Marco Sarti
Camera con vista
10 Marzo Mar 2014 2100 10 marzo 2014

Il voto segreto affossa le quote rosa

La Camera boccia la parità di genere. Erano tre gli emendamenti alla legge elettorale destinati a tutelare la presenza delle donne in Parlamento. L’Aula li ha respinti, uno dopo l’altro. Tre proposte di modifica bipartisan: per assicurare l’alternanza tra generi nelle liste di candidati e garantire la parità - o almeno un rapporto 40-60 per cento - nelle posizioni di capolista. 

Con buona pace delle deputate che per tutto il giorno hanno indossato un capo di abbigliamento di colore bianco per sostenere la battaglia politica, a fine serata la Camera vota contro tutti gli emendamenti. Un risultato a sorpresa. Tanto che in segno di protesta le deputate del Partito democratico decidono di abbandonare l’emiciclo. Peccato che non possano prendersela con nessuno. Il motivo? Sulle quote rosa nessuno ci ha messo la faccia. Uno scaricabarile dopo l’altro, nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di difendere o sconfessare la norma. 

Non i principali partiti, che per evitare spaccature interne hanno assicurato libertà di coscienza ai propri parlamentari (di fatto senza dare indicazioni di voto vincolanti). Non il comitato dei nove, che su tutti e tre le votazioni si è rimesso all’Aula. Non il governo, che per non correre il rischio di venire contraddetto dalla sua maggioranza si è affidato anch’esso all’Aula. A scanso di equivoci, è stato chiesto persino il voto segreto. Invano la democrat Rosy Bindi ha implorato «un segno di responsabilità di fronte al Paese». Un voto chiaro, perché ciascun parlamentare si assumesse «in maniera trasparente e serena la paternità della propria scelta». 

Dietro l’anonimato del voto, i partiti affossano la parità di genere. E si scoprono divisi. Si spacca Forza Italia, dove pure alcune diversità di vedute erano già emerse in giornata. Si spacca, soprattutto, il Partito democratico. Numeri alla mano, se i deputati dem avessero sostenuto compatti gli emendamenti, il risultato sarebbe stato diverso. L’esito della votazione è paradossale: il Parlamento con la maggior presenza femminile della storia repubblicana rischia di allontanare ancora di più le donne dalla politica.

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