Costanza Romagnoli
Diario lirico viennese
16 Marzo Mar 2014 1318 16 marzo 2014

Ritorno

Sono in Italia.

Dopo tre anni e mezzo di nuovo a casa.

Sono tornata da pochi giorni e analizzo tutto.

Milano è diversa rispetto al 2010, è diversa ai miei occhi.

La vedo piccola, molto più piccola di prima, le case sono basse e le strade strette. La trovo calda e fiorita, ma un po’ in decadenza.

Chi dice che gli italiani sono simpatici?

Non faccio che sentirli sbraitare e litigare, sono rabbiosi, magari si tratta dei milanesi, o magari essendo abituata alle maniere esageratamente sdolcinate quasi da sembrare false degli austriaci, mi pare di essere circondata da maleducati.

La verdura però, la verdura sì che mi soddisfa, in tre giorni ho comprato insalata (in quantità industriale), carciofi (di due tipi), pomodori sardi e pugliesi (rigorosamente verdi), cipolle di tropea, coste e asparagi.

Adoro la verdura e a Vienna è meno saporita, si tratta di sud against nord.

Ieri sera passeggiavo sui navigli e devo dire che quello che qui è il nord Italia, dopo Vienna mi pareva una città di mare del sud. È una “sensazione nova, strana” direi.

È stato triste impacchettare tutta la mia stanza, portare gli scatoloni in posta, salutare uno ad uno i miei amici tra pranzi, tè, e cene, partecipare all’ultima lezione di yoga, restituire la mia divisa del Meinl, annusare un ultima volta il tipico odore di affumicato predominante nei supermercati.

Ho preso il taxi per l’aeroporto e non sono riuscita a trattenere le lacrime. Erano le 17 e la luce era bella, sinceramente bella. L’aria era insolitamente tiepida e il sole arancione sull’orizzonte indorava i tetti. Ho salutato così la mia Vienna, con il bel tempo.

A Milano sono arrivata con gli occhi gonfi, ma era chiaro, in un’ora di viaggio ho pensato solo ai tre anni e mezzo che ho trascorso in Austria.

Sono arrivata nell’ottobre del 2010 con il sogno di voler diventare brava nel canto dell’opera. Ho salutato la mamma e volevo morire, sapevo che sarebbe stata dura, soprattutto per una che soffre di nostalgia come me. Il primo anno vivevo con la mia amica Hannah, ci conosciamo da quando siamo piccole e questo sicuramente mi ha aiutato in svariati momenti a vincere la tristezza. La sera stavo il più delle volte chiusa in camera a guardare un film e a pensare come stavano trascorrendo la serata i miei fratelli a casa. Ero davvero triste di non essere con la mia famiglia.

Il secondo anno è venuto a vivere a Vienna mio fratello Pietro, la Hannah è andata in erasmus a Parigi e Pit ha preso il suo posto per più di nove mesi durante i quali ha svolto il suo praticantato da SUE ARCHITEKTEN.

Ci siamo fatti una grande compagnia, abbiamo cucinato tanto, riso ancora di più, pulito la casa sempre da bravi e come premio alla sera ci guardavamo spesso Damages. Mostrando a mio fratello la città mi accorgevo che in fondo Vienna mi stava a cuore, che dopo più di un anno, nonostante avessi sofferto, era diventata la mia seconda città.

Abbiamo conosciuto tante persone prima tra tutti Helena che è rimasta una mia grande amica.

Il terzo anno è stato focoso così come il quarto. A luglio  del 2012 sono cominciati i miei tormenti amorosi.

A febbraio del 2013 si è aperto un grande capitolo della mia vita viennese; ho cominciato a lavorare da Joma. All’inizio c’era un’atmosfera fantastica, tutti carini e simpatici e il migliore era Amin il nostro capo. Tra di noi c’è stata da subito grande intesa. Le prime volte ero contenta e agitata perché l’unica esperienza che avevo in campo gastronomico era l’amore per il cibo, per quanto riguarda il resto e cioè tutto, totale ignoranza.

Ho imparato in fretta e nonostante a fine giornata fossi morta di stanchezza, ero orgogliosa di fare parte del team di Joma.

L’estate scorsa, come le ultime tre estati, è stata dedicata totalmente al canto. Ho viaggiato, come spesso mi è capitato in questi ultimi tempi tra Cracovia, Klagenfurt e Salisburgo.

Purtroppo appena tornata a Vienna è arrivata una brutta notizia: il mio capo si era licenziato e aveva cominciato a lavorare da Meinl am Graben.

Ho provato a resistere a Joma, ma senza di lui l’atmosfera era diventata cupa. Tanti miei amici se ne erano già andati tra maggio, giugno e luglio e non appena Amin mi ha proposto di andare a lavorare per lui al Meinl non ci ho pensato due volte e l’ho seguito. Certo, in campo gastronomico avevo molta più esperienza di otto mesi prima, ma le difficoltà di lavorare in un ristorante di lusso erano ben diverse. Sono rimasta per mesi dietro al bar a preparare la colazione a personaggi davvero particolari: russi, arabi, indiani miliardari e personalità di spicco austriache. Ho servito champagne alla famiglia degli Asburgo, a manager di Red Bull, a star che sostavano lì prima di partecipare ai balli viennesi e a curiosi ospiti abitudinari che si presentavano ogni giorno alla stessa ora.    

Prima di Natale sono cominciati i dubbi, o meglio le preoccupazioni si facevano sentire più prepotenti che mai: diventerò davvero una brava cantante? Baserà il mio canto per assicurarmi una vita quanto meno decorosa? Avrò sempre il terrore di non farcela? Bisogna davvero rinunciare a tanto per una forte passione? Essere bravi è sufficiente?

Quest’ ultima domanda è la più importante ecco perché ho deciso, anche avendo assistito a momenti molto difficili di amiche, che sarebbe stato intelligente affiancare al canto un’attività che magari un giorno si potrà fondere con esso.

Con incertezze, dolore e infiniti punti di domanda ho lasciato quindi Vienna, ma non prima di essermi fatta ascoltare da due personalità rilevanti in campo operistico. Entrambe mi hanno detto di non abbandonare assolutamente la voce, di continuare e una di loro mi ha aiutato.

Eccomi qui dopo questo viaggio immaginario durato tre anni e mezzo della mia vita, sono a Milano, in camera mia, sulla scrivania italiana.

Domani incomincerò la mia nuova avventura e proverò a contattare una nuova insegnante.

Porterò avanti il mio “diario lirico viennese” sicuramente per qualche mese dall’Italia, poi chissà.

Un saluto italiano calorosissimo,

a presto 

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