Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
5 Marzo Mar 2014 1108 05 marzo 2014

Latella in Siberia!


"Peer Gynt", regia di Antonio Latella

Da Mosca a Vladivostock ci sono, più o meno, 9000 chilometri e una decina di fusi orari: in mezzo c’è la Siberia. Così, a correre sulla Transiberiana, in seconda o terza classe, si scopre la Russia vera, autentica, un’umanità forse ancora non contaminata dall’Occidentalismo. Dopo due giorni di viaggio dalla capitale si arriva a Novosibirsk.

Qua, in una città che è la terza più grande di Russia, è sbarcata la compagnia Stabile/Mobile di Antonio Latella che ha concluso il lungo e faticoso viaggio della sua Tetralogia della menzogna. Dopo A.H, Le Benevole, e il Servitore di due padroni – produzioni tutte di respiro europeo – ecco dunque Peer Gynt, realizzato con attori russi.

Non ho visto il lavoro, purtroppo non sono andato fino a Novosibirsk per vederlo (sarebbe bello se lo spettacolo russo arrivasse anche in Italia).

Ma mi affascina e mi interessa provare a tessere un filo, un breve ragionamento su questo percorso. Intanto per affermare che il teatro italiano (per non parlare della Lirica o del Cinema), all’estero è apprezzato, amato, seguito, prodotto. Continuiamo a esportare i nostri prodotti migliori: e una generazione di quaranta-cinquantenni gode di successi in mezzo mondo.

Da Latella, appunto, ormai di casa nei principali palcoscenici europei; a Emma Dante, che sta per affrontare Avignone. Da Ricci/Forte, che hanno sconvolto e divertito non solo il pubblico francese ma anche quello russo, al Teatro delle Albe di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, appena tornati da una lunga e vivace tournée negli Stati Uniti. E ancora, tanto per citarne alcuni: Pippo Delbono, in programmazione in Francia; Socìetas Raffaello Sanzio, ormai patrimonio del teatro mondiale; Ascanio Celestini, il cui lavoro è stato recentemente premiato in Belgio; o ancora Babilonia Teatri, Muta Imago, Scena Verticale che “emigrano” spesso anche in paesi “difficili”. Ma ce ne sono tanti altri, sempre pronti con borse e bauli: nuovi “comici dell’arte” capaci di portare la nostra produzione teatrale in tutto il mondo con esiti entusiasmanti. Sono solo alcuni esempi, dunque, alcune “punte di diamante” di un fenomeno ormai conclamato – e dunque non più fenomeno, ma realtà: il successo italiano non è solo nei brand di moda, o nella cucina. Il teatro, nel suo “piccolo”, gode di rispetto e autorevolezza, soprattutto nelle fasce della giovane creatività.

Così Latella chiude con successo la sua tetralogia a Novosibirsk, nel cuore della gelida Siberia: lui, con il suo zaino “pieno di casa”; con il suo staff – Linda Dalisi alla drammaturgia; Graziella Pepe con scene e costumi; Francesco Manetti per i movimenti – approda allo Staryj Dom e allestisce Peer Gynt. Opera non facile, quella di Ibsen, densa di significati, di rimandi, di possibilità. Mi sembra significativo che il regista la collochi alla conclusione, e dunque all’apice, della sua riflessione sulla “menzogna”. A leggere le note di accompagnamento dello spettacolo, appare chiaro che la tensione dell’allestimento affondi nella dialettica infanzia-adultità, nel rapporto irrisolto tra Peer e la Madre, nella dinamica di affannosa ricerca del sé che scuote e anima il personaggio ibseniano anche nel confronto con la figura femminile di Solveig. La grande metafora della cipolla, per il regista paradigma contemporaneo del socratico “Conosci te stesso” – una cipolla da sbucciare, strato dopo strato, per arrivare all’essenza del sé – suona oggi più che mai attuale, viva e bruciante. Quanti strati, quante coperture, quante maschere occorre indossare, per sopravvivere alla vita?

Latella, dunque, con la sua cifra sempre intensa e ferocemente elegante, attraversa personaggi diversi della sua tetralogia: dall’Hitler di A.H. all’Arlecchino svelato del Servitore, pare voglia sgombrare il campo da fraintendimenti, da mascheramenti appunto: arrivare alla nuda verità attraverso la finzione massima del teatro. Svelare i meccanismi, innanzi tutto, propri della finzione teatrale, mettendo a nudo il palcoscenico e le sue convenzioni; poi mostrare – senza reticenze, senza protezioni – la nuda essenzialità dell’Attore: maschera per eccellenza, che nel percorso di Latella non si cela più, penso poter dire, dietro la protezione del “personaggio” per rivelarsi in quanto se stesso. Così, sulle sponde del fiume Ob di Novosibirsk oppure a Berlino oppure a Modena o a Roma, quel Peer Gynt che siamo tutti noi racconta ancora di sé.

Un uomo è una cipolla, ogni strato è una vita passata. E lui quando è finalmente se stesso, se non nell'amore di Solveig? Per il resto è tutto un girare, provare, raccontare, inventare storie. Tentativi di adeguarsi, di farsi accettare, di mettersi tranquilli, ma ogni volta non basta, si ricambia, si ricomincia.

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