Diego Corrado
Avenida Brasil
13 Marzo Mar 2014 0836 13 marzo 2014

Cinquant'anni fa a Rio de Janeiro, il Brasile precipita verso la dittatura militare

Cinquant'anni fa, il 13 marzo 1964, con il comizio della Central do Brasil (la grade stazione ferroviaria nel centro di Rio de Janeiro), davanti a 150mila sostenitori, il presidente João Goulart tentava un'estrema difesa della legalità democratica di fronte all'incalzare delle forze reazionarie. Sarà deposto dall'Esercito il successivo 31 marzo, iniziano così in Brasile ventun anni di una dittatura brutale e retrograda.

Per capire perché gli eventi precipitarono così rapidamente dobbiamo fare qualche passo indietro nella storia recente brasiliana.

Juscelino Kubitschek, il fondatore di Brasilia, concluse il suo mandato quinquennale nel 1960 con dati record: la produzione industriale era cresciuta dell’80 per cento, i profitti delle imprese di oltre il 70 per cento, il salario minimo era ai massimi storici in termini reali. Ma questo sforzo costa caro: esplode in pochi anni il debito pubblico, specialmente verso l’estero, e il FMI diviene in quel periodo il convitato di pietra della politica economica brasiliana, restandolo fino agli anni della presidenza Lula, quando il Brasile estinguerà finalmente tutti i propri debiti, divenendo poi per la prima volta nella sua storia creditore netto.

Soprattutto, crebbe notevolmente l’inflazione, innescando una spirale che – con l’instabilità economica – vedeva aumentare instabilità e polarizzazione politica.

Da un tasso del 25 per cento nel 1960, sale rapidamente nei tre anni successivi, per avvicinarsi al 90 per cento nel 1964.

In questo clima, teso anche per la crescente incertezza economica, il successore di Kubitschek, Janio Quadros, rinunciò alla carica pochi mesi dopo l’insediamento, denunciando le pressioni di «forze terribili». Per succedergli, nell’agosto 1961, il vice João Goulart, di orientamento più radicale, dovette superare le resistenze dei settori vicini alle Forze Armate, che ottennero comunque il ridimensionamento dei poteri del presidente, attraverso una modifica in senso parlamentare del sistema di governo. La presidenza di Jango, come Goulart era popolarmente chiamato, si sarebbe trascinata tra crescenti tensioni – probabilmente il periodo più turbolento nella storia del Brasile contemporaneo – sino al marzo 1964. Indebolito dalla crisi economica e dalla crescente opposizione delle forze armate, il presidente cercò di rafforzarsi mobilitando le piazze in difesa delle sue proposte. La manifestazione più importante si svolse il 13 marzo 1964, presso la Central do Brasil, stazione ferroviaria di Rio de Janeiro. Davanti a 150 mila persone, in maggioranza lavoratori sindacalizzati, funzionari pubblici e studenti, il presidente annunciò una serie di misure immediate che erano l’embrione di riforme fondamentali, e che comprendevano la modifica della Costituzione per estendere i diritti di voto ad analfabeti e militari di basso rango, l’esproprio di raffinerie di petrolio e terreni in aree strategiche. Goulart attaccò inoltre duramente i suoi oppositori, accusati di essere al servizio di interessi stranieri. La reazione delle forze conservatrici mobilitò mezzo milione di persone, che il successivo 19 marzo si riunirono a San Paolo nella Marcia della Famiglia con Dio e per la Libertà, denunciando un supposto complotto del presidente per instaurare una dittatura comunista nel paese. Gli eventi precipitarono, e dopo la tentata sollevazione di una guarnigione di marinai a Rio de Janeiro, del 30 marzo, il giorno successivo il generale Olímpio Mourão Filho, comandante del I Esercito, di stanza a Juiz de Fora, alla testa delle sue truppe mosse su Rio de Janeiro, presto seguito da altri comandanti d’armata. Messo di fronte alla scelta tra resistenza a oltranza ed esilio, Goulart scelse quest’ultimo, prima in Uruguay, poi in Argentina, dove sarebbe morto nel 1976 senza mai più aver fatto ritorno in Brasile.

Era l’inizio di una dittatura che sarebbe durata sino al del 1985, ma che iniziava senza un orizzonte preciso. La situazione del resto era molto fluida, e probabilmente nelle stesse intenzioni di alcuni settori delle forze armate l’intervento dell’esercito aveva carattere eccezionale, volto a contenere il rischio di derive estremiste e a preparare le elezioni presidenziali del 1965 tra candidati più moderati. Con il passare dei mesi tuttavia prevalse l’ala più intransigente, e il regime progressivamente si istituzionalizzò, finché nel 1968, con la promulgazione dell’AI 5 (Ato Institucional n. 5), il presidente-generale Artur da Costa e Silva assunse poteri dittatoriali, sospese la Costituzione, ancora formalmente in vigore, sciolse il Congresso Nazionale e tutti quelli statali e impose la censura. L’AI 5 sarebbe stato revocato solo dieci anni più tardi, da Ernesto Geisel, il presidente della abertura, che con il suo successore João Figueiredo preparò la devoluzione del potere ai civili.

Si apriva così nel 1968, simbolo nel resto del mondo di lotte libertarie e di emancipazione, il periodo più duro della dittatura, che avrebbe ben presto iniziato a rivelare un volto brutale contro i suoi stessi concittadini, benché in misura meno efferata che nei paesi vicini. La triste contabilità dei brasiliani assassinati per mano delle forze della repressione si ferma infatti a circa 400 persone scomparse durante i ventuno anni di regime militare, contro, per esempio, i 30.000 desaparecidos in dieci anni nella vicina Argentina, che contava oltretutto una popolazione cinque volte minore.

Il testo che precede, pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario del discorso della Central do Brasil, è con pochi adattamenti un estratto dal libro BRASILE SENZA MASCHERE – POLITICA, ECONOMIA E SOCIETA' FUORI DAI LUOGHI COMUNI (qui maggiori informazioni sul libro).

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