Linda Finardi
Think it out
11 Marzo Mar 2014 0538 11 marzo 2014

“La scuola deve chiedere molto e dare molto”

Intervista al sociologo Alessandro Cavalli*

“La scuola deve chiedere molto e dare molto” questo è il monito di uno dei più importanti sociologi italiani, Alessandro Cavalli, che ha rilasciato gentilmente l’intervista per Linkiesta. Questo è necessario affinché “ogni studente possa dare il massimo delle proprie potenzialità", "perché questa società ha bisogno di gente in gamba”. E va bene anche partire dalla manutenzione degli edifici come si è prefissato di fare Renzi, il neo Presidente del Consiglio, perché a parte il fatto che le scuole sono evidentemente ad uno stadio scandaloso, anche l’ambiente fisico è importante nei processi di apprendimento. Ma poi è importante anche rinnovare i metodi didattici e riorganizzare il tempo scuola. Ci sono insegnanti eccellenti nelle nostre scuole che potrebbero insegnare ai giovani e giovani che potrebbero aggiornare la didattica dei più anziani. Insomma, forse è meglio non rincorrere le “grandi riforme”; a costo zero o quasi ci sono diverse possibilità per attivare circoli virtuosi nelle scuole italiane al fine di formare i cittadini di domani.

Professor Cavalli, il neo Presidente del Consiglio vuole, partendo dalla scuola, occuparsi dell’edilizia scolastica. Pensa che stia partendo dal lato giusto della scuola?

“Penso che Renzi abbia proposto, astutamente, di partire dall’edilizia perché, dovendo costruire consenso, parte da qualcosa di concreto, “che si vede”. E’ vero però anche che l’ambiente fisico della scuola ha la sua importanza nei processi di apprendimento/insegnamento e che la vetustà e lo stato di abbandono di molte scuole è oggettivamente scandaloso. Peraltro, un conto è l’edificio e un conto è la sua manutenzione. Carente, in Italia, è anche, e forse soprattutto, la seconda. E, oltre agli insegnanti e al personale non docente, gli alunni e le loro famiglie dovrebbero essere responsabilizzati nella cura dello spazio scolastico”.

La scuola va riformata tutta o c’è qualcosa dell’esistente che possiamo salvare secondo lei?

“Sono abbastanza scettico sulle “grandi riforme” che rischiano di cambiare la forma dei contenitori ma non il loro contenuto.  Nella scuola italiana c’è molto di buono da salvare. Soprattutto, c’è una quota consistente anche se minoritaria del corpo docente di ottimo livello e di grande professionalità. Bisognerebbe trovare il modo per valorizzare questa risorsa, dando a questi insegnanti maggiore potere e maggiori responsabilità.  E’ più facile dirlo che farlo.  Nessuna organizzazione è in grado di funzionare bene se non premia il qualche modo chi è più meritevole, affidandogli, ad esempio, il compito di formare professionalmente i colleghi più giovani o cercare di aggiornare quelli più anziani”.

Quindi diffidare delle grandi riforme e partire dal concreto lavoro degli insegnanti. Fra l’altro ci può costare meno?

“Dovrebbe risultare chiaro che io penso che bisogna partire dagli insegnanti, dalla loro motivazione e dal loro impegno. Certo, è anche , ma non solo, un problema di retribuzioni. Bisognerebbe portarle almeno al livello medio europeo. Teniamo presente che l’Italia non spende per l’istruzione molto meno degli altri paesi europei, spende male e in modo squilibrato.  Poi ci possono essere alcune riforme che non costano o costano relativamente poco, ma implicano una maggiore autonomia delle singole scuole e, soprattutto, un  cambiamento di mentalità di dirigenti e insegnanti. Introdurre, ad esempio, forme di didattica cooperativa che hanno cambiato il modo di fare scuola in molti paesi, non costa molto, soprattutto se, come ho detto prima, la formazione degli insegnanti la fanno gli stessi insegnanti che questo passo lo hanno già fatto”.

Salvemini affermava che bisogna organizzare meglio il lavoro degli studenti perché possano lavorare di più. E' una questione di organizzazione e riorganizzazione insomma. Condivide questa affermazione?

