Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
10 Marzo Mar 2014 1344 10 marzo 2014

Il successo di Familie Flöz al Valle Occupato


Infinita, di Familie Flöz, foto di Andrea Zani.

Ha del clamoroso che, ormai, per vedere spettacoli internazionali a Roma, occorra andare al Teatro Valle Occupato. Nessuno lo dice, tra i tanti detrattori dell’Occupazione: magari parlano del detersivo “speciale” che servirebbe per pulire il teatro, ma non fanno cenno, ad esempio, all’incredibile successo di Familie Flöz, la compagine berlinese che per tre sere ha registrato un “tutto esaurito” emozionante. Teatro stracolmo, dunque, in ogni ordine: fino alla “piccionaia”, con grandi e piccini entusiasti per il poetico, delicato, struggente lavoro dei tedeschi.

Di fatto, Roma sta rinunciando all’essere cittadina (neppure più capitale) europea: invecchia stancamente e confusamente. Se altrove la mescolanza di lingue, di generi, di stili è prassi nei cartelloni teatrali – anche in abbonamento – i palcoscenici capitolini vivacchiano, purtroppo, in una proposta decisamente provinciale.

Colpa della crisi, certo! Sono sicuro che tanti operatori vorrebbero ospitare, che so, Peeping Tom o Marthaler, Mouawad o Angelica Liddell, Lepage o Sasha Waltz, il teatro arabo o quello russo o quello giapponese. E invece niente. Quando possono, ci pensano – o ci pensavano – i festival, naturalmente, ma sempre con difficoltà, o nella “straordinarietà”, mai le stagioni “normali”: ogni tanto – secoli fa – l’Argentina o il Vascello facevano proposte internazionali, ma adesso pare proprio più nulla. E dunque arriva il Valle a metterci una pezza.

La cosa fantastica è che il pubblico romano accorre: come è stato per il bellissimo spettacolo belga MammaMedea, ora per Familie Flöz si è replicata la fila fuori, la corsa allo strapuntino, ai posti in piedi. Le scelte che hanno fatto al Valle si sono rilevate di qualità e il pubblico accorre, dando oltretutto un contributo economico equo (e non gli impossibili 30-35 euro che tanti teatri chiedono ai loro spettatori).  Il che vuol dire, dunque, che il pubblico è più avanti della proposta romana, ossia c’è – ci sarebbe – domanda per un sano teatro internazionale.

Ma vi pare possibile, e questo è clamoroso, che sia solo il Teatro Valle Occupato a porsi il problema di dare ai romani una programmazione europea?).

Infinta, lo spettacolo visto l’altra sera, è uno struggente e divertentissimo affresco umano, una storia di vita qualsiasi, dall’infanzia fino alla vecchiaia e alla morte. I quattro straordinari interpreti – senza profferire parola – coperti da maschere che esaltano e moltiplicano i segni del tempo, le sensazioni, i sentimenti, raccontano per frammenti e quadri queste umanissime storie. Nulla di eclatante, se non la normalità, la banalità del vivere, del gioire, dell’amare, e del perdere: perdere la persona amata, perdere nei giochi, nel lavoro, nella vita. Ma è toccante notare come, nel racconto della compagnia, manchino completamente gli “adulti”: evocati solo nei video che scorrono sul fondo, o da una stralunata infermiera, i “grandi” qui sono assenti. Solo vecchi e bambini, per Infinita, quasi che sono in quelle due fasce d’età si possano trovare sogni, fantasia, giochi, sentimenti puri. Ci sono momenti esilaranti, in cui la capacità mimica e clownesca di Familie Flöz dà vita a complicate e travolgenti situazioni: il bimbo che vuole alzarsi in piedi chiuso nel box; la bimba che svela il “mistero” celato sotto la veste; il balletto degli anziani chiusi in un ospizio tanto per citare solo alcuni momenti. Altri quadri scivolano nella mestizia dolce del ricordo, dello struggimento, della fatica d’ogni esistenza rimasta sola. La solitudine: ecco il nodo, ecco il dolore che trapela, qua e là, in Infinta. Pur nelle gioie semplici di ogni giorno, in quelle piccole soddisfazioni, in quei piaceri che possiamo trarre da esistenze frenetiche, alla fine non resta che il ricordo, la nostalgia, suonata dolcemente a un pianoforte. E la morte, allora, è una verticale fatta sulle mani, liberandosi finalmente dalla gabbia di una sedia a rotelle, un tornar bambini e fare le capriole.

I berlinesi Familie Flöz, ossia Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, sono performer eccellenti: garbati, mai eccessivi, calibratissimi in ogni sfumatura, ironici e graffianti quanto basta. Commoventi, certo, con la grazia chapliniana di chi fa arte con le piccole cose. In Italia sono di casa: fanno spesso tournée, riscuotendo ovunque grandi consensi. Al Valle Occupato i bambini ridevano, partecipando anche nei momenti più dolenti e dolorosi. I “grandi”, sorridendo emozionati, rendevano merito a un teatro vivo e vero, regalando applausi.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook