Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
9 Marzo Mar 2014 1728 09 marzo 2014

Il ritorno dei corsari!


La troupe di Toni Servillo

Sono tornati i corsari? Nel teatro italiano pare proprio di sì. A guardarlo da fuori, astraendosi dal dato eminentemente pratico, sembra che ci siano bellissime e coraggiose bande di appassionati e romantici filibustieri salgariani, che girano di palcoscenico in palcoscenico, di piazza in piazza, andando all’arrembaggio di spettatori plaudenti.

Sono i vecchi comici dell’arte, sono gli scavalcamontagne, sono le antiche compagnie di giro, sono un nuovo capocomicato? Non so, ma queste vivacissime bande, che riscuotono successo ovunque, hanno qualcosa di antico e di nuovissimo.

Come la Troupe de Monsieur di Molière, come i King’s Men di Shakespeare, questi ensemble hanno una matrice chiaramente identificativa: vestono, quasi, una livrea, una casacca di squadra, sono solidali e potenti. Partono, spesso, da un “patto di fratellanza”: tutti con la stessa paga, ad esempio.

Sono squadre di attori – fior d’attori – che fanno alleanza. Hanno non un “mentore”, ma un “capitano”, un attore che è leader e bandiera: come il Corsaro nero, come Sandokan, quel “nome in ditta” è l’alfiere, la cifra indicativa. Sono giovani e agili nell’affrontare i mastodonti classici, sono svelti nello spostarsi, sono diretti nell’arrembare il pubblico. Girano come matti, non si risparmiano: pronti a mettersi in gioco, a superare difficoltà e carenze logistiche pur di andare in scena. Stanno imprimendo un’accelerazione considerevole al teatro italiano. Hanno cifre diverse, come è naturale: approcci al testo e alla recitazione articolati e non commisurabili, esiti scenici non paragonabili tra loro. Sarebbe far loro torto mettere a confronto questi vascelli pirata: c’è chi punta più sulla velocità (o sul ritmo), chi sulla potenza, chi sulla profondità. Eppure, nelle differenze, mi pare che siano, questi corsari, il segno nuovo e antico del teatro.

È una rinnovata idea di “nucleo artistico”, che attinge al cooperativismo di una volta e, al tempo stesso, guarda al casting non come fatto semplicemente “estetico”, ma come scelta di militanza e di collaborazione fattiva, ideologica e ideale. Non possiamo identificarle con le vecchie “compagnie” né, però, con i “gruppi”, tipici della ricerca italiana, che anzi superano chiaramente per peculiarità e vocazione. Non c’è più, infatti, la scelta “a vita”, l’amore per sempre, nemmeno la spasmodica attenzione per la creazione assoluta e autorale, che sia unica e irripetibile; non c’è il bisogno dell’evento appartato e trascendente.

Semmai si avverte un’attitudine più concreta, fattiva, di confrontarsi e rivoluzionare proprio il repertorio dei classici (da sempre appaltato al teatro ufficiale) che sia sostenuta da un’attenzione sistematica per l’elemento interpretativo innovativo.

Questo, infatti, mi pare il dato nuovo e antico: il ritorno prepotente dell’attore, a parziale “scapito” della – o comunque assieme alla – figura del regista. Sembra quasi che questi tigrotti di Mompracem del teatro siano maggiormente devoti al culto attorale, che non alle visioni onnicomprensive del regista (critico o maieuta che sia: senza nulla togliere agli ottimi registi che l’Italia sta esprimendo). Dunque, attori (nuovamente) corsari: finalmente liberi di esprimere al meglio le proprie potenzialità, di sparare tutte le cartucce a loro disposizione.

Un ultimo elemento voglio indicare come comune obiettivo: ri-conquistare il pubblico. Aggredirlo, circuirlo, coccolarlo, divertirlo, questo pubblico, troppo a lungo – e ancora troppo spesso – trattato come uno scocciante voyeur. Oggi lo spettatore è rivalutato e rispettato: gli si regala anche, perché no?, qualche risata, ché forse se pure ci si diverte ogni tanto a teatro non fa male. Il pubblico dello Stabile o quello delle cantine, quello dei velluti rossi e quello delle panche dei centri sociali: indifferentemente e trasversalmente. Imprescindibile, per questo scopo, è la qualità: sempre alta, a volte altissima. Basta con i bei “cagnacci” di una volta, con gli allestimenti raffazzonati in fretta, basta con la sciatteria di tanto capocomicato all’antica.

Questi qua, giovani e giovanissimi, fanno sul serio: la loro, ormai, è una questione di vita o di morte. Sopravvivere con il teatro è difficile, quasi impossibile. Ed è per questo che il patto di fratellanza dei nuovi attori corsari è assoluto e micidiale. Vanno alla guerra.

Cominciamo a fare i nomi di questi corsari?

Se i prodromi possiamo trovarli nelle ultime compagini di Leo De Berardinis, o nel lavoro fatto da Carlo Cecchi a Palermo, oggi l’esempio eclatante, ovviamente, è Toni Servillo, che con la sua compagnia sta girando il mondo da anni: è un’orchestra, la sua, tutta di primi violini, di solisti assoluti che però hanno la grande dote di saper lavorare alla perfezione assieme.

Diciamo gli altri? Molti ormai li conosciamo e certo ce ne sono ancora che dimentico.

Valerio Binasco e la sua intensa Popular Shakespeare Kompany; Pierfrancesco Favino e la sua irriverente banda; Arturo Cirillo con il suo nucleo di attori. Penso anche all’ensemble di amazzoni, eleganti guerriere, raccolte in Mitipretese; penso al lavoro che ha fatto, ultimamente, Roberto Latini, che si è assunto l’onere e l’onore di farsi carico e riportare a vita un Ubu Re nato nella Stabilità e troppo in fretta abbandonato.

Ma a questi aggiungerei anche Antonio Latella con la sua Stabile/Mobile; e Emma Dante con la sua scuola: per quanto sia “registico” il loro robusto approccio, mi pare che la componente attorale sia dominante.  

E come non citare, ancora, quella “Punta Corsara”, guidata da Emanuele Valenti, che sin dal nome si assume il carattere di scorribanda, raffinatissima e popolare al tempo stesso? Proprio quest’ultima esperienza rimanda, per vocazione e apprendistato, all’imperversare – felice, nomade e vitale – del Teatro delle Albe (che non a caso negli anni Novanta si definì “stabile corsaro”) sulla scena nazionale e internazionale: attivatore di mondi, fucina intergenerazionale, il gruppo di Ravenna, con Marco Martinelli in veste di Capitano Morgan, e Ermanna Montanari come figlia del corsaro nero, è stato capace di infiammare le menti e la passione non solo di ragazzi e ragazze di tutto il mondo. E infine, passando dunque a un altro piano anagrafico, in questo contesto va citata la prima comunità, anomala e trasversale dei “barboni” di Pippo Delbono; così come va ricordato il viaggio interpretativo (oltre che registico) di Alessandro Gassmann o, per molti altri aspetti, la comunità che segue Ricci/Forte.

Ma ancora altri si potrebbero citare: truppe girovaghe, dunque, che si intersecano a contesti produttivi diversi – siano Stabili pubblici, privati o d’innovazione, festival, rassegne – che non sono “compagnie di giro” e puntano a forme di partecipazione diretta, immediata, di chi della truppa stessa fa parte.

E se il Ministero sta pensando seriamente a riformare l’intero settore, mentre a Milano, in un prossimo convegno a fine marzo, ci si interrogherà sulla “fine della regia”, mi pare che la generale riscoperta dell’Attore e dell’Attrice, che computiamo a questi anni confusi, sia un segno di grande vitalità.

Corsari, dunque, armati di spade tutte teatrali: trasversali al sistema e ai potentati, indifferenti alle categorie, appassionati e appassionanti. Attori e attrici, ancora gagliardi combattenti per l’arte.  

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