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27 Febbraio Feb 2014 1738 27 febbraio 2014

L’incubo della scacchiera

Leggendo i giornali o vedendo i talk show in Tv, avverto un’ansia progressiva ed incontenibile. Si discetta sul lavoro che manca e sulla precarietà del Paese. La prima riflessione è inquietante e ti accende un groppo in gola e nel cuore,paralizzandoli. Se sposti dei MLD dall’erario generale per sanare,ad esempio, l’imu,rimani scoperto nella sanità,negli investimenti o nel cuneo fiscale troppo oneroso. Devi sempre difenderti dallo scacco matto dello spread,della tenuta dei conti,delle agenzie di rating e del debito di credibilità in aumento presso i risparmiatori. Conclusione:non si sa più da che parte parare.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza in una materia paralizzante e tanto noiosa,ragionando in astratto e togliendoci dalle immediate pressioni delle circostanze. Ogni sistema nel suo sviluppo costruisce le proprie regole e le proprie sintassi e con esse crea significato ,adesione e consenso,unisce il paese legale al paese reale. Nel contempo,i sistemi edificano strutture per difendersi,espandersi e cautelarsi. Quest’ultime ,che comprendono anche la retorica,sono energie di riserva utilizzabili nei momenti critici. Le difese possono avere diverse funzioni:si va dalle elementari tutele messe in atto dal welfare alle innovazioni più sorprendenti. Le espansioni generalmente sono a saldo positivo,talvolta però risultano delle strade unilaterali e prefissate su binari antecedenti ,senza possibilità di sviare o svicolare. Difese,espansioni,retoriche e riserve possono rivelarsi delle trappole quando sono gestite male,inefficacemente. Come tutti gli Stati anche l’Italia ha edificato le proprie peculiari strutture e,almeno nelle intenzioni,ha cercato di governarle alla meglio per il bene di tutti.

Qual è la situazione oggi?

Mancano le cosiddette riserve sia finanziarie sia giuridiche sia innovative. Di fronte alla scacchiera,pertanto, ci attanaglia l’angoscia. Perché la partitocrazia non ha avuto una politica previdente e si è lasciata imprigionare dalle pressioni contingenti senza un progetto di come lo Stato avrebbe dovuto funzionare nel presente , nel futuro ed anche nei periodi di crisi. Ad esempio,non ci sono le risorse finanziarie per tutelare gli essenziali diritti quali l’assegno universale di sostentamento e la carta dei diritti, dei beni e dei servizi di cittadinanza,che potrebbero essere le spese che un cittadino incontra nella sua esperienza sia per vivere sia per l’istruzione,per le cure mediche , per la corretta informazione e per la partecipazione democratica alle scelte della comunità. Viceversa ,monta lo scollamento tra paese reale ,le sue vitali necessità,ed il paese legale,avvoltolato tra le sue prerogative ,spesso scambiate da una parte della opinione pubblica come ingiustificati privilegi.

Quindi quali comportamenti auspicare?

Dovremmo dire un no assoluto alla logica tradizionale del potere e della politica delle contingenze,dei veti incrociati e delle faide partitiche, perché perseguire in tale maniera vorrebbe dire smarrire la strada delle possibili soluzioni e rendere l’ambiente sociale una palude mortifera di sabbie mobili. Abbiamo perciò bisogno di una nuova logica di azioni e di decisioni , che coniughi le attuali sofferenze popolari con le speranze di crescita generale ,tramite l’impegno di tutti i cittadini. Altrimenti come affrontare i drammi della disoccupazione , della moria aziendale e la perdita delle più elementari certezze di garanzia sociale? Importante è perciò coinvolgere la cittadinanza in scopi comuni,rispondendo a domande chiare e socialmente rilevanti.

Che fare per uscire dalla crisi? C’è bisogno di coralità e di intenti comuni. Se si agisce da soli,c’è di sicuro un esercizio di volontà,ma si scappa dai problemi individualmente, peggiorando purtroppo le cose e le situazioni. Per contro, bisogna uscirne tutti assieme affinché il sistema si rimetta in moto e con esso si riavvii in carreggiata la cultura “della uguaglianza di opportunità,della rilevanza della meritocrazia,della distribuzione del reddito,della tutela delle fasce più deboli,della soluzione dei problemi di equità e di giustizia nelle scelte effettuate. Altrimenti,il malfunzionamento del sistema distrugge la cultura che lo sostiene e tutti staremmo peggio,molto peggio,in un mondo attorno a noi che cambia rapidamente.

