Talentosprecato
NewsBandite
6 Marzo Mar 2014 1135 06 marzo 2014

Ritratti in crowdsourcing

Le mie prime esperienze con il crowdsourcing e con i social network risalgono ai tempi del liceo, quando affidavo agli amici la narrazione collettiva della mia identità virtuale.

Si cominciava gli ultimi giorni di agosto. Era rito che per il mio compleanno un gruppo di amici mi regalasse la smemoranda. Corposa e profumata, i primi a scriverci erano proprio loro. Una dedica, un augurio, un messaggio speciale, poi il mio nuovo anno poteva avere inizio. Proprio lì. sulle pagine di quei diari, sono nate le mie prime maschere, i miei primi nickname: Luna, Stella, Entropia, Allunata. Quando mi sono accesa sul web non ho fatto altro che cominciare da quell'esistenza tracciata dagli sguardi degli altri e incrociata coi loro(anche)sulla carta. Commenti, citazioni, canzoni, disegni a farsi indizi di vita, di legami, di connessioni.

Rileggendo l'unico superstite di quei diari ho inteso con qualche allarme che forse non ero così brava in matematica come mi piaceva rappresentarmi. Un giorno la mia compagna di banco aveva scritto di essere preoccupata ogni volta che il mio bizzarro docente mi chiamava alla lavagna. Chissà, forse mi sbagliavo anche quando percepivo di piacere o no a qualcuno a seconda della figura che schizzava, della profondità dei testi delle canzoni condivise, del grado di confidenza delle parole con cui lasciava traccia di sé, del tempo che si prendeva con la mia agenda. Una sera d'estate un ragazzo me la rubò con la testa e il cuore. La portò alla luce fioca di un lampione e la fece tela e nascondiglio fino a notte fonda. Ero già a casa mentre lui si terminava nell'ultimo schizzo.

Io? Ci scrivevo poco. Niente di (vera) me, a parte i voti ai compiti in classe mutati a ghirigori. Dovevo pur farlo capire: c'era dell'altro e non l'avrei mai raccontato da me nero su bianco...Non mi piaceva imbrattare le pagine nemmeno per annotare i compiti, tanto in quegli anni impeccabili avevo una memoria di ferro. Non amavo confidarmi in pubblico. Se ci lasciavo un qualche segno su usavo un codice e alle volte nemmeno quello: scrivevo lettere leggere di getto associate a pesanti cose e persone. Disegnavo ogni tanto: sapevo che i miei compagni mi avrebbero chiesto di farlo anche da loro. Si usava l'espressione "passa da me" come se il diario fosse un luogo fisico d'incontro. Succede anche su facebook ancora oggi (Mark in fondo non si è inventato niente). L'agenda passava di banco in banco, occorreva essere cauti e discreti. Non ci si svelava, ci scopriva negli altri. Quanti speravano di trovarci dentro appunti ben messi, (mai presi), o il ritratto di una ragazza in gamba, restavano delusi. In quegli anni non ero io. Allora come oggi a tratti non mi riconoscevo. Preferivo  cercarmi nelle mie pagine colorate da altri e nelle pagine degli altri colorate da me.

Era una rete. Sapevo di essermi raccontata con una vignetta sul diario di Francesca il giorno x, di essermi sfogata con una canzone su quello di Marco il gorno y, così come Francesca e Marco avevano fatto con me. E sapevo che Marco e Francesca mi avrebbero messa allo specchio con la premura o la fretta con la quale mi avrebbero fatto visita. Era un labirinto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di disfare. Neanche il tempo, neanche la polvere. Siamo ancora tutti lì, tra quelle carte, che ci leghiamo l'un altro, di pensiero in pensiero, a farci inconsapevole coraggio per scoprirci raccontandoci gli uni agli altri. Era il nostro primo social network in un qualche online. O forse era già follia.

NB: le immagini dal diario è un artwork sono estratte del progetto 1001 journals Un altro social, sì! Più figo di quelli che hai in mente però. L'hai già visitato, vero?

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook