Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
2 Marzo Mar 2014 1951 02 marzo 2014

Le storie di Rimini


Rimini Ailoviù, foto di Ilaria Scarpa

Rimini è un luogo del sogno e della memoria: un ricordo abbagliante del Novecento.

Fa parte dell’immaginario collettivo, innegabilmente: ed è affascinante quanto la città rappresenti ancora una possibilità di futuro, così giovane e aperta, eppure sia intrisa di nostalgia, di passato, di languida mestizia contadina e marinara. L’ha raccontato Federico Fellini, meglio di chiunque altro, quel mondo – addirittura l’ha inventato – e altrettanto ha fatto Piervittorio Tondelli, con la capacità – entrambi – di fare della provincia, di quella “provincia”, un luogo universale, uno spazio del pensiero.

Al di là del divertimentificio, al di là dell’Amarcord, Rimini vive oggi le contraddizioni di una piccola città diversa dalle altreEd è proprio la condizione appartata, periferica, eppure centrale e vivacissima che è al centro di un piccolo spettacolo, di affascinante candore: si tratta di Rimini Ailoviù, scritto così, con un meticciato linguistico di inglese italianizzato. Si tratta di un racconto per quadri della vita oggi nella cittadina adriatica: uno affresco fatto di micro racconti, episodi di un “film” che è uno spaccato del reale, del quotidiano, di giovani alle prese con la vita non di una delle tante provincie italiane, ma di quella provincia là, di quella Rimini che è dunque reale e al tempo stesso immaginaria.

In Rimini Ailoviù, visto al Teatro degli Attisi cerca subito di superare stereotipi e luoghi comuni: di raccontare, insomma, la città liberata da quell’archetipo, vorrei dire postfelliniana. Merito delle due interpreti e autrici – le brave Tamara Balducci e Linda Gennari – che con schietta semplicità danno voce e corpo alla minima epopea umana, fatta di tanti ritratti, che aprono squarci di tenerezza e sensibilità in esistenze comuni, anche banali.

È quasi un “girotondo” schnitzleriano, un inseguirsi di situazioni che – assieme – svelano la difficoltà e la banalità del vivere. La provincia, allora, si rivela il terreno di indagine checoviana, tratteggiata a acquarelli credibili, da tracce di marginalità. Sogni e rimpianti, appunto. Ecco, allora, la coppia lesbica in crisi che si rappacifica; ecco la rumena prostituta che scrive a casa inventandosi un’altra esistenza; ecco la madre che rievoca una stagione giovane, felice e folle, a Parigi.

Lo spettacolo ha anche l’intuizione di mettere assieme, strutturalmente, teatro e cinema, intervallando la parte calda e viva della presenza scenica a dei cortometraggi, molto ben fatti da Ilaria Scarpa e Nicola Sorcinelli, in cui si dipanano ancora altre storie, come quella della notte non certo brava della turista a “rimorchio” o come quella del giovane immigrato alle prese con lo studio e la formazione. L’immagine riprodotta, insomma, entra non solo come piano scenografico, ma anche e soprattutto come alternativa e continuità drammaturgica, con altri personaggi e altri volti che si affiancano a quelli delle due protagoniste.  

Questo racconto per “numeri”, per “situazioni”, tocca comunque il suo apice nell’episodio dedicato a due storie vere e vive, toccanti nella loro semplicità, tra storia partigiana – con lettere bellissime dal fronte – e ricostruzione del dopoguerra.

Sono dunque figure comuni quelle che rivivono nello spettacolo: la gente semplice, quelli del “paese” di allora e di oggi. Ed è buffo notare quanto e come, pur cercando di andare altrove, quella nostalgia tutta felliniana torni a far capolino anche in Rimini Ailoviù: c’è una dolente amarezza, nel lavoro di Balducci e Gennari, una delicatezza di tocco che affonda, non senza ironia, nell’esperienza diretta di chi continuamente torna a fare i conti con quel modo di essere e di vivere. Lo spettacolo è ancora in divenire, va assestato e compattato sia registicamente che drammaturgicamente: ma quella riflessione sull’identità, sul sogno e sulla difficoltà di essere provinciali, ha la freschezza di chi ha fatto il “viaggio a Roma” di Volponi, salvo poi tornare – sempre di nuovo – a casa. Heimat, direbbero i tedeschi, come casa e patria, invischiate di un senso di appartenenza e di rabbia, di rifiuto e di passione.

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