Ci vuole innanzitutto la innovazione dei paradigmi culturali,che faccia riprendere il cammino al sistema adesso inerte e fossilizzato,avvicinando il Paese reale al Paese legale. Le troppe differenze di sensibilità e di trattamento economico e giuridico ,infatti,anziché smorzare le sorgenti di crisi, ne alimentano le contraddizioni ed i ritardi. E’ una questione perciò di progettare sia una nuova politica sia una inedita cultura . Avere pertanto tutti,dal governo agli ultimi cittadini, degli scopi chiari affinché si accettino le odierne preoccupazioni ed angosce esistenziali, trasformandole in energia positiva. Per fare ciò,ci vuole una attenzione mirata da parte del potere alto,rappresentato nel parlamento e nelle sedi istituzionali,verso le esigenze vitali del popolo basso,attenzione che si basa su messaggi,decisioni ed esempi di enorme evocazione simbolica,capaci di suscitare una retorica del consenso e del coinvolgimento. Come potrebbe essere il blocco dei prezzi, dell’iva e degli ulteriori balzelli fiscali dei beni e dei servizi di prima necessità sia alimentari sia della tutela medica sia dell’istruzione. Ma sono solo degli esempi perché le necessità potrebbero essere altre. Addirittura si potrebbe ipotizzare di offrire alla nascita di ogni persona una carta di credito in cui sono contabilizzati tali diritti fruibili durante il periodo di una vita media,che ne so,dai 200.000 ai 300000 € pro capite. Se una persona avesse bisogno di maggiori spese ,superate quelle accreditate alla nascita,dovrebbe corrispondere una parte delle spese superiori al proprio tiket o badget in base alle possibilità contributive. Comunque il prezzo politico,calmierato ,di tali diritti,avrebbe un significato profondo per riunificare quel che resta delle classi sociali e perseguire l’obiettivo di stimolare il sistema di uscire celermente dalle spire della crisi. Tale modalità operativa potrebbe essere arricchita altresì dalla rivisitazione critica ,assieme agli altri Paesi europei,degli indici costitutivi del conteggio del P.I.L. ,liberando così risorse e procedure utili alle specifiche necessità entro piani pluriennali ,certi e concordati ,relativamente alle esigenze dei singoli stati.

Un altro comportamento apprezzabile,nei momenti difficili ed in mancanza di valide alternative esperibili,sarebbe quello di far saltare la scacchiera,soprattutto quando essa diventa una gabbia anziché un aiuto. Rovesciare il tavolo del gioco e chiedere alla Europa ,che molti sentono matrigna,di cambiare velocemente i lacci e i laccioli del patto di stabilità sulle spese per investimento,per le infrastrutture nonché per le ristrutturazioni imprenditoriali ed occupazionali,sarebbe un’ ottima mossa soprattutto quando la crisi morde anche tutti gli altri paesi,ed i suoi minacciosi vagiti si avvertono un po’ ovunque. Se in parallelo si alleggerisse inoltre l’onere delle aziende con sconti fiscali sostanziosi sul cuneo fiscale e si abbattesse il peso di altri fattori come l’energia e l’irap,sarebbe un’ ulteriore spinta ed iniezione di fiducia per le imprese ora in estrema ristrettezza finanziaria, produttiva e commerciale. Le coperture per tali spese potrebbero concordemente,ripeto concordemente, essere reperite restituendo ,sia da parte del pubblico sia dal privato,i finanziamenti ad un tasso agevolato dell’1% alla BCE ed alla BEI,che si impegnerebbero con l’avallo degli stati a costituire altresì un fondo di promozione per l’esportazione nel mondo di alcuni qualificati prodotti o manufatti europei. Praticamente,sia in Europa sia in Italia ci vuole un grande progetto comune,un unico destino per riuscire a superare le difficoltà e per razionalizzare le spese superflue delle “mani morte burocratiche” e non solo.

Ritornando alla nostra situazione,sia per la ripresa dei consumi interni sia per il sostegno alle esportazioni,ci vuole quindi la fiducia dell’intero corpo sociale,in primis della politica,ma altresì ci vuole il collante di una nuova cultura,di una innovazione delle istituzioni sociali e giuridiche affinché la sensibilità e l’interesse dei cittadini siano ri-orientati alla partecipazione dei prestabiliti obiettivi politici della società nazionale. Altrimenti sarà un dramma ,una lenta agonia ,poiché qualsiasi miglioramento piccolo o grande esso sia ,ciclico od anticiclico,sarebbe innescato da spinte esterne, che,ubbidendo purtroppo ad altre logiche di potere e ad altre convenienze, sono sempre ,in ogni epoca storica e per ogni comunità, imprevedibili e foriere di angoscia.  

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