Colpo di tacco
5 Marzo Mar 2014 1038 05 marzo 2014

Essere o non essere Jep Gambardella, questo è il problema!


Allora, partiamo subito dal punto decisivo: la fessa.
Se da piccolo ti piaceva l'odore delle case dei vecchi smetti di leggere, chiama subito uno psicologo (ma uno bravo) e fatti curare. Si, lo so, hanno fatto un po' tutti i filosofi con questo pseudo indice di sensibilità, per il quale se ti piace la fessa sei superficiale. In realtà, a mio avviso, le cose non stanno così.
La fessa è l'inizio di tutto, l'origine del mondo ed è ovviamente la chiave del film. È lo strumento che serve al regista per aprire fin da subito l'eterna battaglia tra essere o non essere. Realtà ed apparenza. Un conflitto che Sorrentino risolve fin dal primo istante: Jep Gambardella capisce perfettamente il confine tra le due e sceglie l'apparenza, per questo sceglie di non chiamarsi Geppino, e per questo è condannato all'infelicità. 
Ecco, ora vi invito ad un esercizio di onestà: i vostri commenti sono relativi ai luoghi ed ai personaggi che descrive Jep Gambardella o ciò che rileva maggiormente nel vostro giudizio è esclusivamente Jep? Lui, la sua eleganza, i suoi modi, le sue cravatte, i suoi soldi, le sue donne...
Io penso che valga la seconda ipotesi, ragion per cui, il fenomeno mediatico de “La Grande Bellezza” si può riassumere in questo modo:  essere o non essere Jep Gambardella. È questa la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi, siamo disposti a barattare la nostra felicità pur di vivere  quel tipo di vita? Quanti di noi preferiscono consapevolmente l'apparenza? Quanti di noi possono andare a dormire convinti di non aver scelto la via dell'ipocrisia?
Ecco accantoniamo il ruolo del critico cinematografico, diciamocelo: quelli bravi in Italia sono pochi e sia io che tu che stai leggendo, non facciamo parte di questa schiera. Quindi smettiamola di partecipare al valzer del commento più profondo o a quello più introspettivo, smettiamola di fare a gara a chi spara il commento più figo come se fossimo dei giudici da talent show e cominciamo a rispondere a noi stessi: un attico difronte al Colosseo potrebbe valere il prezzo della nostra infelicità?
È questa la domanda che dovremmo porci, ovvero: quali sono le cose che davvero ci rendono felici, (ammesso che siamo ancora in grado di esserlo), la stessa domanda che Sorrentino e Servillo si posero 13 anni fa con “L'uomo in più” (che a mio avviso resta il loro capolavoro). Il resto de “La Grande Bellezza” è solo un bellissimo contorno, fatto di magnifiche fotografie e continue citazioni.
Ecco, ora la stragrande maggioranza penserà che magari con quell'attico e la Ferilli è impossibile essere tristi, ed è per questo motivo, o meglio, è a causa di queste persone che il nostro Paese pare condannato all'infelicità.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook