Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
25 Marzo Mar 2014 1051 25 marzo 2014

Teatro e politica: l'incontro di Roma


Un momento dell'Assemblea al Teatro Argentina di Roma

L’altro giorno, in un’assemblea affollatissima, il cosiddetto “teatro romano” ha finalmente incontrato le assessore alla cultura di Regione Lazio e Comune di Roma, Lidia Ravera e Flavia Barca. L’incontro – bello, partecipato, sentito, vitale come non mai – era promosso dall’Associazione Cresco, panel di imprese di spettacolo di tutta Italia, in particolare dalla “delegazione” del Lazio, proprio per parlare della futura, e auspicabile, legge regionale e della situazione in cui versa la cultura e lo spettacolo in città. Roma, difatti, sta vivendo una situazione molto difficile.

Tempo fa scrivemmo della confusa “soluzione” del teatro Palladium: sottratto all’ottima gestione della Fondazione Romaeuropa, in vista di non si sa ancora bene di quale progetto formativo. Recente è lo sgombero, molto aspro e preoccupante, di un vitalissimo centro culturale come l’Angelo Mai occupato, oggi presidiato dalle camionette blindate della polizia, su cui gravita una accusa nientemeno che di “associazione a delinquere”.

Ancora incerto è il futuro del Teatro Valle Occupato, e anche il Teatro di Roma ha subito una battuta d’arresto non appena insediata la nuova gestione: il contratto del neo direttore Ninni Cutaia non è stato ancora “ratificato” e dunque lo Stabile capitolino si trova in uno stato di impasse grave, con il cantiere del teatro India ancora lungi dall’essere risolto e con una programmazione da fare in fretta (è stata promossa una raccolta di firme a favore di Cutaia).

E sembra che anche altre storiche e bellissime sale romane vivano momenti difficili: dal prestigioso teatro Eliseo, al centralissimo teatro Quirino, è diffusa la situazione di disagio. Tanto più se declinata nelle giovani generazioni: una fascia ampia, che va dai 20 ai 50 anni, di artisti, operatori, tecnici, vive allo sbaraglio, senza tutele, senza garanzie, senza prospettive. In tutto ciò, è naturale attendersi una risposta – quanto meno una indicazione – dalla politica. Ed è bello notare come tutti i partecipanti all’incontro abbiano sostanzialmente chiesto ai rappresentanti politico-amministrativi di fare, semplicemente, il proprio dovere: di fare politica, appunto, di dare indicazioni e risposte precise. È una generazione – l’ha ricordato Christian Raimo nel suo intervento – cui piace fare politica, piace lavorare per la propria città e per il proprio territorio attraverso la cultura. Di fatto, però, è costretta a farlo senza economie; a inventare soluzioni strampalate (come le occupazioni); a programmare senza tempi equi, ma in fretta e furia (contrariamente a quanto accade nel resto del mondo). E questo non dipende certo dall’eccentricità del teatro – che anzi vanta ormai ottimi amministratori, brillanti organizzatori e cittadini appassionati, anche e forse soprattutto nelle nuove generazioni, e l’associazione Cresco ne è riprova.

Si capirà, perciò, l’ansia di operatori e artisti, di aver indicazioni dalle amministrazioni sullo stato delle cose e sulle prospettive di settore. Questa generazione appassionata e vitale, questo spaccato sociale che non esita a prendere il rischio di occupare spazi pur di fare teatro, ha bisogno di un confronto che non sia solo quello – ormai tristemente quotidiano – con la Digos o con le camionette di poliziotti (forse anche loro stanchi di dover gestire simili situazioni, avendo – anche la polizia – ben altri guai e cose da fare).

Ravera e Barca (coadiuvate rispettivamente da Eugenio Patanè e Michela Di Biase) hanno provato a dare risposte, non senza imbarazzo, a raccontare quanto sta accadendo e quanto si sta facendo in Regione e Comune. Risposte innegabilmente fragili a fronte di tante richieste: certo è stata espressa, da tutti, la voglia di continuare a dialogare, a collaborare, a impegnarsi sulle cose da fare assieme. Sarà cosi? Staremo a vedere, nella certezza che non ci sia molto tempo da perdere.

