Gianmaria Tammaro
’O pernacchio
6 Marzo Mar 2014 1329 06 marzo 2014

La Grande Bellezza di Sorrentino: parlarne male è diventata una moda

In queste ore sto leggendo alcune delle cose più belle (e pure delle più brutte) che abbia letto da maggio scorso su La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino, Iddio, la Patria e tutte le vuote ciance che di solito seguono un grande successo. Sto leggendo queste cose e mi sto chiedendo, seriamente e convintamente, che cosa passi per la testa degli italiani. Se una scimmia che sbatte i piatti - Homer docet - o un puro ed indigesto senso di rabbia e di vergogna da riversare sul primo malcapitato. Basta un successo - o anche un insuccesso, perché no - e vieni preso di mira da tutti. La tua colpa? Sei diventato famoso. Hai superato la linea invisibile che divide quelli da quegli altri, i giornali hanno pubblicato la tua faccia, si fa un gran parlare del tuo film (come nel caso di Sorrentino) e il tuo produttore, che tra parentesi è pure uno dei più ricchi d'Italia, decide di metterti subito, due giorni dopo la notte degli Oscar, in prima serata sulla sua rete ammiraglia. 
Ci sarebbe tutto un ragionamento da fare su La Grande Bellezza in anteprima su Canale5 ed altri, tra cui Gabriele Niola, l'hanno già fatto prima di me. Quindi non aggiungerò l'ovvio al già detto, ma mi limiterò a concentrarmi sui commenti, le critiche e il pizzaemandolino - come l'ha chiamato Marco Travaglio - che certe volte, non si sa neppure come, finiscono per contraddistinguerci. Paolo Sorrentino ha fatto un film. Un film che è uscito quasi un anno fa, che ha fatto ottimi incassi (i migliori del regista sul suolo italico), che ha girato - e che continua a girare - tutto il mondo e che racconta una storia solida, che può piacere come non può piacere. Paolo Sorrentino è di Napoli ed è, banalità tra le banalità, un essere umano: il suo discorso agli Oscar l'ha messo in evidenza, chiaro e tondo - una sottolineatura di quelle marcatissime, rosso sangue, che le maestre si divertono a fare sui temi dei loro alunni. Ha ringraziato chi doveva ringraziare, non risparmiandosi nemmeno su Maradona (è un napoletano e un napoletano degno di questo nome deve, volente o no, riverire in qualche modo Maradona); e poi se ne è andato, Servillo e Nicola Giuliano in coda.
La riflessione che voglio fare, molto sinceramente, è: va bene, il film a qualcuno non è piaciuto; ma perché sindacare sulle scelte degli altri? Per fortuna (nostra, vostra e di Sorrentino) l'Oscar non l'ha dato una giuria italiana. Non è stato assegnato tra Roma e Milano, e sicuramente non ha niente a che fare con lo show business italiano. Sono stati gli americani, solo loro: nostalgici ed amatori quanto e più di noi di Fellini, una delle grandi fonti di ispirazione di Sorrentino per questo film - l'ha detto lui, non io. Ora - mi chiedo - il problema qual è? Dobbiamo per forza, e con per forza intendo a tutti i costi, dal pc alla tv e dalla carta stampata al giornale online, dire la nostra? Fare la nostra critica? Ergerci a giudici, giuria e carnefici? «Allo zoccolo duro», come ha scritto su Wired Vittorio Zambardino, La Grande Bellezza può anche non piacere. Ma ai critici, a quelli che hanno approfittato dell'ondata di odio (o anche d'amore, dipende dai casi) che ha investito il film di Sorrentino, un simile qualunquismo non glielo si può perdonare. Per una volta che vinciamo un Oscar, ci dobbiamo pure fare il sangue amaro. È la dura legge dei leoni della tastiera e della comunicazione dell'odio, lo so. Ma che cazzo.

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