Young & Furious
26 Marzo Mar 2014 1048 26 marzo 2014

Matteo #metticiilnome

Le elezioni europee di fine maggio sono vitali per la UE e, conseguentemente, l’Italia. In tutta Europa, pur con accenti e toni diversi, cresce l’elettorato dei movimenti contrari all’integrazione europea; addirittura all’interno dei grandi partiti di tradizione moderata si cerca di attirare gli euroscettici, come in Italia con le aperture di Forza Italia all’uscita dall’euro.

Il PD di Matteo Renzi non deve contrastare frontalmente queste ondate di euroscetticismo, provenienti da una forte minoranza degli italiani, ma accoglierle e incanalarle in un processo costruttivo che porti a una seria proposta di cambiamento della UE. Bisogna rottamare le vecchie logiche per cui al parlamento europeo vengono mandate vecchie glorie o seconde file.

La Rottamazione deve passare anche da qui: attirare gli europeisti delusi con una proposta di spessore che faccia dimenticare gli errori compiuti nella costruzione della UE; che rimane l’unico modo per l’Europa continentale di continuare a “pesare” a livello internazionale. Il PD deve rivendicare il proprio europeismo ma rinnovare il suo modo di proporsi, facendo capire agli elettori la nuova spinta propositiva che lo anima.

Per questo servirebbe mettere il nome di Matteo Renzi sul simbolo del PD, per far capire che l’impegno sull’Europa è serio e che il politico più popolare d’Italia si impegna di prima persona. Il nome sul simbolo non sarebbe sintomo della personalizzazione del partito ma manifesto della volontà del PD di impegnarsi, spendendo il nome più importante che ha. Impegnarsi con forza in un progetto di riforma radicale della governance UE spuntando le armi dell’antieuropeismo.

Per rendere credibili queste proposte servirà una forte legittimazione popolare che il nome sul simbolo contribuirebbe ad attrarre. La scelta di non porre il nome del segretario dimostra una “timidezza” che il maggior partito di governo e un leader ambizioso come Renzi non possono permettersi. Si gioca contro Grillo e Salvini, non si usano i guanti bianchi.

Marco Enrico Traverso

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