L’assemblea, com’era immaginabile, è stata molto viva, con toni anche aspri: chi volesse può ritrovare lo storify su twitter #crescolazio. Quello che segue è l’intervento che avevo preparato per l’occasione, e che ho dovuto invece naturalmente ridurre prendendo la parola.

Di cosa parliamo quando parliamo di teatro?

Come accademici ci interroghiamo sulla nascita della regia: nel Novecento? Nell’Ottocento? O addirittura nel Settecento? E perché non nel Cinquecento? Chi offre di più?

Come critici ci interroghiamo sulla morte della regia: è morta già? Sta molto male? È sedata? È tenuta in vita artificialmente? L’abbiamo ammazzata? Ricorriamo all’eutanasia? Spariamo al regista?

Come organizzatori ci confrontiamo ogni giorno con la mancanza di soldi. Con le amministrazioni senza soldi, con i teatri senza soldi, con il pubblico senza soldi, con gli sponsor senza soldi, con gli attori che non ce li vogliono più rimettere, i soldi.

Come spettatori ci confrontiamo con gli “eventi”, con le star della televisione che fanno teatro, con le celebrazioni e le ricorrenze, con le trovate estemporanee del potente di turno. 

Ci vorrebbe un minuto di silenzio. Di cosa stiamo parlando oggi? Non solo di leggi e di regolamenti: qui parliamo del nostro destino, del nostro futuro, di quello dei nostri figli. Che città diamo ai nostri figli? Che Roma sarà tra cinque o dieci anni? Il senso di ansia è la chiave di questo tempo febbrile e cupo. Ansia di fallimento, ansia di spaesamento. Siamo spaesati: non abbiamo un paese, non abbiamo una casa.

Molti degli artisti che Roma ha espresso negli anni Novanta non sono qui, se ne sono andati da questa città. Partiamo da un’assenza, dunque, e parliamo di una mancanza. Parliamo di quello che non c’è. Il fatto che non ci sia una politica culturale – è evidente, no? – vuol dire non solo che non c’è teatro, ma anche che non ci sono prospettive. Eppure ci sono ancora tanti artisti, giovani e giovanissimi, che non si rassegnano, che provano ancora a rompere l’immobilità, il silenzio, a uscire da quell’enorme parcheggio sociale che è la formazione permanente. Lavorano senza tutele, senza previdenza, senza garanzie, senza retribuzioni; studiano e si formano ai massimi livelli; hanno raggiunto una qualità artistica considerevole: eppure sono ignorati.

Scriveva Leo De Berardinis nel 1999: “esiste ormai da quaranta anni, in Italia, un teatro diverso, non convenzionale, che di volta in volta è stato chiamato d’avanguardia, di ricerca, sperimentale. Che potremmo semplicemente chiamare Teatro, distinguendolo dallo spettacolo commerciale o di profitto privato … non un teatro per mezzo del quale si ‘rappresentano delle idee più o meno aperte a ipotesi critiche sui testi’; un mezzo che, bene o male, tenta di comunicare qualcosa utilizzando delle forme e dei modi espressivi mutuati dalla tradizione, ma un teatro vivo che solleciti, negli attori e nel pubblico, almeno un vago desiderio di trasformazione positiva, anche se minima … con scarsissimi mezzi produttivi, mal distribuito, privo di strutture, questo Teatro resiste solo grazie alla determinazione e al talento degli artisti che lo praticano; essi hanno formato un pubblico non generico e più aperto in tutte quelle realtà dove hanno potuto lavorare più a lungo; sono stati scritti libri su di loro, tesi di laurea, eppure sono ancora tenuti ai margini o ignorati…”.

Ora quel teatro è scacciato anche dai margini, anche dai terreni incolti che ha frequentato sino ad oggi. Ora arriva la mano legale della tradizione, della convenzione, della burocrazia o della polizia. Ora arrivano dalla montagna, sempre di nuovo, i giganti ottusi a schiacciare la poesia anarchica e rivoluzionaria di chi cerca quella “trasformazione positiva, anche minima” che evocava Leo.

