia, dove era stato fittiziamente assunto in una società di abbigliamento con sede in quella città, poi risultata essere riconducibile allo stesso Bifulco. Quest’ultimo aveva quindi sfruttato la sua forzata permanenza in Lombardia per estendervi i traffici criminali del clan, ponendo in essere operazioni di riciclaggio e di reinvestimento, insieme ad altri sodali.

Sono proprio le peculiari capacità imprenditoriali di molti affiliati al clan Fabbrocino ad aver consentito all’organizzazione di penetrare nel settore dell'abbigliamento e del commercio di alimenti, in alcune regioni del centro e del nord Italia (la Lombardia, l’Emilia-Romagna, l’Umbria, le Marche), avviando decine di aziende e movimentando imponenti flussi finanziari, anche mediante la creazione di filiere produttive e commerciali nelle quali troviamo le fabbriche tessili dell’area vesuviana e gli eleganti negozi di Bergamo e Brescia, comunque riconducibili all’influenza del clan.

Dagli elementi che si desumono da tale vicenda, si comprende che le strategie del clan Fabbrocino sono state determinate, in questo caso, da una duplicità di fattori, che si sono tra loro combinati. Da un lato, v’è la soggettiva condizione di Bifulco, che si trovava a Brescia in libertà vigilata; dall’altro, esiste una vocazione imprenditoriale che gli esponenti del clan hanno assorbito dalla sistematica infiltrazione criminale nel tessuto imprenditoriale locale (San Giuseppe Vesuviano, Palma Campania, Terzigno), caratterizzato da una certa prevalenza dell’industria tessile. Sfruttare tali potenzialità per reinvestire proventi criminali in luoghi di più sofisticata espansione commerciale e che si stava imparando a conoscere meglio si è dunque rivelata una scelta intelligente, ma per così dire- essa è derivata dall’esistenza di un significativo profilo imprenditoriale all’interno del clan, che non si limita ad alimentare le sue ricchezze soltanto attraverso le estorsioni.

Aziende confiscate alla camorra (elaborazione TransCrime 2013)

Anche in relazione ad un’altra vicenda che si riferisce a soggetti legati alla famiglia capeggiata da Antonio Iovine e che si sono stabiliti in Toscana (in Versilia) è possibile tracciare un’analisi utile per comprendere quali siano le strade intraprese dalle organizzazioni camorristiche nelle loro proiezioni extraregionali78.

Nell’ambito del procedimento in questione, è stata ascritta la partecipazione al clan dei Casalesi ed, in particolare, alla fazione riconducibile al noto capo Antonio Iovine, a soggetti originari del territorio del comune di Gricignano di Aversa, trasferitisi anni fa nella zona di Viareggio.

Dalle convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia si comprende che la presenza del clan in Versilia ha origini abbastanza fortuite e solo successivamente si viene ad inserire nell’ambito della strategia criminale dell’organizzazione. In sintesi, circa vent’anni fa si trasferisce a Viareggio l’imprenditore Stefano Di Ronza, che è un parente (sia pure non stretto) di alcuni camorristi; in Toscana egli comincia ad occuparsi di smaltimento di rifiuti e –quando gli viene richiesto dagli amici aversani- si mette a loro disposizione, facendo figurare ad esempio alcuni affiliati al clan come assunti presso la propria impresa. Negli anni successivi, a Viareggio si trasferisce Maurizio Di Puorto, persona legatissima a Iovine: i collaboratori dicono che Di Puorto si era macchiato di uno sgarro verso un esponente del clan, per cui gli avevano imposto di allontanarsi. E’ probabile che avesse scelto di recarsi in Toscana proprio perché in Versilia si era già stabilito Di Ronza. E’ da quel momento che prende a coagularsi in Versilia qualcosa che somiglia ad una cellula criminale di matrice casalese, formata da soggetti che in Toscana non fanno altro che operare come in provincia di Caserta, ponendo in essere estorsioni in danno di imprenditori edili anch’essi campani, individuati dallo stesso Di Ronza: a quest’ultimo viene contestato il ruolo di concorrente esterno al clan rispetto al suo ruolo di intermediario con gli imprenditori vessati e, più in generale, rispetto alla realtà locale.

