Giulia Valsecchi
Cineteatrora
28 Marzo Mar 2014 1555 28 marzo 2014

Parole sante

«Essere destinati e liberi». Un’asserzione che fa a pugni con una contemporaneità afflitta dall’abuso dell’arbitrarietà, ma anche del dominio ruffiano, da un’idea del sacrificio stravolta dalla cronaca di omicidi domestici e donne vittime già di ipocrisie di linguaggio che vietano di chiamare una fine brutale col proprio nome. Tra le righe delle eroine riscritte nei secoli e fatte oggetto di culto o capricci trash Giovanna D’Arco irrompe a gettare un velo di sacralità che vorrebbe muovere contro l’editto della Cassandra di Christa Wolf per cui prima delle immagini le parole muoiono.

L’enormità dello slancio storico e rituale della Pulzella, riabitato dal Romanzo popolare in sei Canti in ottave e un epilogo di Maria Luisa Spaziani, aggiunge una lente d’esame antropologico e letterario che dà corpo alle memorie, le costruisce e contribuisce alla conoscenza di una rivoluzione del vivere e morire. I versi scorrono o si arenano secondo l’incidenza del reale che l’immaginazione ritmica e la pulsazione della battaglia dell’una per tutti, contro il dominio inglese della Francia nell’era della guerra dei cent’anni, tengono sospeso tra visioni e cadute aspre. Alle spalle di Giovanna - cui Elisabetta Pozzi dà voce altissima e quotidiana, senza dissenso né disagio poetico - si palesano due figurine da polittici quattrocenteschi che, con il canto di bordone o preghiera, con poche mosse tese a spostare pannelli raffiguranti ritratti angelici e di milizie, riprendono il disegno celeste dell’eroina processata per eresia.

Dunque, candida predestinazione e libertà di temperamento a servizio di una lucida, scomoda osservazione delle derive storiche, dei soprusi e vizi sparsi nei drappelli alleati e nemici, delle ottusità dannose di quel mondo che, scrive mirabilmente Spaziani, se non è cieco è di orizzonti ristretti. Quale colore e sfida molesta, allora, nella tempra indomabile di chi indossa panni maschili e porta capelli corti imbracciando lo stendardo per non ferire a caso il proprio usurpatore.

Gli occhi de La Pucelle d’Orléans - condannata al rogo per non protrarre una prigionia immobile e non credere che gli arcangeli siano un’inutile vocazione del giudizio imperscrutabile di cui l’ateo o il laico olimpico sorridono - servono proprio quella funzione del tempo che giustifica le lotte. Di certo, non la noia, «tempo che non sa volare» o l’indulgenza e la riverenza, servite ai potenti che vorrebbero rapinare diritti nazionali d’autorità e indipendenza.

Così il passo dell’attrice in tunica e armamenti si spoglia di sostegni di assedio in assedio, di ferite in traguardi che scuotono le corti presunte fedeli del delfino e re di Francia, dovendo presto muoversi tra gli ostacoli di un labirinto non più segnato dalle visioni angeliche, ma da pale d’altare che non portano ritratti, e voltano spalle e giudizio alla guerriera instancabile della libertà e del canone di purezza e devozione del cristianesimo non inquisitorio. Ma d’inquisizione violenta Giovanna muore proprio perché non riconosciuta e non elevata oltre i ferimenti e la barbarie dei processi. La costrizione della sua fine è un passo fatale verso il rossore delle lame di fuoco, la parola sta per venire meno a quell’immagine di lei che arretra in un oblio temporaneo, per poi essere santificata dall’eroismo del sangue.

Davvero non basta il martirio cosciente a preservare dalla «maceria del sogno», e il verso poetico per endecasillabi ed echi marziali, per voce sola e già corale nell’autorevolezza che incanta di Elisabetta Pozzi, richiama la sagoma di luce che indica e piega corse di soldati. Non serve più accettare la pena, ma il dovere della coerenza maltrattata reca la pena del corpo pensante e il suo annullamento definitivo. Solo un’ultima invocazione sembra salire spontanea dall’ascolto complice di un’altra epoca: «Non recidere forbice quel volto…»

Fino al 30 marzo 2014 - Teatro Sala Fontana Milano

di Maria Luisa Spaziani


regia Andrea Chiodi 


con Elisabetta Pozzi, Simonetta Cartia e Francesca Porrini


musiche Daniele D'Angelo

scene Matteo Patrucco

costumi Ilaria Ariemme

disegno luci Marco Grisa

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