E dunque di cosa stiamo parlando? Dove stiamo andando?

Il teatro – diceva Nicola Chiaromonte – come tutto nella vita si tratta di farlo o di subirlo. Da anni la Roma teatrale continua a produrre, ma “nonostante tutto”: nonostante la latitanza delle istituzioni preposte, nonostante la mancanza di fondi. Si aprono sale Bingo ma si chiudono teatri, cinema, librerie. Da troppo, Roma ha un respiro affannato di una cittadina di provincia, ottusa e autoreferenziale, e anche quelle poche iniziative che tentano un dialogo internazionale (dallo scintillante Romaeuropa Festival, a una storica manifestazione come Le vie dei Festival) non solo non vengono incoraggiate, ma addirittura ostacolate. L’Europa, il dibattito culturale europeo (o mediorientale, che ho conosciuto da vicino; o nordamericano o sud americano) è lontanissimo per qualità e consapevolezza.

Qui parliamo continuamente a un Palazzo che riflette solo su se stesso. Salvo rare, rarissime eccezioni, non troviamo lungimiranza, progettualità, incoraggiamento a chi la cultura fa e vuole fare.

Pochi giorni, a Bruxelles, in occasione del Princess Margriet Award dato al Teatro Valle Occupato dalla European Cultural Foundation, ci si interrogava sul ruolo delle istituzioni culturali come mediatori tra l’eccesso di individualità e l’evanescenza dello Stato: sulle istituzioni come connettori e propulsori di pensiero. Invece, le istituzioni romane che fanno? Dove sono? Il Teatro dell’Opera è commissariato – fortunatamente, viene da dire. Abbiamo salutato con piacere la nomina di un ottimo manager come Ninni Cutaia allo Stabile, dopo mesi di trattative: e ci troviamo al grottesco di dover raccogliere firme per farlo lavorare. Ma è normale?

E dunque sono ancora aperte le domande: che visione stiamo esprimendo? Verso quale cambiamento – anche minimo – tendiamo? Che Roma vi immaginate da qui a dieci anni? Quali le parole chiave per accedere al futuro?

Sta agli artisti, al teatro, pensare scenari nuovi e diversi. Ma sta alla politica offrire le condizioni perché quelle visioni si realizzino in un respiro comune. Nuova socialità, ricambio generazionale; barriere culturali e di linguaggio, integrazione e networking, nuove forme di cittadinanza e tutele sociali; nuove poetiche e contaminazioni artistiche: c’è chi combatte quotidianamente, da anni, su questi fronti – e penso naturalmente alle esperienze dei centri sociali - perché le amministrazioni non ascoltano?

Chiudo, chiamando in causa Agnes Heller, filosofa ungherese, teorica dei “bisogni radicali”. Dice Heller: “ogni uomo pensante, che voglia trascendere la società basata sui rapporti di subordinazione e di dominio, ne critica e ne respinge la ‘fatticità’ ponendosi nella visuale di una utopia… La funzione dell’utopia non è solo di essere il ‘metro’ della critica: essa è al tempo stesso la fonte dell’entusiasmo del pensiero radicale. Ciò che deve essere, si deve anche fare”.

Si tratta dunque, sempre più di “fare”, di poter fare. Gli artisti, questa generazione, sta facendo, con “disperata vitalità”, ancora con entusiasmo. Mai come oggi, la prassi, il fare assieme, al di là delle differenze di questo sottoproletariato culturale che siamo, diventa una risposta politica, una battaglia che ci chiama a barricate: assieme i centri sociali e i maggiori teatri privati e pubblici, assieme giovani artisti concettuali e maestri della regia. È una battaglia vecchia di anni e nuova. Ma oggi come non mai indispensabile: perché il futuro non è lontano, non è collocato in un iperuranio tutto da esplorare. È già iniziato, e qui: e quello che vediamo non ci piace.

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