La lettura degli esiti investigativi fa dunque emergere uno stabile collegamento tra chi si trova in Toscana e chi è ancora a Gricignano d’Aversa, che è il luogo dove si continuano a decidere le strategie del sodalizio.

Anche in questo caso, vi sono –per così dire- fattori “non intenzionali”79 all’origine del radicamento camorristico in Versilia, da ricercare –come abbiamo visto- nella necessità di allontanarsi dal proprio territorio per sfuggire ad atti di ritorsione. Deve inoltre mettersi in rilievo che il meccanismo estorsivo (probabilmente comunque correlato ad aiuti agli imprenditori nei rapporti con taluni settori delle pubbliche amministrazioni e con i propri dipendenti e quindi – come spesso accade- legato ad un servizio di protezione) si esercita verso chi è già consapevole della fama criminale del clan e non è comunque stabilmente inserito nel tessuto sociale di quel territorio (le vittime sono anch’esse originarie della Campania). Infine, si è registrato che tale meccanismo ha funzionato per lungo tempo, in quanto chi operava al di fuori della propria regione non ha mai perduto il legame con il clan dei Casalesi.

Si tratta di una vicenda che, sia pure con molte differenze, fa pensare ad esperienze criminali proprie della ‘ndrangheta (ad esempio, in Lombardia) e che dimostra che le organizzazioni camorristiche, se le condizioni locali lo consentono, sono in grado di muoversi secondo le cadenze consuete delle altre organizzazioni mafiose. 

Diversa è, infine, la fattispecie che ha ad oggetto infiltrazioni camorristiche in Romagna ed a San Marino80. Si tratta, in realtà, di un insieme di vicende, che sono state trattate da almeno tre Uffici giudiziari diversi, le Procure distrettuali di Napoli e di Bologna e (sia pure indirettamente) la Procura della Repubblica di Rimini. Centrale è la figura di un soggetto campano, Francesco Vallefuoco, a capo di un gruppo criminale specializzato nel recupero crediti in favore di imprenditori che preferivano seguire scorciatoie illegali rispetto alle normali procedure, con il coinvolgimento di una società finanziaria sammarinese e di professionisti (ad esempio, notai) anch’essi di origine romagnola. Il fine ultimo di tale organizzazione era costituito dallo svolgimento di un vero e proprio servizio di riciclaggio per conto di gruppi camorristici, che evidentemente in ragione delle asimmetrie normative e fiscali che presenta l’ordinamento dello Stato di San Marino rispetto allo Stato italiano- trovavano nell’organizzazione di Vallefuoco un efficacissimo veicolo per lavare il denaro sporco.

Ma la poliedricità di quest’ultimo e l’intreccio di relazioni che è in grado di alimentare, oltre a sollecitare un’elevata attenzione investigativa da parte di più Uffici, determinano pure difficoltà interpretative rispetto alla definizione giuridica del ruolo ricoperto nelle sue varie manifestazioni.

Infatti, nell’ambito di una precedente ordinanza cautelare emessa nel 2011 dall’A.G. di Napoli, Vallefuoco era stato contemporaneamente indicato: come capo e promotore di un’associazione a delinquere ex art.416 c.p. aggravata ex art.7, l.n.203/1991, “stabilmente dedita ad attività di riciclaggio e reimpiego dei profitti illeciti” conseguiti da associazioni mafiose attive sul territorio nazionale, nonché “al recupero crediti realizzato anche mediante ricorso a minacce e violenze perpetrate prevalentemente con metodo mafioso proprio in ragione del sistematico richiamo del ruolo assunto dalla loro organizzazione”; nonché come concorrente esterno al clan camorristico napoletano della famiglia Stolder, in quanto egli aveva stipulato “un patto illecito con lo Stolder al servizio della cui organizzazione e per i predetti fini metteva la struttura criminale a lui facente capo”.

