Giulia Valsecchi
Cineteatrora
22 Marzo Mar 2014 1625 22 marzo 2014

Arlecchino, servo mutante

Difficile tendere una corda tra due visioni sceniche protese al rivoluzionario, difficile confrontarne esiti e scommesse se c’è dell’affezione marcata per l’una o l’altra. Il casus belli scatenato da Il servitore di due padroni di Antonio Latella, che tanto chiasso ha sollevato a Venezia e nel resto dei palcoscenici per la riscrittura totalizzante dell’Arlecchino strehleriano, si riflette in un’inversione di corrente, dove l’apertura e la cornice che rinserrano gli ostacoli sono nelle mani di un Brighella albergatore.

Una maschera lieve e sotterranea, un Caronte al servizio dei corsi e ricorsi, ma soprattutto dei deragliamenti nella trasformazione esemplare di Massimiliano Speziani. La sua voce passa le didascalie introducendo il paradigma metateatrale che controlla pause, ingressi, smanie e caricature volute dei personaggi al soldo della tradizione goldoniana, rimessa a lucido in un’ambientazione da hotel scellerato con inciso su ogni camera il numero 6 del demone che fa contraddire e schernire.

La notizia della morte di Federigo Rasponi, ventilato socio in affari di Pantalone - Giovanni Franzoni, che fa capolino in boxer rompendo da subito ironicamente la convenzione dei costumi d’affresco di Strehler - semina il sospetto di maneggi che aprono al travestimento di Beatrice in Federigo, alla disillusione di Clarice nel veder svanire di fronte a quella strana resurrezione del Rasponi il matrimonio con Silvio, al presunto effettivo omicidio di Federigo per mano di Florindo e alla chiacchiera ipocrita e nutrita della fibra abile del servo Arlecchino.

I piedi truffaldini compaiono dall’inizio sul fondo della scena, quasi a rendere l’atmosfera dei dipinti che tagliano i busti rimbalzando l’ottica del frammento e ribadendo che l’effimero drammatico può decidere e piegare circostanze sfavorevoli in ogni momento. Arlecchino è Roberto Latini, plastica figurina bianca con cui si fa il verso a tutti gli stilemi, annunciazione profana del Cristo Rasponi che si vuole mai morto, al punto che Brighella, quasi al termine, chiamerà in causa proprio il motivo della resurrezione cristiana al sepolcro.

Arlecchino è poi Federigo in un’identificazione che fa della maschera il genio mutante, l’intelligenza artificiale che di bocca in bocca sposta la parola e l’intrigo, trattenendo una veletta candida con cui si copre il volto e fa l’inchino. Il suo legame con Beatrice, altro espediente goldoniano cui Latella fa appello per parlare di ibridi, si trascina nel mezzo con la violenza verbale e fisica di Federica Fracassi che sa sempre orientare l’occhio del pubblico allibito senza aver per forza bisogno di nudità da esibire o voce rotta, come la regia pretende invece da lei che si mostri la parabola del travestimento maschile. La sua meta è la rincorsa di una soddisfazione di beni dopo la sventura economica cui Arlecchino, amante volubile, oppone inganni e servigi che non aiutano l’opera di seduzione di Clarice, ma alterano e confondono tra coinvolgimenti inaspettati e reciproci.

E nello stesso hotel la pedina che assiste con Brighella all’esplosione delle verità, ma senza diritto o vocazione di guida, che si attarda in proscenio con un interminabile monologo e rincara le dosi delle esclamazioni, è la cameriera Smeraldina, Lucia Peraza Rios, testimone dal basso di uno spazio occupato da morti viventi. L’ascensore che introduce Florindo, Marco Cacciola, come una star da gestualità metropolitane spinte, è parte dello stesso piano che accoglie ospiti accanto a immagini televisive in loop, a margine di un perimetro dove ciascuno abita un ruolo inaffidabile. Dal parruccone Silvio, Rosario Tedesco, alle mosse da soubrette di Clarice, Elisabetta Valgoi, convertita agli amori. I cambi scena non esistono, esistono porte simbolicamente aperte e chiuse, ci si ritaglia il tempo per gli smascheramenti con una progressione che si perde d’animo quando troppo intenta a guardare nel caleidoscopio delle regole infrante.

Se dunque il congegno metateatrale insiste a imporsi come chiave di lettura, colpendo per primo lo spazio occupato da un’architettura di corpi d’attore, i metatesti goldoniano e strehleriano sono spolpati nell’esibizione di un territorio sempre più nudo. Nudo di porte, moquette, luci e tappezzerie finché il fallimento di Beatrice si traduce nelle mosse di un Arlecchino che non sa rifare il lazzo morettiano della mosca e replica allo sfinimento l’insuccesso del proprio tentativo, riportando le voci enciclopediche sull’insetto di morte e agganciandosi alla sentenza di Brighella quando tuona che il passato non è un fatto temporale.

Operazioni ardite e intelligenti, certo, a partire dal biancore fantasmatico della maschera che tutto il funesto, impalpabile, vergognoso e proteiforme dell’interesse raccoglie in sé. Ma seppure si ammira l’altro strumento vocale del ronzio, insufflato da Brighella nel microfono incollato al vassoio da gran cena, e si riconosce il mezzo drammaturgico di un banchetto affollato di doppi da sé, proprio il rimarcare e reiterare i retroscena cuciti da Ken Ponzio, finisce per esaurire un po’ l’appetito e perdere di vista le buone premesse.

Il palcoscenico divelto, Beatrice e Florindo che s’abbuffano e rigettano, le istruzioni per i lazzi al ralenti e il collante spettrale di Arlecchino fanno sentire un poco la nostalgia di un teatro dove ancora il rivoluzionario si percepiva nel fare di un gioco drammatico un prodigio senza tempo e per tutti.

Fino al 30 marzo 2014 – Teatro Elfo Puccini Milano

Il servitore di due padroni

da Carlo Goldoni

regia Antonio Latella

drammaturgia Ken Ponzio

con Marco Cacciola, Federica Fracassi, Giovanni Franzoni, Roberto Latini, Annibale Pavone, Lucia Peraza Rios, Massimiliano Speziani, Rosario Tedesco, Elisabetta Valgoi

scene e costumi Annelisa Zaccheria

suono/ sound Franco Visioli

luci Robert John Resteghini

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile Del Veneto,

Teatro Metastasio Stabile della Toscana

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