Giulia Valsecchi
Cineteatrora
16 Marzo Mar 2014 1359 16 marzo 2014

Pornografia: gli occhi dal fondo della catastrofe

C’è voluto del tempo per macerare l’animosità morbosa della scrittura di Pornografia di Witold Gombrovicz. Luca Ronconi non si è lasciato intimidire da un rovello nato tra le letture giovanili, da uno studio condotto per trent’anni su un autore polacco che incrocia temi a lui cari nella miscela di aspirazione e brama, elucubrazioni e impulsi del basso ventre. La natura oscilla cioè inesorabile tra i sommersi e i salvati di una morsa del primo e secondo piano di conoscenza del mondo: dalla divagazione filosofica alle soddisfazioni più lubriche.

Lo stimolo contenuto nel titolo dell’opera investe una gamma di significati che dondolano tra l’oscenità e il vezzeggiamento erotico dello spettatore. La lingua letteraria è lasciata in pasto all’attore per essere snocciolata nel didascalismo voyeuristico di atti e parole riprodotti da due uomini di mezza età al cospetto di una famiglia di possidenti terrieri che li ospita durante la fuga dalla guerra del ’43 a Varsavia. Witold e Federico raccontano un quadro d’interno che scorre sui binari del palco e subito si tramuta in vagone affollato di cataste di corpi e bagagli, senza che sia possibile filtrare altri volti che non siano quelli dei due narratori e osservatori di se stessi.

La camera registica invisibile definisce un gioco serrato di lenti sovrapposte quando le versioni del discorso che fanno approdare i due uomini a Ruda vedono spostarsi il fuoco sull’adolescenza svogliata e insolente di Enrichetta e Carlo, due che non ne vogliono sapere di unirsi per davvero, se non dietro provocazioni e giochetti infantili che imbizzarriscono gli sguardi vogliosi di Witold e Federico.

Così l’incedere letterario fa replicare a Witold gli argomenti più vacui come in un’oleografia inattuale, ponendo da subito la distanza dell’uomo da se stesso nel vortice delle proprie impossibili redenzioni. Basta una funzione domenicale, messa a repentaglio dalla falsa devozione di Federico, per negare e smontare l’assoluzione dei dibattiti borghesi su Dio, arte, nazione, proletariato con cui Gombrovicz ritrae il milieu polacco in tutta la sua sotterranea ipocrisia. Il tessuto sociale e politico di quell’insana ambientazione va a pezzi poco a poco per voce dei due protagonisti, alle cui spalle Ronconi alterna mobili vedute naturalistiche da passeggio, dove il gusto dello spiare i giovani imbambolati esprime il migliore scenario per la caduta nel vizio.

Eppure, proprio nel riconfermarsi sapiente del sangue letterario non fanno uguale breccia gli interpreti in scena: un picco soltanto di sapore delle contorsioni della coscienza nella capacità di Paolo Pierobon di modellarsi sempre e comunque restituendo il germe del personaggio, qui Federico senza remore morali. Ma il destino lento della sua costruzione per scoperte e compiacimenti del rischio più distruttivo si scontra con un co-protagonista, Riccardo Bini, che di Witold, purtroppo, finisce più spesso per restituire languidi isterismi, alla lunga monocordi e insistiti fino a far perdere la bussola tra contraddizioni compromettenti indispensabili a reggere la congiura di manipolazione.

L’atto che segue e segna l’omicidio già natura morta di Amelia (Valentina Picello), l’anziana devota e sedotta dall’ateismo sfrontato di Federico, ritrova Vaclav (Ivan Alovisio) il figlio di lei promesso sposo di Enrichetta (Lucia Marinsalta) e giustamente impagliato più di una bestia da caccia, disorientato dalle confidenze clandestine della giovane con Carlo (Loris Fabiani), il garzone. Il volto di un’umanità condannata a un’evoluzione per colpi bassi si allarga, l’assassinio metaforico è delle giovinezze accessibili alla maturità e di una coda di Resistenza polacca ugualmente condannata a morire, se incapace di lotta armata. Il gioco dei sentimenti non ha tregua, Witold e Federico rincarano le dosi e l’assassinio si fa triplice tra disinibizioni spinte al deliquio più spaventoso.  

I toni dell’impianto scenico rincorrono la vertigine di un copione che è forse prova di un’ambizione inafferrabile, anche per un maestro della regia che non mente mai sui presupposti di scomposizione e ricomposizione dei tasselli drammaturgici. Che abbranca progetti impervi con il merito di richiamare lo scarto continuo tra atti angelici e retrovie diaboliche al soldo del medesimo uomo contemporaneo. Altra tenaglia, però, avrebbe stretto il pubblico se al posto di alcune dispersioni attorali ci fossero stati una ritrattistica meno estetizzante, pur densa di chiaroscuri e richiami scenografici alle macerie della guerra, e un piano di osservazioni a incastro senza squilibri di resa drammatica.

Perché se è vero che giovani e vecchi si guardano negli occhi dal fondo della catastrofe,  l’imbuto della prova diretta, dei passaggi di prima e terza persona narrativa, delle compromissioni reciproche coi propri istinti e vocazioni odiose, agli occhi di un ignaro, se non resi di precisione e corrispondenza di coppie d’attori, corrono unanimemente il pericolo di annullare la complessità dell’accorgersi che proprio l’uomo mendica a se stesso il diritto alla bellezza.

Piccolo Teatro Grassi
Fino al 5 aprile 2014
Pornografia
di Witold Gombrowicz
traduzione Vera Verdiani
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
luci Pamela Cantatore
con Riccardo Bini e Paolo Pierobon
e con (in ordine alfabetico) Ivan Alovisio, Jacopo Crovella, Loris Fabiani, Lucia Marinsalta, Michele Nani, Franca Penone, Valentina Picello, Francesco Rossini
coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Centro Teatrale Santacristina, in collaborazione con Spoleto 56 - Festival dei 2Mondi
anteprima a Spoleto56 - Festival dei 2Mondi

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