Con la più recente ordinanza cautelare adottata nel marzo 2013, a Vallefuoco è stato contestato il delitto di cui all’art.648 ter cod. pen., aggravato ex art.7, l.n.203/1991, nonché il delitto di cui all’art.416 bis cod. pen., in quanto partecipe del clan degli acerrani e loro referente presso il clan dei Casalesi (federato agli stessi acerrani), con particolare riguardo all’attività di reimpiego dei capitali illeciti presso operatori finanziari della Repubblica di San Marino e delle Marche.

Nel 2012, nell’ambito, invece, della cd. operazione Vesuvio, la Procura distrettuale di Bologna aveva nel frattempo contestato allo stesso Vallefuoco il delitto ex art.416 bis cod. pen., in quanto egli, con soggetti di origine campana, era dedito ad attività usurarie ed estorsive (correlate al recupero crediti) consumate con modalità mafiose in danno di alcuni imprenditori. Anche in questo caso, la fama criminale derivava dal collegamento con clan camorristici, facendosi riferimento non soltanto al clan dei Casalesi, ma anche al clan Sacco ed ancora al clan Stolder, entrambi napoletani, tutti comunque ormai stabilmente inseriti in traffici illeciti nella Romagna.

Infine, con un’ordinanza cautelare emessa nel mese di aprile 2013, il GIP presso il Tribunale di Rimini ha preso in esame un ulteriore apparato associativo presente nel medesimo territorio e collegato funzionalmente ed operativamente a quello riconducibile a Vallefuoco, per il tramite di un soggetto coinvolto nell’indagine bolognese. Occorre mettere in rilievo che il Giudice ha riqualificato l’impostazione accusatoria (che aveva ritenuto un’ipotesi associativa ex art.416 cod. pen.), individuando nel sodalizio i tratti dell’associazione di tipo mafioso.

Si tratta di un quadro eterogeneo, nel quale si intrecciano assunti accusatori di non univoca lettura: vengono utilizzate le due fattispecie associative (quella ex art.416 e quella di cui all’art.416 bis) e la fattispecie del concorso esterno per incidere nel medesimo contesto, nel quale troviamo una peculiare forma di estorsione (recupero crediti attraverso l’intimidazione), collegata all’esistenza di canali di riciclaggio e di reinvestimento.

Ma le difficoltà, come si è accennato nelle premesse della presente relazione, derivano dai molteplici volti che il crimine organizzato può mostrare quando si muove al di fuori dei propri confini tradizionali: nella vicenda da ultimo considerata non si rilevano cellule di organizzazioni camorristiche, ma vengono in evidenza soggetti che -dapprima forse occasionalmente e quindi in forma più strutturata- hanno dato vita a gruppi criminali che operano sia avvalendosi del patrimonio d’intimidazione dei clan per i quali pure agiscono, sia muovendosi in autonomia, nel momento in cui acquisiscono una propria fama criminale, assimilabile a quella delle associazioni mafiose.

Per le organizzazioni camorristiche, sembra dunque profilarsi un effetto espansivo non tanto del profilo organizzativo, ma del metodo mafioso, per com’è connotato normativamente. Non è dunque il vincolo associativo ad essere per così dire- esportato, ma il metodo mafioso, che può diventare risorsa spendibile anche da chi non sia organicamente inserito in un determinato clan camorristico, ma che comunque trova nei contatti e nelle relazioni con alcuni suoi esponenti l’opportunità di perseguire strategie criminose particolarmente insidiose. E’ probabilmente questo uno degli aspetti da valorizzare nella configurazione giuridica di molti fatti che sono oggetto di indagini antimafia, specie quando essi riguardino la criminalità economica, intrecciata ormai intimamente alla criminalità organizzata». 

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