“Lavorare di più non vuol dire lavorare per più tempo, ma lavorare meglio e, soprattutto, lavorare a scuola. L’orario scolastico è già troppo lungo, ma a scuola si può restare anche dopo l’orario scolastico. Io sono per la scuola a tempo pieno, dove i compiti si fanno a scuola e non a casa.  Non necessariamente questo richiede un numero maggiore di insegnanti: gli alunni più bravi possono egregiamente fare da tutori di quelli che hanno difficoltà. Se i compiti si fanno a casa, saranno sempre privilegiati coloro che vengono da famiglie istruite (che in Italia non sono comunque tantissime) e saranno sempre penalizzati i meno culturalizzati e i figli e le figlie degli immigrati il cui numero, come è noto, è consistente e probabilmente destinato a crescere. La scuola deve chiedere molto e dare molto, in modo che ogni studente possa dare il massimo delle proprie potenzialità. Ogni società ha bisogno di gente in gamba e, se non la scuola, chi è in grado di formarla?”

Lo scrittore Daniel Pennac riporta nel suo romanzo Diario di scuola i disegnini che faceva durante le ore di lezione a scuola… anche Pennac si annoiava….

“La noia è una malattia mortale della scuola. Se ci si annoia non si va a scuola volentieri e quindi non si impara volentieri. Per non annoiarsi bisogna che ci sia un ambiente favorevole allo sviluppo della curiosità e che si facciano delle cose insieme. Le attività di apprendimento, almeno nella scuola primaria, dovrebbero essere, come sosteneva Aldo Visalberghi, un grande pedagogista che ho avuto la fortuna di conoscere, di tipo “ludiforme”. Cioè, ci si dovrebbe divertire apprendendo.  Naturalmente, a divertirsi dovrebbero essere anche gli insegnanti e gli insegnanti depressi non sono capaci di divertirsi”.

Studente-Insegnante, Interrogato-Interrogatore, Valutato-Valutatore: quanto e come questo modello segna le relazioni anche al di fuori della scuola?

“La valutazione degli apprendimenti è importante, ma il fine della scuola non è valutare, ma insegnare.  Io sostengo che il tempo scolastico dovrebbe essere “liberato” dalla valutazione, alla quale non dovrebbe essere assegnato più del 5-10 % del tempo scolastico complessivo. Il che vuol dire uno-due giorni ogni mese in cui si fanno le verifiche, cioè si accerta che cosa è stato appreso e che cosa non lo è stato. La valutazione deve servire principalmente allo studente per accertarsi dove sono i punti di debolezza e i punti di forza, in modo da elaborare delle strategie di recupero delle carenze. Per tutto il resto del tempo si lavora insieme ai compagni e agli insegnanti per apprendere, senza pensare a interrogazioni e compiti in classe”.

Per concludere vorrei chiederle se ci sono paesi in particolare che hanno qualcosa da insegnarci?

“C’è sempre da imparare qualcosa osservando le esperienze degli altri. Io conosco la Germania. Il sistema educativo tedesco ha tanti problemi, come tutti i sistemi educativi. Però ha anche alcuni tratti che credo sarebbe utile studiare a fondo perché mi sembra che da essi si possa trarre qualche insegnamento. Primo, grande attenzione della classe dirigente, non solo politica, ai problemi della scuola. Quando all’inizio di questo secolo sono usciti i primi dati delle ricerche PISA, c’è stato un vero shock: pensavano di essere tra i primi della classe e si sono trovati nella parte medio bassa della classifica. Tutti si sono mobilitati e all’ultima rilevazione la scuola tedesca è risalita al di sopra della media. La nostra classe dirigente non ha dimostrato la stessa capacità di reazione.

Secondo, lo sanno tutti, il sistema di formazione professionale basato sull’apprendistato, sarà discriminante, ma ha il merito di gestire meglio che altrove la transizione scuola-lavoro. Terzo, alla scuola ma non solo alla scuola è affidato il compito di formare dei “cittadini democratici”. La democrazia, se non è nel DNA di una popolazione, solo la scuola può cercare di radicarla nella mente e nel cuore degli uomini e delle donne”.

Alessandro Cavalli. Già Professore di Sociologia dell’Università di Pavia dal 1967, è stato Max Weber Gastprofessor ad Heidelberg, L. Leclerq Professor presso l'Université Catholique di Louvain-la-Neuve, Fellow presso l’Institute for Advanced Studies di Budapest. Membro dell’Academia Europaea, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei. Ha fondato il Centro Studi e Ricerche sui Sistemi di Istruzione Superiore (CIRSIS) dell’Università di Pavia e ha svolto e coordinato diverse indagini sugli studenti e gli insegnanti italiani.

Tra le sue pubblicazioni: Corso di sociologia (con Arnaldo Bagnasco e Marzio Barbagli, Il Mulino 2007), Sociologia (con Arnaldo Bagnasco e Marzio Barbagli, Il Mulino 2009), Il tempo dei giovani (Ledizioni 2010), L'etica pubblica dei preadolescenti (con Laura Scudieri e Antonio La Spina, Ledizioni, 2013).

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