Francesco Roberto
“Ladri di biciclette”. L’Italia di ieri e di oggi
21 Marzo Mar 2014 0038 20 marzo 2014

Nessuno tocchi Garibaldi!

Veneto e Crimea, Nave Garibaldi e Angola. Attorno a questi nomi altisonanti in questi giorni orde di neo intellettuali ed esperti di relazioni internazionali dell'ultim'ora stanno prendendo posizione.

Ci sono tutti ma proprio tutti. C'è chi difende la propria idea, chi insulta l'ultimo arrivato o chi semplicemente intervenendo insulta se stesso. Tutti alla ricerca di una valvola di sfogo per le frustrazioni ricevute negli ultimi giorni, mesi o addirittura anni.

Facebook diventa così il nuovo bignami dell'italiano e della geografia; vengono scoperti termini e luoghi geografici nuovi, c'è chi arriva addirittura a scoprire nuovi mondi forse fino a pochi secondi prima sepolti nelle sconfinate praterie della fantasia: l'Uraina e la Karmea, con la K.

E le discussioni diventano più accese, più aggressive. Volano insulti in dialetto veneto e richiami in calabrese, pugni e calci si trasferiscono in chat lasciando l'amara delusione di non potersi sfogare in quella mascolina e tipica scazzottata finale che ormai soltanto dai nostri nonni possiamo farci raccontare.

Nessuno però in mezzo a tutta questa bagarre riesce a ritrovare il vero motivo per cui si discute e i veri problemi vengono accantonati in favore dei più facili insulti. Ci si dimentica della Crimea e dei 300 mila ucraini ora stranieri nel loro paese natio, ci si dimentica di un referendum in Veneto indetto all'ultimo momento sperando di riuscire a sfruttare la crisi nella penisola nel Mar Nero ma soprattutto ci si dimentica di quei valori tramandatici per i quali centinaia di migliaia di persone nella Storia del nostro Paese hanno dato la vita.

Un'Italia che ormai non esiste ma resiste. Resiste nella mente di quelle poche persone che, come il sottoscritto, riescono a vedere in questi momenti bui e secessionisti ancora un barlume di speranza illuminare la nostra bandiera nazionale, il nostro tricolore. Fu difeso fino all'ultimo uomo dai valorosi ragazzi diciottenni a Curtatone e a Montanara, venne fatto sventolare a Vittorio Veneto quel lontano 4 novembre di novantasei anni fa e che ancora oggi ricorda al mondo l'insuperabilità del prodotto italiano realizzato da un popolo di artigiani e pensatori, geni e creatori.

La Crimea non è il Veneto, il Veneto non è la Crimea. Ci separano non solamente mari e catene montuose ma profonde differenze linguistiche e culturali. La Crimea è sempre stata russa, si è sempre sentita tale e non ha mai dimenticato le proprie origini nonostante Chruscev ne abbia fatto dono all'Ucraina 50 anni fa. Lo dimostra la percentuale di russofoni, l'architettura e la cultura, lo dimostra seppur nascondendo non poche ambiguità un referendum secessionista che ha ottenuto il 90% delle preferenze, ma basandosi pur sempre su di una vecchia e reale appartenenza a quelle terre oltreconfine. Certo, l'operazione di assorbimento attuata dalla Russia neo imperialista del piccolo ufficiale del Kgb va al di là di ogni concezione di diritto internazionale ma non possiamo permetterci di accomunare le due regioni.

Il Veneto non è sempre stato storicamente italiano. Celta, romano, veneziano e infine, seppur dopo cento anni di dominazione austriaca, italiano. Sulla scia dell'entusiasmo francese e delle armate napoleoniche Venezia fu una delle prime ad esporre il tricolore e dietro ad esso, senza alcuna esitazione, decise di difendersi prima della cessione all'Austria degli Asburgo.

C'è bisogno di cercare per forza qualcuno da cui prendere esempio? La strada giusta è quella tedesca. Non americana, russa o cinese, quelli non sono esempi adatti a quest'Italia, tanto umanamente e idealmente frammentata quanto calcisticamente unita. Una miriade di stati e staterelli che in poco meno di mezzo secolo ha saputo riunirsi e agire come un'unica squadra. Dimostrandosi addirittura unita nel momento più difficile, nel riconoscere i propri difetti e le conseguenze di un nazionalismo troppo spinto ed estremo.

Questa Germania è l'esempio storicamente perfetto. Una nazione che sotto l'egida di uno Stato politicamente e militarmente più avanzato ha saputo ritrovarsi unita negli anni nonostante la discordia interna e che ha imparato ha fregiarsi di quell'appellativo che sempre più sta andando dimenticato: nazione.

Termine pesante, termine ingombrante ma identitario, quasi necessario. Necessario a renderci più uniti, farci rimanere uno a fianco all'altro al di là delle partite della nostra nazionale o dei grandi disastri naturali che hanno colpito la nostra penisola durante questi ultimi anni.

Ma tutto questo viene lasciato andare, viene accantonato per poter dare spazio ai sogni di gloria e indipendenza di persone che hanno saputo ben presto dimenticare gli sforzi e i sacrifici compiuti dai nonni e bisnonni.

Persone che oggigiorno, mentre centinaia di ragazzi e ragazze si impegnano al di fuori della scuola per diffondere il valore della Costituzione come sta accadendo a Vicenza, preferiscono insultare in dialetto ogni qualsiasi persona difenda in pubblico o sui social network il proprio ideale trascinando sempre più nel ridicolo quella che storicamente e realmente è stata la Serenissima Repubblica di Venezia, potenza militare ed economica. Arrivando perfino a trasformarla in ciò che non è mai stata, una terra isolazionista e contraria all'unità nazionale, insultando stupidamente Garibaldi e tutti i giovani che hanno combattuto durante il risorgimento senza sapere che proprio lì a Venezia, sacrificando l'adorata moglie ormai stremata, 150 anni fa il generale Garibaldi stava arrivando per portare aiuto all'ultima strenua resistenza.

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