Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
26 Febbraio Feb 2014 1150 26 febbraio 2014

Matteo leader nel presente senza elite

Oggi ospitiamo Stefano Scacchi, amico e giornalista, che scrive di Renzi. Grazie a Stefano e buona lettura!

“Se fai tu il presidente del Consiglio, lo possono fare tutti”. E’ il commento rivolto da una signora a Matteo Renzi all’uscita della chiesa di Pontassieve dopo la messa della domenica mattina. Da molti potrebbe non essere considerato esattamente un complimento, ma è la fotografia perfetta dell’evoluzione politica rappresentata dal neo-premier. Al punto che è stato lo stesso Renzi a raccontare l’episodio parlando al Senato nel discorso durante il dibattito sulla fiducia, dimostrando di ritenerla una frase più positiva che negativa, quasi il manifesto di un punto di forza. Perché quella battuta sintetizza perfettamente la novità incarnata da Renzi. Una tendenza che ormai influenza la politica mondiale da un trentennio, ma suscita sempre scalpore ogni volta che si materializza.

Questo fenomeno è il passaggio a una dimensione post-elitaria della politica. Possono essere ricondotte a questa nuova dimensione le critiche mosse a Renzi per il suo discorso e in generale per il suo stile: le mani in tasca, il tono colloquiale, le battute, l’uso continuo dei social network, lo sguardo perennemente rivolto allo smartphone o all’Ipad. Sono tutti comportamenti poco istituzionali, impensabili fino a qualche anno fa, quando al vertice delle istituzioni c’erano solo personaggi formati dalle elite: economiche, politiche, culturali, burocratiche. Oppure un mix di queste combinazioni: ad esempio, il Pci selezionò una formidabile classe politica frutto di una miscela tra scuola di partito, sindacato e mondo della cultura e delle professioni intellettuali, riuscendo al contempo a mantenere un legame fortissimo con gli operai e i contadini.

Ma adesso quella catena, per certi versi ideale, che poteva unire le classi più popolari e i leader politici è saltata. Allora c’era una delega forte, concessa con la fiducia che la politica potesse guidare verso un riscatto sociale in un’epoca di forti speranze ed espansione economica. In quella fase inoltre non esistevano strumenti in grado di ridurre (almeno in apparenza) le distanze tra alto e basso. Adesso invece, complice il peggioramento delle condizioni economiche nell’Occidente, le speranze hanno ceduto il passo a una diffusa delusione (quando non a una vera e propria rabbia). E la tecnologia ha costruito numerose forme di comunicazione che abbattono le distanze tra alto e basso: la televisione e poi in maniera ancora più dirompente internet e i social network che permettono a tutti di dire la loro opinione.

La costruzione del consenso è completamente diversa: richiede tempi e modi impensabili venti anni fa. Ed è per questo motivo che Matteo Renzi si può permettere quasi di irridere i senatori. Perché lui ha quei modi e quei tempi. E sa che è fondamentale seguire quel filo, piuttosto che coccolare le elite. Senza trascurare il fatto che, di fronte a quell’opinione pubblica, i componenti del Senato sono talmente screditati da poter permettere a Renzi di tenerli sostanzialmente in pugno di fronte al giudizio del Paese. Da questo punto di vista il passaggio da Enrico Letta a Renzi è dirompente. L’ex premier ha un approccio politico ancora di tipo elitario perché non ha un consenso diretto ma mediato dai gruppi intermedi (pur avendo pochissimo della grandezza dei veri leader di una volta). Ed è probabile che, a un livello profondo, sia proprio questo ad aver provocato la sua livida arrabbiatura per il cambio della guardia a Palazzo Chigi: la scenata un po’ bambinesca del campanello passato a Renzi in fretta e furia in un clima di gelo e la successiva apparizione alla Camera durante il discorso di Renzi senza degnare di uno sguardo il banco del governo. Ed è questo che manda in bestia molti cittadini, che fanno parte del blocco sociale e generazionale ancora abituato a una società governabile con lo stile dell’elite.

Nel mondo anglosassone questo salto in parte era già stato compiuto, forse fin dai tempi di Reagan negli Stati Uniti (lo sconcerto nel vedere un ex attore di film western alla Casa Bianca). In Europa invece era toccato soprattutto a partiti di destra e populisti salutare l’avvento di simili personaggi, ben rappresentati da Berlusconi in Italia. La grande novità di Renzi è di aver introdotto questo modello anche nello schieramento di centro-sinistra. E forse questa è la prima volta che succede in questo campo in Europa, magari avviando analoghi meccanismi nei partiti gemelli. Anche qui la motivazione potrebbe essere più profonda. I partiti di ispirazione socialista, con elementi cristiano-sociali come il Pd, affondano le loro radici nei movimenti degli ultimi due secoli, nati con la volontà di ridurre le disuguaglianze economiche della società. Mentre nell’ambito del centro-destra il vento del liberismo della scuola di Chicago e degli spiriti animali del turbo-capitalismo ha offerto da tempo basi ideologiche per andare avanti rispetto al passato, con i risultati che tutti vediamo a livello di disuguaglianze sempre più forti tra i cittadini. Per questo motivo forzare una svolta post-elitaria nel campo del centro-sinistra era molto più complicata. Renzi ci è riuscito con una forza dirompente. Al di là del giudizio sui contenuti della sua azione, l’ex sindaco di Firenze impressiona per la capacità di fissare un obiettivo e perseguirlo come un carro armato tenendo la barra della sua rotta contro tutto e tutti. In questo agevolato dai mostruosi tentennamenti di chi l’ha preceduto alla guida del Pd. Per la prima volta un segretario di quel partito dà l’impressione di essere davvero al volante con una direzione precisa da seguire senza aver bisogno di consultare la cartina ogni due minuti (in politica questo è già un punto di forza). Non a caso è il primo segretario di quel partito da molti anni ad avere un fortissimo consenso popolare autonomo.

Probabilmente quello che Renzi ha fatto in questi ultimi tre anni, senza essere nemmeno 40enne, resterà nei libri di storia della costruzione del consenso politico. E’ ovvio che le resistenze alla sua azione sono fortissime. Perché sta conducendo tutto il suo schieramento politico in un universo post-elitario. Probabilmente altri, dopo di lui, riempiranno di contenuti più articolati questa azione. Ma il merito di averlo fatto resterà per sempre ascritto a Matteo Renzi. A molti questa svolta non piace perché ovviamente non si riconoscono in questo nuovo tipo di società più orizzontale per certi versi, più verticale per altri. Di sicuro prima la piramide era costruita con pendenze geometricamente più ordinate, ora è diventata più schiacciata e irregolare. Per questo, per governarla, occorrono una velocità superiore e modi più spicci. Matteo Renzi li possiede. E’ molto probabile che fosse meglio una società strutturata su elite, capaci di incanalare con maggiore solennità ed eleganza le aspirazioni delle persone. Purtroppo quel mondo è alle spalle per ragioni di crescita economica, formazione culturale, carisma e forza dei leader. E, dal momento che la politica è l’arte del possibile, Matteo Renzi è il Presidente del Consiglio perché meglio di chiunque in Italia ha saputo interpretare questa realtà.

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